Classe speciale invece di integrazione? Assolutamente normale

NZZ, 07.05.2025, Scherrer

Il Canton Zurigo ha approvato l’iniziativa per le classi di sostegno – ma a Regensdorf i suoi obiettivi sono già realtà.

Il bambino indossa calzini di Spider-Man, ciabatte verdi Adidas, e sul volto ha quell’espressione disperata che solo un esercizio impossibile di matematica può provocare. «Otto», dice guardando le figurine di legno davanti a sé. «Meno quattro, uguale…» Alza lo sguardo verso il suo insegnante. Poi torna a fissare le figurine – quattro in piedi, quattro distese – e dice: «Uno.»

Sbagliato. Si copre il volto con la mano, poi la sbatte sulle figurine, spazzandole via. «Troppo difficile!», esclama, si alza e corre in cerchio attorno al compagno di classe che gli sta di fronte. «Pensa agli Smarties», dice l’insegnante Fabian Künzi, 32 anni. Il volto del bambino si addolcisce, con un’espressione malinconica. Gli Smarties! Proprio con quelli aveva appena fatto esercizi di sottrazione – sebbene leggermente ostacolato dalla sottrazione finale: ogni tanto ne mangiava uno.

«Prima hai tutti gli Smarties, poi ne mangi quattro, e te ne restano…» Spider-Man si ferma, guarda il soffitto, poi di nuovo le figurine, e inizia a contare. «Ah, lei!», dice, «lo so! Sono quattro.» Sguardi invidiosi, un po’ di ammirazione. Otto bambini – quattro maschi, quattro femmine – sono seduti sparsi sul pavimento dell’aula. Tutti hanno sei anni, e lottano con le figurine colorate per strappare loro delle operazioni. E, un po’, anche il loro futuro.

Sedie di carbone ardente

Regensdorf, nella periferia zurighese. Gru edilizi, palazzi residenziali, edifici industriali vuoti. Qui, in via Schulhausstrasse, si trova la scuola dove Spider-Man e i suoi compagni imparano a fare i conti. Lo fanno in un ambiente pensato appositamente per bambini con difficoltà di apprendimento e problemi comportamentali: in una classe speciale. Fino a pochi decenni fa, ce n’erano in quasi ogni comune. Oggi, pur essendo ancora legali, sono quasi scomparse dal sistema scolastico zurighese – e svizzero – a favore di un modello d’integrazione, in cui gli allievi con bisogni particolari frequentano le classi regolari con l’aiuto di pedagogisti specializzati.

Ma Regensdorf ha resistito a questa tendenza, e oggi è un esempio. Le classi speciali stanno infatti conoscendo un notevole ritorno. Il parlamento cantonale di Zurigo ha appena approvato la cosiddetta “iniziativa per le classi di sostegno”, promossa da FDP e Verdi liberali. In base a questa iniziativa, tutti i bambini del Canton Zurigo devono poter accedere a una classe speciale con insegnanti di pedagogia speciale, se necessario. Come sarà attuata nella pratica è ancora da definire. La direzione cantonale dell’istruzione dovrà presentare una proposta. E così, il futuro della scuola popolare zurighese passa anche da aule dimenticate come quella di Fabian Künzi.

Qui, alcuni bambini hanno disturbi del linguaggio, altri non riescono a riconoscere i numeri. Ci sono introversi che nella classe regolare passerebbero inosservati. E ci sono bambini considerati “problematici”. «Hanno un enorme bisogno di gioco e movimento», dice Künzi. «Non posso perderli di vista nemmeno per un minuto.» Per questo passano con lui il primo anno scolastico, prima – idealmente – di passare in una classe normale. È un modello di separazione temporanea, che a Regensdorf si applica anche ai più grandi, in una classe speciale per allievi di quarta, quinta e sesta elementare (dai 9 ai 12 anni).

L’integrazione non è una religione

Responsabile del modello è Beat Hartmann, 48 anni, educatore giovanile e presidente della scuola. In realtà è favorevole all’integrazione: «Convivere nonostante le differenze – dove, se non a scuola, dovremmo impararlo?» Eppure: «I bisogni dei bambini sono più importanti del principio integrativo.» E a volte, dice, quei bisogni si soddisfano solo in una classe separata.

Hartmann osserva con distacco il dibattito acceso sulle classi speciali che ha animato la politica scolastica svizzera negli ultimi anni. Gli sembra astratto, basato su un falso dilemma: classe speciale o integrazione? Tutti insieme o tutti separati? Regensdorf offre una risposta sorprendente: l’uno non esclude l’altro. I due modelli possono coesistere nella stessa scuola.

A pochi metri dalla classe speciale, il comune ha allestito una “isola scolastica” – uno strumento tipico dell’insegnamento integrativo. Uno spazio seguito da una pedagogista, dove i bambini problematici vengono inviati temporaneamente per calmarsi. Lì vanno quelli che ogni tanto “saltano”. Nella classe speciale invece vanno quelli che hanno sempre bisogno di sostegno.

Bambini come Spider-Man e i suoi amici, che quel martedì mattina lottano con le sottrazioni. La classe è seduta in cerchio. Devono ascoltare. Ma è come se le sedie fossero fatte di carbone ardente – si dimenano, si arrampicano, si contorcono. Solo una bambina sta seduta tranquilla, con le guance piene. Annuisce spesso, come se avesse capito. Poco prima, durante la pausa, aveva distribuito foglie di carta fatte a mano. Ora l’insegnante le chiede quanto fa 1–1. Guarda la compagna, guarda giù, si copre la bocca. Poi esclama: «Oyoyoy!» E tace.

Un sistema al collasso

A Regensdorf, le classi speciali hanno due scopi: da un lato raggiungere bambini che altrove sarebbero ignorati – perché non chiedono aiuto o non riescono a concentrarsi da soli. Dall’altro lato, alleggerire le classi regolari. Con l’integrazione, i livelli si sono sempre più allontanati. Mentre sparivano le classi speciali, è esplosa la percentuale di bambini in scuole speciali. Aumentano ovunque i casi di bambini con bisogni educativi, e con loro il numero di assistenti in aula. Allo stesso tempo, mancano centinaia di insegnanti specializzati.

Conseguenza: molti docenti delle classi regolari sono sull’orlo dell’esaurimento. E le scuole speciali – anche private – sono sommerse dalle richieste. In questo contesto, dice Hartmann, una classe speciale può agire come una valvola di sfogo: aiuta i bambini interessati e alleggerisce il sistema. Il sindacato zurighese degli insegnanti avverte però che è difficile trovare personale per queste classi separate: è un lavoro duro e poco attrattivo. Ma a Regensdorf le cose vanno diversamente.

Fabian Künzi, quasi laureato in pedagogia speciale, potrebbe facilmente trovare lavoro nell’integrazione. Ma preferisce avere una classe tutta sua. «Così sono sempre presente, conosco i bambini, ho il controllo.» Paragona l’anno con lui a un anno di transizione. «Alcuni genitori all’inizio sono scioccati che il loro figlio venga da me», dice. «Ma io lo vedo come un’opportunità.»

Ora è il momento più difficile della giornata: lavorare in silenzio su una scheda. Un bambino con calzini e felpa con il trattore finisce tutto in pochi minuti – ma ha riempito le risposte con numeri a caso. «Finito!» – «Correggi!» – «Finito di nuovo!» – «Correggi ancora!»

Il problema è il costo

Regensdorf non è l’unico comune zurighese con buone esperienze nelle classi speciali. Sei altri comuni hanno classi per il primo anno scolastico come quella di Künzi. Altri quattro hanno classi per bambini più grandi. Sono soprattutto comuni con redditi bassi, alta percentuale di assistenza sociale e molti non madrelingua. Come Dietikon (massima percentuale di stranieri), Winterthur (più alta quota di assistenza sociale), Schlieren (secondo per stranieri).

Ogni comune ha il suo focus: a Dietikon si concentrano sui bambini con situazioni familiari difficili, a Schlieren e Weiningen sui deboli di apprendimento e gli introversi, a Winterthur sui bambini con problemi comportamentali o psichici. Hombrechtikon non ha risposto alle domande sul tema.

Nessuno di questi comuni si oppone all’integrazione. Anzi, sono convinti che le classi speciali la favoriscano a lungo termine – perché preparano al rientro nella classe normale. Il problema non è quindi pedagogico, ma economico. «Un allievo in classe speciale costa il doppio», dice Hartmann. Una funzionaria parla di una «soluzione di lusso» a spese degli altri bambini.

Infatti, ciò che le scuole spendono per le classi speciali devono risparmiarlo nel resto. Ciò significa: classi più grandi, meno insegnanti di sostegno. Questa è una delle ragioni per cui pochi comuni zurighesi offrono ancora classi speciali. E sarà un tema cruciale anche per l’attuazione dell’iniziativa. I sostenitori della riforma promettevano risparmi. Ma i comuni che hanno esperienza sono scettici.

Nel frattempo, nella classe di Fabian Künzi, mancano pochi minuti alla pausa pranzo. Gli alunni si siedono in cerchio. «Chiudete gli occhi», dice Künzi, «e mostrate con il pollice quanto è stata difficile questa lezione.» Un terzo alza il pollice, un terzo lo abbassa, il resto lo tiene in orizzontale. E tutti – davvero tutti – aprono di nascosto gli occhi per sbirciare cosa fanno gli altri.

Poi suona la campanella. È il caos. Solo per un attimo Spider-Man e i suoi amici danno la mano al maestro. Poi corrono agli appendiabiti, lottano con le scarpe, dimenticano i sacchetti di ginnastica. E distribuiscono gli Smarties – quelli con cui poco prima facevano i conti – per tutto il cortile, felici.

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp
Email
Ultimi articoli
Torna in alto

Panoramica privacy

Questo sito utilizza dei cookies per fornirti la migliore esperienza di navigazione. Per saperne di più, visita le nostre pagine Privacy Policy e Cookie Policy.