LE TEMPS, 10.01.2025, Dussault
La Svizzera partecipa a un progetto europeo volto a migliorare le condizioni di successo degli studenti universitari con disturbi specifici dell’apprendimento o “dis”.
Un’iniziativa a livello europeo mira a incoraggiare tutti gli studenti a completare gli studi universitari nelle migliori condizioni possibili. Ciò include gli studenti con difficoltà specifiche di apprendimento, note anche come disturbi “dis”, ossia difficoltà che influiscono su alcune abilità di apprendimento, nonostante un potenziale intellettuale normale o elevato.
La dislessia e la discalculia – caratterizzate rispettivamente da grandi difficoltà nell’acquisizione della lettura, dell’ortografia e della scrittura, nonché nella comprensione dei numeri e della matematica – sono tra i disordini più comunemente diagnosticati. Ma esistono anche la disortografia (difficoltà nell’imparare a scrivere), la disgrafia (difficoltà nella scrittura), la disprassia (difficoltà nel coordinare i movimenti)…
Pratiche diverse in diversi Paesi
In Svizzera, la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi) parteciperà alla già citata iniziativa “Insight: Inclusive teaching methods in higher education”, un progetto Erasmus+ cofinanziato dall’Unione europea e – per la Svizzera – dall’agenzia nazionale Movetia. Il progetto collaborerà con diverse istituzioni, tra cui università in Italia, Austria, Svezia, Spagna e Ucraina, e associazioni specializzate.
Nella Svizzera francese, secondo le stime dell’Association dyslexie Suisse romande, circa il 12-15% dei bambini in età scolare soffre di questo disturbo. Questo dato si confronta con il 5-10% della Svizzera tedesca, dove il tedesco è una lingua più “trasparente” – la struttura delle parole (morfologia, sintassi) riflette il loro significato in modo più chiaro e prevedibile, rendendone più facile la comprensione. La discalculia, invece, colpisce circa il 5% degli alunni svizzeri.
“Non sappiamo quale sia la percentuale di studenti universitari affetti da dislessia, ma sappiamo che hanno più difficoltà e che spesso non riescono a completare gli studi”, sottolinea Filippo Bignami, specialista in teorie sociali e politiche della cittadinanza e ricercatore della Supsi, che coordina la sezione svizzera di Insight.
L’obiettivo del progetto è identificare, a livello universitario, strategie didattiche inclusive che migliorino l’apprendimento e la partecipazione degli studenti interessati. “L’idea è quella di creare un ambiente in cui le persone “neurotipiche” – il cui funzionamento cognitivo e neurologico è considerato nella norma – e quelle con difficoltà di apprendimento possano lavorare in modo uniforme”, spiega la ricercatrice.
Il progetto è iniziato lo scorso settembre e durerà fino ad agosto 2027. Inizialmente, verrà esaminata la letteratura scientifica sull’argomento. “Poi mapperemo le conoscenze, il pensiero e le pratiche attuali nei Paesi partecipanti e le analizzeremo per definire una metodologia transdisciplinare”, spiega Filippo Bignami. Il risultato finale sarà pubblicato online e accessibile a tutti.
Lavoro di gruppo, valutazione differenziata e concetti visivi
Il ricercatore sottolinea che i Paesi che partecipano al progetto hanno modi diversi di sostenere le persone interessate: “Per esempio, gli ucraini tendono ad avere un approccio di assistenza medica. In Svezia, invece, la comunità è più consapevole della dislessia e le pratiche mirano a ridurre le barriere tra le persone”.
Le strategie sviluppate nell’ambito del progetto si baseranno sui principi della progettazione universale per l’apprendimento. Questo approccio mira a creare prodotti, ambienti e servizi accessibili e utilizzabili da tutte le persone, indipendentemente dalle loro capacità, età, abilità o limitazioni.
L’obiettivo è servire tutti allo stesso modo, senza penalizzare o escludere nessuno. “Sappiamo, ad esempio, che promuovere il lavoro di gruppo, incoraggiare l’interazione regolare tra i discenti, utilizzare una varietà di mezzi di comunicazione e mostrare riconoscimento e apertura verso la diversità sono strategie che hanno un impatto positivo”, afferma Filippo Bignami.
In termini pratici, ciò potrebbe significare, ad esempio, creare gruppi di lavoro misti, programmare tempi diversi per l’apprendimento dello stesso contenuto, utilizzare pratiche di valutazione differenziate (con test scritti, orali o misti, o con questionari diversi nello stesso gruppo), ma anche il peer coaching e l’uso di informazioni o concetti più visivi, secondo lo specialista. Sottolinea che la formazione degli insegnanti, o almeno l’informazione, sarà fondamentale.
