”Molti bambini non sanno più come gestire il tempo libero»

TAGES-ANZEIGER, 29 maggio 2026, Fargahi

La nuova generazione viene sempre più protetta e amata, ma anche sottoposta a un controllo continuo? La pedagogista Margrit Stamm parla di genitori ansiosi, bambini emarginati e opportunità educative nonostante la crescente formazione di «bolle» sociali.

Nuovi dati mostrano differenze sempre più marcate nei titoli di studio conseguiti. L’obiettivo della Confederazione, secondo cui il 95% dei giovani sotto i 25 anni dovrebbe ottenere un diploma del livello secondario II, si allontana nuovamente. Sono soprattutto i bambini che partono da condizioni svantaggiate a rimanere indietro già nelle prime fasi, come dimostra il nuovo rapporto sull’istruzione.

Margrit Stamm è la più nota pedagogista svizzera. In questa intervista parla delle carenze nelle competenze linguistiche al momento dell’ingresso a scuola, del perché oggi gli scolari marinino la scuola in modo diverso rispetto al passato e di ciò che il Cantone di Basilea sta facendo bene.

Margrit Stamm, lei proviene da una famiglia operaia. Secondo il nuovo rapporto sull’istruzione, negli ultimi dieci anni più di 6000 aziende formatrici hanno smesso di offrire posti di apprendistato.

Questo mi addolora. Mio padre aveva svolto il suo apprendistato come sellaio e tappezziere in una piccola azienda. Lì aveva imparato moltissimo. Se soprattutto le piccole e medie imprese che formano apprendisti scompaiono, la Svizzera perde anche una parte della propria stabilità e del proprio radicamento regionale.

A quanto pare, anche la percentuale di giovani che conseguono un diploma scolastico è leggermente diminuita.

Nella popolazione complessiva il 90% consegue un titolo di studio; tra i giovani con una storia migratoria la percentuale è in media dell’85%, mentre per quelli provenienti da scuole speciali o classi speciali è soltanto del 47%. La domanda è: chi sono questi bambini e ragazzi che vengono lasciati ai margini dal sistema educativo?

Ce lo dica lei.

Abbiamo un numero relativamente elevato di bambini che partono da condizioni svantaggiate. Provengono per lo più da famiglie di condizioni modeste, hanno una storia migratoria e non padroneggiano la lingua tedesca. In Svizzera, l’origine sociale è il fattore più importante per il successo scolastico.

Ma anche i bambini provenienti da famiglie benestanti possono incontrare difficoltà a scuola.

Le insegnanti della scuola dell’infanzia osservano sempre più spesso che alcuni bambini non possiedono competenze sociali fondamentali. Fanno fatica a inserirsi in un gruppo, a mettere da parte le proprie esigenze o a sopportare le frustrazioni. La differenza emerge spesso soltanto nel modo in cui si affrontano queste difficoltà: i genitori benestanti sanno come intervenire e organizzano in modo mirato un sostegno, a differenza delle famiglie più lontane dal sistema educativo.

Da oltre dieci anni a Basilea è in atto un modello che mira a compensare questi problemi. Lei ne ha parlato più volte pubblicamente con grande entusiasmo. Perché?

Per me Basilea rappresenta uno dei modelli di maggior successo in Svizzera. Il programma interviene molto precocemente: i bambini che necessitano di sostegno linguistico vengono individuati già prima dell’ingresso alla scuola dell’infanzia. Se una valutazione stabilisce che le loro conoscenze del tedesco sono inferiori a un determinato livello, devono frequentare più volte alla settimana un gruppo di gioco con un sostegno linguistico mirato, in modo ludico e gratuito.

Quindi il sostegno comincia prima ancora che i bambini entrino alla scuola dell’infanzia.

Gli studi dell’Università di Basilea mostrano progressi significativi: i bambini con conoscenze molto scarse del tedesco sono riusciti a migliorare enormemente le proprie competenze linguistiche nell’arco di un anno e mezzo. Particolarmente degno di nota è il fatto che siano stati proprio i bambini più deboli a trarre i maggiori benefici.

Un sostegno linguistico precoce può impedire che le differenze sociali si amplifichino nel sistema educativo?

Lo sappiamo da numerosi studi: quando i bambini rimangono indietro precocemente nello sviluppo linguistico, la forbice continua ad allargarsi con il passare degli anni. Gli altri bambini aumentano il proprio vantaggio, mentre quelli più deboli rimangono indietro. Nella ricerca educativa si parla del cosiddetto effetto Matteo: «A chi ha, sarà dato».

I bambini non imparano comunque rapidamente la lingua interagendo tra loro?

Per questo sarebbe necessaria una buona mescolanza sociale. Ma in molti luoghi questa sta diminuendo. Le famiglie benestanti si trasferiscono spesso in quartieri dove vivono altre famiglie privilegiate. Le persone con minori possibilità economiche abitano invece dove possono ancora permettersi gli affitti. In questo modo si creano sempre più «bolle» sociali e linguistiche.

Per molti, nelle scuole c’è troppa mescolanza sociale. Recentemente l’UDC zurighese ha chiesto un tetto massimo per la percentuale di bambini stranieri.

I genitori benestanti hanno paura delle classi socialmente eterogenee. In uno studio Mercator, il 70% dei genitori ha dichiarato che, se non fosse così costosa, preferirebbe mandare il proprio figlio in una scuola privata, anche a causa dell’eterogeneità.

Quanto è giustificata questa paura?

Gli studi parlano di effetti di composizione: quando in una scuola si concentrano molti bambini con rischi linguistici o sociali, il rendimento scolastico medio di tutti diminuisce leggermente, anche quello dei bambini senza un passato migratorio. Ciò che conta non è tanto l’origine, quanto il tipo di sostegno che ricevono i bambini.

A proposito di sostegno: lei si occupa anche dei bambini che rimangono ai margini. Può descrivere chi sono e di cosa avrebbero bisogno?

I bambini emarginati sono bambini che, in qualche modo, non corrispondono alla norma. Magari sono leggermente sovrappeso, particolarmente silenziosi, balbettano un po’ oppure appaiono molto perfezionisti. Altri attirano l’attenzione perché portano l’apparecchio ai denti, vengono considerati dei «nerd» oppure semplicemente si comportano in modo diverso dalla maggioranza. Il 19% dei bambini e degli adolescenti si sente a volte emarginato a scuola, mentre il 10% prova sentimenti di solitudine. Eppure continuiamo spesso a parlarne come se fosse un problema di singoli bambini «sensibili».

Quindi l’emarginazione non è un fenomeno marginale?

Nessuno nasce emarginato. Sono i bambini a essere trasformati in emarginati, attraverso l’esclusione, le etichette che vengono loro attribuite o le dinamiche di gruppo. Non perché ci sia «qualcosa che non va» in loro, ma perché il senso di appartenenza non viene garantito in modo affidabile. La scuola misura, confronta, seleziona. È inoltre significativo che i bambini emarginati marinino la scuola molto più frequentemente degli altri.

Perché sono vittime di bullismo?

Spesso sì. In passato i giovani marinavano la scuola soprattutto per ribellione, noia o desiderio di libertà. Oggi dietro questo comportamento si nasconde frequentemente qualcos’altro: molti bambini non frequentano le lezioni perché a scuola non si sentono accettati o non stanno bene dal punto di vista psicologico.

Che ruolo hanno i genitori in tutto questo?

Nella mia generazione i bambini venivano considerati resistenti e robusti, ma spesso mancavano sensibilità e calore. Oggi è diverso: i bambini vengono considerati vulnerabili, li si vuole assolutamente proteggere e tutelare e si fa tutto al posto loro.

Questo comporta dei rischi?

Senza ostacoli i bambini non diventano forti. In passato i bambini avevano più libertà, più «ali», come le definisce il pediatra Herbert Renz-Polster nel suo nuovo libro. Oggi i bambini vengono controllati enormemente, spesso per preoccupazione per la loro sicurezza.

Molti bambini non possono quasi più spostarsi da soli, vengono accompagnati in auto fino davanti alla porta della scuola e persino controllati attraverso smartwatch e dispositivi di localizzazione. Nella ricerca parliamo di «infanzie programmate», un fenomeno che si riscontra sempre più spesso negli ambienti urbani.

«Infanzia programmata»: può spiegare meglio questo concetto?

Non è soltanto la scuola a essere organizzata secondo un programma serrato: anche il tempo libero di alcuni bambini è diventato rigidamente pianificato e pieno di impegni. Ripetizioni, inglese precoce, lezioni di musica, corso di nuoto.

Molti bambini non sanno più nemmeno come gestire il tempo libero. Eppure è proprio allora, nella noia, che nascono la fantasia, l’autonomia e la motivazione interiore.

Quindi lei non è favorevole né a un’educazione autoritaria né a un’educazione basata esclusivamente sui bisogni del bambino?

Ancora oggi il cosiddetto stile educativo autorevole è considerato particolarmente valido. Si tratta di fare in modo che i genitori tornino a guidare maggiormente i figli, senza trascurare gli aspetti emotivi e affettivi. Devono porre dei limiti, spiegando però le proprie decisioni in modo comprensibile, e allo stesso tempo favorire la partecipazione del bambino alle decisioni che lo riguardano.

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp
Email
Ultimi articoli

È opportuna un’uniforme scolastica?

L’OPINIONE, LA REGIONE, 13.10.2026, Ostinelli Marcello Ostinelli: «Invece che di “divisa scolastica” comune, è opportuno che il legislatore si occupi di quello che conta. Per esempio,

Ferirsi, una sfida pericolosa

CORRIERE DEL TICINO, 03.10.2026, Darni Mattia Due fenomeni che interessano il Web suscitano preoccupazione: da una parte, i gruppi al cui interno ragazzi incitano coetanee a

Torna in alto

Panoramica privacy

Questo sito utilizza dei cookies per fornirti la migliore esperienza di navigazione. Per saperne di più, visita le nostre pagine Privacy Policy e Cookie Policy.