PSICOLOGIA, TAGES ANZEIGER, 04.06.2025
Il figlio della nostra autrice smette di festeggiare il compleanno a undici anni, perché non ha nessuno da invitare. Per i genitori è un colpo al cuore. Ma non sono soli nelle loro preoccupazioni.
Se dovessi descrivere questa storia a posteriori con un solo sentimento, sarebbe il dubbio. Dubbio verso l’istituzione scolastica, verso gli insegnanti. Soprattutto verso noi come genitori. Dubbio anche nei confronti di nostro figlio (sì, è amaro). E verso gli altri genitori, e verso i loro figli che – ne ero a tratti convinta – avevano cresciuto come piccoli mostri senza cuore.
Qualcuno doveva pur avere la colpa di tutto questo: due cambi di scuola, uno dopo la prima e uno dopo la sesta classe. Due visite dallo psicologo infantile, un test per l’ADHD (negativo). Innumerevoli discussioni in crisi con nostro figlio – a volte empatiche, a volte incoraggianti, a volte orientate alla soluzione con il metodo del tipo: “Cinque cose che posso fare per trovare finalmente amici nella mia classe”.
Scrivo questo testo in forma anonima per proteggere mio figlio. E spero sinceramente che non sia anche per proteggere me stessa, anche se il fatto che tuo figlio smetta di festeggiare il compleanno a undici anni perché non ha nessuno da invitare non è proprio qualcosa che i genitori vanno in giro a raccontare.
“Mio figlio passa sei ore al giorno davanti allo schermo”, “mio figlio pensa solo a far festa”, “mio figlio forse dovrà ripetere l’anno”: sono cose che ancora si possono dire in una serata tra amici. Ma prova a dire: “Mio figlio non è stato invitato a un compleanno da tre anni!” E l’atmosfera muore all’istante.
Quando ha perso la fiducia nostro figlio?
Nostro figlio ha vissuto un bel periodo all’asilo, con tanti amici, di cui a volte ancora oggi parla come di un’utopia retrospettiva. Ha avuto un primo anno di scuola turbolento, in cui si è legato al bullo del cortile. Dopo la rottura di quella relazione, è rimasto improvvisamente solo. Tutti quelli che trovava simpatici erano ormai “occupati”. Ancora oggi ci chiediamo se sia stato quello l’evento scatenante. Se, con quella delusione, nel primo anno scolastico, abbia perso la fiducia in sé stesso e negli altri.
Da quel momento, il tema non ha più abbandonato le nostre vite. Quando ancora parlava con noi, a volte sembrava che si trattasse di bullismo. Ma chiedendo meglio, emergeva un altro quadro: era l’inutilità del suo tentativo di trovare un posto nella classe.
Noi genitori abbiamo cercato di capire e di migliorare la situazione, con tutto l’amore, l’empatia e l’energia positiva che avevamo. Gli abbiamo offerto una base sicura, dove sentirsi accolto. Durante le vacanze gli abbiamo proposto attività, lo abbiamo incoraggiato a iscriversi a un club sportivo, perché ama lo sport. A volte chiedevamo: “Hai già programmi per il fine settimana?” E lui: “Pensavo potremmo fare qualcosa insieme.” Lo consideravamo un bambino solo.
Solitudine sociale ed emotiva
Gli esperti definiscono la solitudine come “la sensazione soggettiva, negativa, di discrepanza tra i legami sociali desiderati e quelli reali”. Ed è importante dirlo: un bambino che durante l’intervallo sta seduto da solo e guarda il telefono può essere solo, ma non necessariamente.
E un bambino popolare, circondato dai coetanei, può comunque sentirsi isolato interiormente. Gli psicologi distinguono perciò tra solitudine sociale ed emotiva. Oggi mi chiedo: nostro figlio sembrava spesso solo – ma lo era davvero?
Gli studi esistenti indicano alcuni fattori di rischio per la solitudine tra bambini e adolescenti:
1. Mancanza di relazioni sociali soddisfacenti.
2. Svantaggi sociali e problemi economici in famiglia.
3. Uso eccessivo di internet e social media.
4. Grande timidezza oppure comportamento eccessivo ed esuberante.
5. Plusdotazione.
6. Eventi traumatici.
7. Tendenza alla depressione (accentuata dalla solitudine).
8. Scuole e famiglie che non favoriscono la socialità.
In quattro classi non ha mai trovato amici
Solo il primo punto si applica davvero a nostro figlio. Nella sua classe, ci hanno detto gli insegnanti con cautela, aveva a lungo il ruolo del buffone, che portava confusione e divertimento. Avrebbe voluto essere un leader, ma non era abbastanza “duro”.
È sensibile, tutto lo tocca molto. Non è mai stato uno che si piega per farsi piacere. Questo lo rendeva speciale, sì – ma non gli ha reso facile l’integrazione. Ne abbiamo parlato spesso con lui. Per il resto, lo conosciamo come una persona aperta, con tanti interessi e un forte senso della giustizia.
Eppure, in quattro diverse classi (a causa dei due cambi di scuola), non ha mai trovato amici. Questo non poteva non significare qualcosa – giusto? Dipendeva da lui? Gli mancava competenza sociale? Era il sistema scolastico a non riuscire più a integrare i “diversi”? Abbiamo sbagliato noi? O forse il nostro tempo è più duro per i giovani? Ancora oggi non ho una risposta chiara.
Non siamo soli
Nel tempo ho capito una cosa: non eravamo soli con le nosre preoccupazioni.
Non ne ho mai fatto un segreto. Ne ho parlato con amiche, conoscenti, colleghi. Le risposte mi hanno stupita. Molte volte: sollievo. “Anche a mio figlio succede!”
Un collega ha un figlio con problemi di linguaggio, che si è isolato. Un altro ha un figlio diciottenne che ogni sera studia da solo e non esce mai. “Che giovinezza triste è questa?”, si chiede.
La figlia di un’amica a 14 anni non si interessa a trucco né ragazzi e per questo è emarginata.
In Svizzera la solitudine è diffusa. Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2022 il 42% della popolazione si sentiva solo (nel 2017 era il 38%). L’aumento riguarda soprattutto i giovani tra 15 e 24 anni, dove il dato è più che raddoppiato.
Per i bambini più piccoli mancano dati. In Germania, secondo una ricerca della DAK del 2024, quasi un terzo degli studenti tra 10 e 15 anni soffre di solitudine. Più di un terzo ha problemi di sonno, un quarto lamenta dolori a testa e schiena, uno su cinque ha spesso mal di pancia. Dati inquietanti, anche tenendo conto dei cambiamenti fisici e psichici dell’età.
“Amicizia” è diventato un concetto troppo grande
Verrebbe da dire: colpa del Covid! Ed è vero, ma non basta.
Parlo con Sonja Koebke, insegnante e psicologa scolastica in Germania da 20 anni. Mi dice: “Sempre più spesso i bambini mi dicono che non hanno un vero amico.” Un vero amico, per loro, è qualcuno che li capisce, con cui condividono tutto: “un’unità di pensiero, azione, sentimento”. Suona bellissimo. Anche io vorrei un amico così.
Ma Koebke dice: “I bambini cercano qualcuno che sia esattamente come loro. Ma nessuno è così perfetto.”
E da dove viene questa aspettativa irrealistica?
Koebke non vuole demonizzare internet e social media: “Sono importanti, anche come sostegno per chi ha poche relazioni nel mondo reale.”
Ma: “Oggi i bambini non sanno più gestire bene i contrasti. Che l’altro sia di cattivo umore, dica qualcosa di sgradevole, abbia un’opinione diversa. Affrontare queste situazioni è faticoso. E molti non lo imparano più.”
La comunicazione digitale elimina segnali non verbali. Le risposte sono ritardate, impersonali. Si perde la relazione vera.
La casa non può sostituire gli amici
Abbiamo sempre incoraggiato nostro figlio: “Invita Leon o Timo! Non deve essere il tuo migliore amico, ma magari vi divertite.” Niente da fare. Peggio: il tema è diventato tabù, non potevamo più parlarne. Lui alzava gli occhi al cielo. Anche se in buona fede, abbiamo sbagliato.
Koebke spiega: “I bambini non vogliono preoccupare i genitori. E se sentono dire sempre: ‘Esci con qualcuno, fai qualcosa!’, capiscono che i genitori percepiscono una mancanza in loro.” Una famiglia accogliente è fondamentale, sì – ma non basta.
“Durante l’adolescenza bisogna staccarsi dai genitori. E lì si apre un vuoto: dove sono i coetanei su cui contare?”
Le chiedo: avremmo potuto fare di più?
Koebke: “Gli avete dato sicurezza, opportunità di incontro con ragazzi con interessi simili, fuori dalla scuola. Non potevate fare di più.”
Sentirsi soli è importante
Koebke dice anche che provare solitudine in adolescenza è normale e persino necessario. Fa parte della ricerca di identità. “Chi si è sentito solo sviluppa il desiderio di avvicinarsi agli altri.”
Ma oggi non succede più così: lo smartphone è un simulatore di contatti. I bambini, dopo tante delusioni, diventano critici verso sé e gli altri.
“Preferiscono evitare la frustrazione”, dice Koebke. “Ma così finiscono solo per sentirsi ancora più soli.
Oggi nostro figlio ha 17 anni
Ha passato sei mesi in Canada, e lì ha fatto più amicizie in tre settimane che in tutta la sua vita. A scuola ora si sente bene, ma i suoi due amici li ha trovati altrove. Fanno sport insieme, passano ore al telefono: sono veri amici.
Sa che sto scrivendo questo testo. Gli ho letto alcuni passaggi. Parliamo di nuovo dell’argomento.
“Amore, ti sei sentito solo a scuola?”
“In quinta e sesta sì, è stato brutto. Per il resto… a volte sì, ma non sempre.”
“Perché, secondo te?”
“Forse ho un mindset diverso. Mi interessano tante cose, non solo il calcio o i videogiochi.”
“Quindi è stato brutto – ma non così brutto come pensavamo noi?”
“Mi avrebbe fatto piacere non accorgermi che vi preoccupavate tanto. Quando succede, ti chiedi: ‘Ho davvero bisogno di amici? Sto sbagliando qualcosa?’ E le battute in classe iniziano a pesarti di più.”
Nostro figlio è una persona incredibilmente positiva. Anche nel ricordare. Dice: “A dire il vero, me la sono sempre cavata bene anche da solo.”
Ma aggiunge: “Senza quei due amici, non ce la farei.”
L’autrice desidera restare anonima per proteggere suo figlio.
