CORRIERE DEL TICINO, 21.03.2026, Dindo
Il CdT si occupa di apprendisti: il loro numero è in aumento ma uno su tre lascia al primo anno – «Il Ticino è in ritardo, sistema da cambiare».
Le statistiche non si possono prendere sottogamba. Uno studio del 2023 aveva rivelato un dato allarmante: il 36% degli apprendisti ticinesi abbandona il proprio percorso formativo già al primo anno, anche se non tutte le scissioni di contratto erano necessariamente volute dai giovani. Un numero non soltanto preoccupante, ma che supera di gran lunga la media svizzera, che tre anni fa si attestava attorno al 23%. A livello nazionale, il nostro Cantone si posizionava tra le regioni più critiche, secondo soltanto a Ginevra, con il tasso degli abbandoni più alto del Paese. Un trend negativo che non migliora, malgrado i recenti sforzi delle autorità.
Ci vuole di più
Negli ultimi anni, le Istituzioni ticinesi hanno messo in campo diverse iniziative nel tentativo di contrastare il preoccupante andamento. Dall’introduzione della formazione obbligatoria fino ai 18 anni al pre tirocinio di orientamento, dall’introduzione della figura del mediatore scolastico alla nuova Città dei Mestieri, dal progetto Go95, al varo della nuova Legge giovani e colonie, per citarne solo alcune. Ma gli sforzi, purtroppo, non sembrano sufficienti. Questa almeno è la convinzione di Roberta Wullschleger e Giacomo Petrucelli, i due responsabili di Programma di Pro Juventute Svizzera italiana.
Un prezzo troppo alto da pagare
Li incontriamo nella loro sede di Paradiso, da dove coordinano alcuni progetti ticinesi della fondazione svizzera a sostegno dei diritti dei bambini e dei giovani. Dal loro osservatorio speciale, guardano preoccupati quanto succede nel campo formativo tra gli apprendisti e non vogliono restare con le mani in mano. Anche perché spesso le motivazioni che portano alla scissione dei contratti di lavoro già al primo anno di apprendistato, non sono legate ad una scelta errata della professione, bensì a difficoltà relazionali. « Gli adolescenti di oggi – ricordano rivolgendosi soprattutto alla politica ticinese – saranno gli uomini di domani e se non riescono a trovare motivazione nel lavoro, il prezzo dei loro fallimenti che la società sarà costretta a pagare in un futuro non tanto lontano sarà molto alto. Ecco perché bisogna intervenire al più presto».
Le competenze non bastano
Per i due esperti del settore, la soluzione c’è e passa da una migliore collaborazione tra tutti gli attori coinvolti.
«La nostra esperienza ci dice che non basta seguire la formazione dei giovani apprendisti soltanto dal profilo delle competenze, ma anche dal profilo pedagogico ed educativo. Malgrado negli ultimi anni lo Stato abbia cercato di dare delle risposte concrete al disagio in questo settore, il passaggio dal mondo della scuola al mondo del lavoro resta tutt’ora problematico, e non sempre i giovani sono sufficientemente accompagnati in questa fase », spiega Giacomo Petrucelli, sulla cui scrivania piovono sempre più richieste di aiuto che giungono da ogni dove. L’adolescenza è un periodo difficile, ci siamo passati tutti, «e il valore aggiunto di un accompagnamento di ordine pedagogico garantisce un supporto continuo anche nei momenti di difficoltà personali ».
Giovani fragili e aziende poco preparate
Contesti famigliari complessi, situazioni finanziarie precarie, disturbi dell’apprendimento forse nemmeno diagnosticati, questioni aperte con la magistratura, mancate licenze della scuola dell’obbligo. I problemi individuali sono tanti e si ripercuotono inevitabilmente anche sulla situazione collettiva nella quale il ragazzo è inserito. Se non si dispone di tempo per conoscere il suo vissuto, difficilmente si riuscirà a creare con lui un rapporto di fiducia e di dedizione. Alla prima difficoltà che incontrerà sul lavoro, getterà la spugna senza troppe fisime. «Se da un lato arrivano con non sufficiente solidità ad affrontare il delicato momento di entrata nel mondo della formazione duale, d’altro canto emerge sempre più chiaramente che non poche aziende non sono sufficientemente preparate e supportate per accogliere e accompagnare un giovane nel proprio percorso di crescita personale, malgrado lo sforzo profuso dagli ispettori di tirocinio».
Una necessità riconosciuta
Ora la sfida più grande riguarda la ricerca di equilibrio tra la fragilità delle nuove generazioni e le esigenze dei datori di lavoro, i quali dovrebbero essere maggiormente sensibilizzati e formati all’accoglienza dell’apprendista. «Gli stessi datori di lavoro, per altro, testimoniano regolarmente che un sostegno educativo, di natura pedagogica, sia ormai urgente» spiega Roberta Wullschleger.
Finora lo Stato ha introdotto soltanto misure per migliorare l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro, «senza però pensare agli strumenti necessari per rimanerci. Per portare a termine i percorsi formativi, ci vorrebbe lo stesso investimento, anche finanziario, per l’accompagnamento pedagogico-formativo. Ecco perché auspichiamo una visione di insieme che dia un impulso allo sviluppo di una collaborazione con tutti gli attori coinvolti» concludono.
Per il Cantone è solo un «arrivederci» ma il problema rimane
Non è un «addio». E tecnicamente, non si può parlare nemmeno di «abbandono». Gli apprendisti che lasciano il posto nel primo anno spesso cambiano solo casacca e cappello, azienda e percorso formativo (da triennale a biennale ad esempio). Insomma, non per forza rimarranno a casa a far niente.
«Scioglimento o interruzione non sono necessariamente sinonimi di insuccesso, ma situazioni che nella maggior parte dei casi portano a un riorientamento verso l’ottenimento di un diploma» precisano dalla Divisione della Formazione Professionale. Nove apprendisti su dieci – dicono le statistiche – approdano comunque a un diploma: magari non quello che avevano immaginato all’inizio, ma pur sempre un «pezzo di carta» e idealmente qualcosa di più.
Differenze regionali
I dati sono tutto sommato positivi: negli ultimi anni i nuovi contratti stipulati annualmente con la benedizione del Cantone sono cresciuti, toccando un massimo di 2.617 nel 2024 (l’anno scorso sono calati leggermente sotto la soglia psicologica dei 2.600, fissata anni fa come obiettivo dal DECS) e il divario con il resto della Svizzera, dove tradizionalmente la formazione duale è più radicata, si va lentamente riducendo. Nella classifica dei cantoni con il tasso di ripensamento più elevato, però, il Ticino è ancora messo male. Nel 2023 il dato era al 35 per cento la media svizzera era del 22 per cento – e gli osservatori concordano sul fatto che nel frattempo non sia migliorato: forse peggiorato. Solo Ginevra è messa peggio (vedi infografica a lato) e il distacco spicca in particolare con i cantoni della Svizzera centrale, dove la cultura dell’apprendistato è più forte.
In un messaggio licenziato a novembre (su cinque mozioni parlamentari ancora da votare in Gran Consiglio) il Consiglio di Stato ha ricordato gli sforzi compiuti negli anni per rafforzare la formazione duale in Ticino: attraverso iniziative di promozione e sensibilizzazione, senza aumentare i posti disponibili nelle scuole cantonali (come richiesto da una mozione dell’MPS) ma piuttosto cercando di ridurre «le scelte non pienamente consapeboli oppure obbligate».
Aziende scoraggiate
Anche se sono solo degli «arrivederci», dal punto di vista delle aziende i ripensamenti restano un problema, che si misura in tempo e risorse persi ma anche in un calo di motivazione. «I datori di lavoro investono la maggior parte delle energie proprio nei primi mesi di formazione e poi, se l’apprendista decide di cambiare percorso, spesso faticano a trovarne altri e provano un senso di frustrazione» sottolinea la coach professionale Sara Rossini dell’agenzia Fill-up di Bellinzona. «Il rischio è che gettino anche loro la spugna e smettano di formare. Non è un problema da poco: senza aziende formatrici, il sistema duale viene a cadere».
Secondo Rossini, che si occupa proprio di seguire gli apprendisti nei percorsi formativi e fare da tramite tra loro e le aziende, queste ultime hanno comunque la loro parte di responsabilità. «I ragazzi iniziano in genere con entusiasmo e spesso vedono le proprie aspettative deluse, soprattutto dal punto di vista umano» osserva. È lì, nel momento dello scollamento tra aspettative e realtà «spesso entro i primi sei mesi di lavoro» – che avviene la rottura. Secondo l’esperta la formazione gioverebbe anche ai datori di lavoro, che si trovano per lo più impreparati – i sondaggi a livello svizzero dicono che la maggioranza dei formatori si sente inadeguata al compito – e dovrebbero «imparare ad accogliere meglio gli apprendisti». Questo non significa abbassare gli obiettivi o le ore di lavoro ma «piuttosto creare un contesto relazionale dove le capacità e il percorso del giovane venga adeguatamente valorizzato».
Per recuperare il ritardo, oltre a rafforzare l’immagine dell’apprendistato – «da noi è ancora percepito purtroppo come l’ultima spiaggia» – servirebbe forse un aiuto dall’esterno alle aziende. Da sole, conclude Rossini, «difficilmente troveranno il tempo e le competenze » che servono per compiere un passo così importante e delicato.


