Docenti nel mirino

LA DOMENICA, 29.01.2023, Stern Andrea / Cimma Sommaruga Giorgia 

Insulti, minacce, vandalismi e violenze Due insegnanti su tre sono vittime di allievi o genitori «La scuola è vista come un servizio in cui il cliente ha sempre ragione» 

Due insegnanti su tre hanno già subito episodi di violenza. Non per forza un pugno in faccia, come accaduto l’anno scorso a un docente del Centro professionale commerciale di Locarno. Ma anche le pressioni, gli insulti e le minacce possono pesare, ferire, opprimere fino al punto da condurre in un vicolo cieco al termine del quale c’è chi, purtroppo, ha visto quale via d’uscita unicamente quella più tragica. 

«Ci sono docenti che hanno delle remore a condividere con i colleghi le pressioni o le violenze che subiscono – osserva Daniele Bianchetti, già direttore della Scuola media di Locarno 1 e presidente del collegio dei direttori di scuola media -. Magari temono di passare per inadeguati, si fanno dei sensi di colpa, si vergognano. Non si rendono conto che il silenzio danneggia in primo luogo loro stessi. Quando sorge un problema deve essere affrontato immediatamente e in maniera compatta. È l’unione a fare la forza». 

Gomme tagliate e minacce velate 

A condizione che la vittima trovi il coraggio di chiedere aiuto. «Anche a me è capitato che un allievo tagliasse le gomme dell’automobile – confessa un docente di matematica di una scuola media del Luganese, che chiede di rimanere anonimo -. Ma non ho denunciato l’episodio. Non sarebbe servito a nulla. Si trattava di un ragazzo con difficoltà relazionali, che viveva una situazione di grande disagio. Per me quella non è stata violenza». 

Lo stesso docente racconta di quella volta in cui fu «mandato a quel paese» da un’alunna e di quell’altra volta in cui un’altra allieva, dopo essere stata bocciata, non gli strinse la mano ma gli sussurrò: «mio fratello è campione di mobbing». Il docente ci rimase di stucco. «Potrebbe sembrare una frase banale, ma era stata pronunciata al termine di un anno in cui c’erano stati moltissimi problemi in classe, quella stessa ragazza aveva aggredito fisicamente più persone – ricorda -. Io provai una sensazione stranissima, chiamai subito a casa e dissi a mia moglie di chiudersi dentro, temevo che succedesse qualcosa». 

Non successe nulla. E oggi il docente in questione relativizza pure quell’episodio. «La vera violenza non arriva dagli allievi – dice – ma piuttosto da quei colleghi che di fronte a situazioni del genere puntano il dito contro di te invece di sostenerti». 

Genitori, principali aggressori 

Il 15% dei docenti interpellati nell’ambito del recente studio dell’associazione mantello degli insegnanti svizzeri (Dachverband Lehrerinnen und Lehrer Schweiz LCH) ha dichiarato di aver subito violenze da parte dei colleghi. I principali aggressori restano però gli allievi (34%) e soprattutto i genitori (36%). 

«C’è chi millanta amicizie altolocate pronte a intervenire nel caso in cui al figlio non venisse assegnata la nota desiderata e c’è pure chi esercita pressioni affinché vengano dati meno compiti – racconta, anch’egli in forma anonima, un altro docente di scuola media del Luganese -. Non mi è mai capitato di subire violenze fisiche ma purtroppo negli ultimi anni è venuto sempre meno il rispetto per la figura del docente». 

La scuola, aggiunge un collega, non è più vista come un’istituzione bensì come un dispensatore di servizi. «Gli allievi si sentono dei clienti che usufruiscono di questi servizi – dice – e, si sa, il cliente ha sempre ragione ». 

Se il figlio riceve un’insufficienza non è perché ha sbagliato le risposte ma perché la scuola non è riuscita a cogliere il suo potenziale, nella visione oggi preponderante. 

Pressioni anziché sostegno 

«Sempre più spesso i genitori mettono in discussione l’operato della scuola prima di analizzare l’operato del figlio – sostiene Adriano Merlini, docente al Liceo Lugano 1 e presidente del comitato docenti VPOD -. Questo rende più difficile il compito dell’insegnante, che avrebbe bisogno del supporto della famiglia. Non sto dicendo che l’insegnante ha sempre ragione, ma solitamente sta solo cercando di fare il meglio possibile il suo lavoro ». 

A peggiorare la situazione sarebbe, secondo Bianchetti, il deterioramento della situazione economica. «Le pressioni da parte dei genitori si accentuano al momento in cui i loro figli devono entrare nel mondo del lavoro – afferma -. Sono pressioni su tre livelli. C’è chi si limita a implorare l’insegnante di aiutare il figlio a esaudire i propri desideri. C’è chi mette in discussione il metro di valutazione utilizzato dalla scuola. Infine c’è chi assume un atteggiamento più aggressivo. Questi ultimi, intermini percentuali, non sono molti. Però chiaramente il docente deve essere in grado di affrontarli. Per questo è importante che non si senta solo, che sappia di poter contare sui colleghi e sulla direzione». 

Dialogo e mediazione 

Non tanto per difendersi – i casi di violenza con conseguenze fisiche sono molto rari – ma piuttosto per elaborare la situazione e trovare una soluzione. «Discutendo insieme ai docenti mi è capitato di rendermi conto che magari le osservazioni dei genitori non era poi così fuori luogo – spiega Bianchetti -. Insieme abbiamo quindi cercato la mediazione, abbiamo ragionato su come uscirne. Devo dire che in vent’anni di direzione a Locarno, non abbiamo mai avuto un solo ricorso. Proprio perché abbiamo sempre cercato un dialogo con le famiglie, anche quelle più problematiche, ma allo stesso tempo abbiamo fatto loro capire che il docente e la scuola si assumevano le proprie responsabilità». 

La trasparenza permette di ridurre i conflitti. «È anche importante che tutti si sentano considerati – prosegue Bianchetti -. Per questo noi abbiamo sempre consigliato ai docenti di far riempire agli allievi, ogni tre o quattro mesi, un formulario anonimo nel quale esprimere il proprio giudizio sul clima in classe. Questo consente agli allievi di comunicare eventuali problemi e di sentirsi partecipi. Mentre il docente ha la possibilità di valutare la situazione ed eventualmente introdurre dei correttivi». 

Chissà, magari un formulario simile potrebbe dare voce anche ai genitori prima che siano tentati di intervenire in maniera incivile. 

Paola Mäusli-Pellegatta responsabile servizio LINEA 

«Questi risultati non stupiscono Ma se oggi emergono più casi è perché se ne parla senza vergogna» 

Nel 2013 il Consiglio di Stato ha istituito il servizio «LINEA: sostegno ai docenti in difficoltà e promozione del benessere» per rispondere alla tematica del disagio nella scuola. 

Paola Mäusli-Pellegatta, docente ed esperta di ingegneria della formazione continua, ne è la responsabile. 

Signora Mäusli-Pellegatta, è rimasta stupita dai risultati dello studio zurighese? 

«Questi risultati non mi stupiscono se penso alla grande quantità di contatti che i docenti hanno giornalmente nella loro attività lavorativa. Il mestiere del docente è complesso e ad alto impatto relazionale». 

Impressiona pensare che tra i 6.500 docenti interpellati due su tre abbiano subito violenza. 

«Non ho ancora letto nel dettaglio lo studio. Ma credo che se oggi emergono più casi è anche perché si può parlarne senza vergogna». 

Non c’è un aumento di violenza nelle scuole? 

«Non si può negare che ci siano casi di violenza, soprattutto psicologica e verbale. Ma dal nostro osservatorio non vediamo una escalation in Ticino. Non mi pare il caso di parlare di allarme». 

Quanti docenti vi contattano? 

«Parecchi. Ma le richieste sono principalmente legate al sovraccarico di lavoro, alla difficoltà di adattarsi ai cambiamenti di programma, a certe situazioni personali che intervengono magari in un momento già stressante del calendario scolastico». 

Nessuno denuncia casi di violenza? 

«Sì, ma a parte i casi di cui ha riferito la stampa si tratta essenzialmente di violenza psicologica e verbale da parte di alcuni genitori che adottano un linguaggio offensivo o comportamenti che vanno oltre la posizione che dovrebbero mantenere». 

Quindi il problema sono solo i genitori? 

«Abbiamo anche casi di allievi che si comportano in maniera inadeguata. Poi ci sono effettivamente situazioni di relazioni conflittuali con i colleghi o con la direzione. Ma in generale non ho la percezione che la situazione sia allarmante». 

Nulla di preoccupante? 

«Sono infastidita quando vedo maleducazione e non accetto la violenza psicologica e verbale. Sarei preoccupata se ogni mese ricevessi una decina di chiamate di docenti che mi dicono: non ne posso più della violenza, i genitori mi insultano, i bambini sputano davanti a me. Ma non è così». 

Quando un docente vi contatta, voi come intervenite? 

«Il team LINEA fornisce sostegno psicologico, attività di mediazione tra i diversi partner, formazione continua sulla gestione dei colloqui difficili e dei conflitti e sullo sviluppo di relazioni interpersonali positive». 

I docenti non hanno paura a parlare? 

«In Ticino abbiamo circa 6.000 docenti. Noi del team LINEA e degli altri servizi ne incontriamo tantissimi. Non mi sembra abbiano paura a esprimersi sul loro disagio». 

Quindi non crede che molti episodi di violenza rimangano sommersi? 

«Non so dire se e quanti casi restino sommersi. So che se un docente è vittima di violenza ha a disposizione servizi e persone pronti ad accogliere la sua sofferenza.I colleghi, la direzione, il servizio di sostegno pedagogico, che è a disposizione anche dei docenti, mentre nelle scuole professionali e superiori c’è la figura del mediatore. E poi ci siamo noi. Il docente non è solo». 

Quando medici, preti e maestri avevano (molta) più autorità 

Guardando alle recenti ricerche sugli atteggiamenti violenti a scuola, Luca Bertossa, responsabile scientifico inchieste federali fra la gioventù ch-x, riflette su alcuni quesiti di partenza. «La prima domanda da porsi concerne a mio avviso l’oggettività del dato relativo all’aumento degli atteggiamenti violenti. Si tratta di un aumento oggettivamente quantificabile? Se sì, è un aumento significativo? O è piuttosto un aumento percettivo dovuto ad una maggiore trasparenza a ragione di una maggiore disponibilità alla denuncia da parte di chi subisce l’atto violento o addirittura ad una voglia di apparire da parte di chi questo atto lo mette in pratica, postando sui socialmedia il proprio «eroismo»? O è un aumento percettivo dovuto alla concentrazione di diversi avvenimenti in un breve lasso di tempo? Probabilmente è un insieme delle diverse cose: detto in altri termini, se vi è da un lato un aumento del clima violento nelle scuole, questo aumento viene ulteriormente enfatizzato dal fatto che questa violenza viene fatta pubblica con una maggiore frequenza rispetto al passato». 

La violenza e la società 

Inoltre, osserva ancora il responsabile scientifico, «in una società nella quale la violenza verbale è costantemente presente e la soglia della parolaccia e dell’insulto all’altro è regolarmente superata senza che vi sia nessuna sanzione – basta seguire una qualsiasi discussione sui socialmedia, o alcuni talkshow televisivi -, l’utilizzo della violenza verbale (e purtroppo in alcuni casi fisica) a livello scolastico nei confronti dell’autorità non si discosta sostanzialmente da quanto avviene in un ambito più ampio, anzi, lo rispecchia nel suo piccolo». E infatti anche a livello macro chi utilizza la violenza verbale spesso non è sanzionato, anzi, per molti è un’occasione per ottenere l’attenzione di un auditorio. «Ebbene, se si passa a livello scolastico, per molti, magari per chi ha difficoltà nel risolvere dei conflitti in maniera dialettica, l’insulto (o peggio) può essere la via percorsa». E allora ci sarebbe da chiedersi: il povero insegnante deve essere
l’agnello sacrificale? «Beh – osserva Bertossa- qui entriamo nel vecchio discorso della perdita del ruolo autoritario di chi rappresenta le istituzioni. Nella comunità, in passato, le tre figure di riferimento erano il medico, il prete e
l’insegnante. Figure da rispettare, perché in primis avevano una qualificazione oggettivamente superiore a quella dei loro compaesani, e poi perché c’era una situazione comunitaria in cui erano conosciuti personalmente pressoché da tutti». 

Tutto cambia 

Ora le cose sono ben diverse. «La spersonalizzazione di queste figure – osserva Bertossa -, la scomparsa della classica vita comunitaria (vita, lavoro e tempo libero nel medesimo luogo, con una cerchia ristretta di persone) e la messa in questione delle istituzioni di chiesa, scuola come ambito formativo e medicina (addirittura della medicina, vedi posizioni di esperti da tastiera sul COVID) fa sì che coloro i quali le rappresentano siano attaccabili, senza a prima vista temere delle sanzioni. Anche l’insegnante ha così perso quella patina autoritaria che, se si vuole, lo proteggeva». 

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