Cyberbullismo: capire per accompagnare

LA REGIONE, 06.06.2026, Cidali Katiuscia

Cyber­bul­li­smo, social net­work e smart­phone: una sfida quo­ti­diana per ragazzi e fami­glie. Com­pren­dere il mondo in cui cre­scono i più gio­vani è il primo passo per rico­no­scerne i rischi, pre­ve­nire com­por­ta­menti dan­nosi e costruire un dia­logo effi­cace, senza demo­niz­zare la tec­no­lo­gia né vie­tarne l’uti­lizzo.

Può acca­dere che alcuni geni­tori, durante le serate di sen­si­bi­liz­za­zione orga­niz­zate dalla poli­zia, fini­scano per con­se­gnare il pro­prio tele­fono a uno sco­no­sciuto seduto accanto. Altri si met­tono a clic­care su fine­stre pop-up senza leg­gere, inven­tano nomi falsi, con­ce­dono auto­riz­za­zioni a caso pur di andare avanti. Suc­cede tutto nel giro di pochi minuti, sotto pres­sione, men­tre sullo schermo com­pa­iono un QR code da scan­sio­nare e una pagina piena di pul­santi, noti­fi­che e richie­ste con­fuse. «Cadono negli stessi errori dei ragazzi», rac­conta il com­mis­sa­rio Simone Caimi, respon­sa­bile del Gruppo Minori (GMin) della Poli­zia can­to­nale. «Con la dif­fe­renza che i ragazzi si muo­vono in que­sto mondo molto più velo­ce­mente». È da qui che par­tono molti incon­tri orga­niz­zati dalla poli­zia con i geni­tori con figli in età sco­la­stica: al posto di una lezione fron­tale sui peri­coli di inter­net, si intro­duce l’argo­mento con un espe­ri­mento pra­tico. Un pic­colo shock. Per­ché, spie­gano gli agenti, l’infor­ma­zione da sola serve a poco. «Se invece fai vivere un’emo­zione, quella resta nella memo­ria». Il risul­tato dell’eser­ci­zio è quasi sem­pre lo stesso. Gli adulti, con­vinti di essere più pru­denti dei figli, sco­prono di com­por­tarsi nello stesso iden­tico modo. Chie­dono aiuto a per­sone appena cono­sciute, clic­cano senza capire, si fidano troppo in fretta. Ed è lì che emerge il mes­sag­gio cen­trale delle serate: la rete non è un ter­ri­to­rio che i gio­vani attra­ver­sano da soli e che gli adulti pos­sono limi­tarsi a osser­vare dall’esterno.

Il bul­li­smo si è spo­stato in rete

Il cyber­bul­li­smo, oggi, nasce pro­prio den­tro que­sto spa­zio con­di­viso e con­ti­nua­mente con­nesso. «Il bul­li­smo c’è sem­pre stato», spiega il com­mis­sa­rio. «La dif­fe­renza è che oggi è quasi sem­pre ‘cyber’, è dif­fi­cile tro­varlo senza che ci sia un dispo­si­tivo; inol­tre adesso c’è una dif­fu­sione in tempo zero». Una presa in giro che un tempo rima­neva con­fi­nata in classe oggi può rag­giun­gere decine, cen­ti­naia di per­sone in pochi minuti. «Non esi­stono più muri di pro­te­zione», osserva. «Quando noi tor­na­vamo a casa, era­vamo nella nostra came­retta e lì nes­suno ci rag­giun­geva. Adesso que­sta inti­mità è vio­lata». Nell’uni­verso digi­tale gli ado­le­scenti sono sem­pre rag­giun­gi­bili, sem­pre espo­sti e sem­pre online. È que­sta espo­si­zione con­ti­nua uno dei peri­coli più grandi della rete.

Un aspetto che spesso non si con­si­dera è che anche fil­mare una scena può diven­tare parte del pro­blema. Nei casi di bul­li­smo, rac­conta Caimi, capita sem­pre più spesso che qual­cuno riprenda tutto con il tele­fono. E anche chi regi­stra senza inter­ve­nire entra nella rifles­sione edu­ca­tiva e inve­sti­ga­tiva. «Il magi­strato vuole capire cosa pas­sava nella testa del ragazzo che stava fil­mando», illu­stra il com­mis­sa­rio. «Magari bastava dire: “Ehi, fer­ma­tevi”».

Il lavoro della poli­zia in ambito mino­rile si muove soprat­tutto sul ter­reno della pre­ven­zione e della com­pren­sione. «Nel diritto penale mino­rile la san­zione non è uguale per tutti», afferma pro­vo­ca­to­ria­mente il com­mis­sa­rio. «È costruita sulla per­sona». Più che chie­dersi sol­tanto per­ché un ragazzo abbia fatto qual­cosa, gli ope­ra­tori cer­cano di capire chi fosse in quel momento, quanto fosse con­sa­pe­vole, quale livello di matu­rità avesse oltre che la sua situa­zione gene­rale.

L’impor­tanza del dia­logo

Per que­sto le serate dedi­cate ai geni­tori insi­stono soprat­tutto sul dia­logo. E il con­si­glio più sem­plice, para­dos­sal­mente, è anche il più dif­fi­cile: ammet­tere di non sapere. «Dire a un figlio “non lo so, spie­ga­melo” è un passo enorme». Secondo gli agenti, met­tere i ragazzi nella posi­zione di inse­gnare agli adulti come fun­zio­nano social, chat o piat­ta­forme digi­tali crea un rap­porto diverso. «Lui avrà la foga di rac­con­tarti il suo mondo», spiega il com­mis­sa­rio. «E non ti nascon­derà niente per­ché si sen­tirà coin­volto e con­si­de­rato».

È una visione che ribalta il clas­sico rap­porto adul­to­ra­gazzo: diventa una sorta di edu­ca­zione reci­proca e non più con­trollo da una parte e segre­tezza dall’altra. Que­sto non signi­fica rinun­ciare alle regole; alcune fami­glie scel­gono stru­menti con­creti: paren­tal con­trol, limiti di ora­rio, per­fino veri e pro­pri “con­tratti” per l’uso dello smart­phone. Ma anche in que­sto caso il con­si­glio for­nito ai geni­tori durante le serate è di costruire il “con­tratto” o le regole insieme e non imporre divieti dall’alto. «Sta­bi­lire insieme tempi, appli­ca­zioni con­sen­tite e con­se­guenze delle vio­la­zioni aiuta i ragazzi a sen­tirsi coin­volti e respon­sa­bi­liz­zati».

Nuove pre­oc­cu­pa­zioni e sce­nari com­plessi

Sul futuro, però, le pre­oc­cu­pa­zioni restano. L’intel­li­genza arti­fi­ciale e i dee­p­fake aprono sce­nari ancora più com­plessi. Video falsi, imma­gini mani­po­late e con­te­nuti creati arti­fi­cial­mente rischiano di ren­dere sem­pre più dif­fi­cile distin­guere ciò che è reale da ciò che non lo è, anche per la poli­zia. «Una volta il video era la prova regina», osserva il com­mis­sa­rio. «Adesso comin­ciamo a porci delle domande». Anche per la poli­zia è impor­tante veri­fi­care atten­ta­mente que­sto tipo di con­te­nuti, che oggi pos­sono essere facil­mente mani­po­lati o per­sino gene­rati con l’intel­li­genza arti­fi­ciale. Per que­sto, di pari passo con l’evo­lu­zione delle tec­no­lo­gie, si aggior­nano anche i sistemi infor­ma­tici e le com­pe­tenze digi­tali delle forze dell’ordine. Pro­prio que­sta con­ti­nua evo­lu­zione dimo­stra però che demo­niz­zare la tec­no­lo­gia o fin­gere che non esi­sta non può essere la solu­zione: «Non si può dire: basta inter­net, basta intel­li­genza arti­fi­ciale. Le bar­ri­cate non fun­zio­nano». La vera sfida, piut­to­sto, è impa­rare a stare in que­sto mondo senza esserne tra­volti. «Se hai dei figli», con­clude il com­mis­sa­rio, «prima o poi devi poter dire: so di cosa sta par­lando mio figlio». È forse que­sto il cuore del pro­blema digi­tale con­tem­po­ra­neo: invece di con­trol­lare tutto, è impor­tante restare abba­stanza vicini da con­ti­nuare a capirsi ed edu­care.

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