Tages-Anzeiger, 19 agosto 2026, Kedves
Che cosa dovremmo ancora insegnare a noi stessi e ai nostri figli, se tanto l’intelligenza artificiale sarà presto in grado di fare tutto meglio di noi? L’esperto di formazione Stefan Wolter parla della capacità più importante del futuro.
La formazione nelle materie scolastiche tradizionali potrebbe rivelarsi un retaggio inutile nell’era dell’intelligenza artificiale: è questo il timore di molti. L’esperto Stefan Wolter parla della provocazione rappresentata da un’IA onnisciente e del fatto che per la mediocrità, in tutti gli ambiti, ci sarà sempre meno spazio. Proprio per questo, però, il pensiero chiaro e una solida conoscenza specialistica acquisteranno valore, sostiene il direttore del Centro di ricerca sull’economia dell’istruzione dell’Università di Berna.
Signor Wolter, l’IA sta facendo progressi rapidissimi. Vale ancora la pena per gli studenti acquisire conoscenze e competenze, se presto l’IA sarà in grado di fare tutto meglio?
Per molti aspetti è già oggi migliore dell’essere umano. Persino a livello di ricerca non è più possibile distinguere l’uomo dall’IA: si possono simulare in modo estremamente realistico persino le indagini qualitative e, nell’analisi dei dati, l’IA è almeno altrettanto brava dell’uomo, oltre a essere più veloce. Ma non è questo il punto.
E qual è allora il punto?
Sono le capacità necessarie per utilizzare l’IA in modo produttivo. A mio avviso, alcune qualità fondamentali hanno addirittura acquistato un valore enorme.
Quali qualità fondamentali?
Se non ci si esprime correttamente, l’IA si inventa qualcosa. La logica, la costruzione della frase e la scelta delle parole in un prompt devono essere corrette. Anche un errore di virgola che modifica il significato può portare l’IA a fornire una risposta sbagliata. Ma se non si è capaci di leggere criticamente, non ce ne si accorge nemmeno. Gli errori di ortografia, invece, non hanno importanza. Tra l’altro, vedo persino tra i dottorandi che i pensieri non vengono messi per iscritto in modo corretto. A scuola bisogna prestare maggiore attenzione proprio a questo aspetto.
A che cosa bisogna fare attenzione?
Oggi nell’istruzione prevale il principio del «tutto va bene». Per esempio, utilizzare parole più o meno appropriate è diventato quasi la norma: gli insegnanti dicono: «La parola corretta sarebbe un’altra, ma va bene anche la tua», secondo il principio: «Capisco cosa volevi dire». Ma questo atteggiamento permissivo non funziona quando si utilizza l’IA, perché l’IA non è in grado di comprendere il significato nel modo in cui lo fa una persona.
Chi non ha imparato a leggere un testo in profondità, a sua volta, non si rende conto che il proprio prompt non è stato compreso. Inoltre, per la maggior parte degli studenti l’uso dell’IA per imparare deve avvenire sotto supervisione, affinché si eviti di delegare il pensiero alla macchina. Anche i compiti a casa, se vengono eventualmente svolti con l’IA senza controllo, perdono quindi di senso.
Negli uffici l’IA farà presto quasi tutto da sola, dai compiti di statistica alle traduzioni. La scuola dovrebbe quindi abbandonare le materie STEM e le lingue straniere e concentrarsi soprattutto sul tedesco e sulla filosofia?
In tutte le materie vale lo stesso principio: solo chi possiede conoscenze specialistiche molto solide è in grado di riconoscere le connessioni, immaginare nuove combinazioni tra argomenti, porre le domande giuste o anche solo interpretare correttamente le risposte di ChatGPT.
L’esperienza assume ora un’importanza ancora maggiore, e questo è un vantaggio per l’essere umano. Gli uffici di traduzione, per esempio, oggi lavorano praticamente tutti con traduzioni automatiche seguite da un controllo umano. La traduzione automatica è generalmente già eccellente. Ma questo significa anche che le conoscenze linguistiche richieste all’essere umano saranno piuttosto più elevate che inferiori: altrimenti la persona non sarebbe più in grado di generare alcun valore aggiunto. In realtà, dunque, le conoscenze specialistiche diventano sempre più importanti.
Davvero, anche se l’IA prepara in un attimo la lista degli stipendi?
Ci sono due sviluppi. Da un lato, in quasi tutti i settori esistono attività di media difficoltà, come la programmazione software, i processi contabili o le ricerche giuridiche: compiti che le persone imparano attraverso diversi anni di formazione. Ora, però, anche persone senza alcuna conoscenza preliminare possono svolgere gli stessi compiti con l’aiuto di uno strumento di IA, ottenendo risultati altrettanto buoni.
E qual è la seconda tendenza?
I veri geni possono produrre, grazie all’IA, un notevole valore aggiunto a un livello superiore. Un avvocato di grande fama mi ha raccontato che oggi i clienti arrivano già con una bozza di contratto di 50 pagine, grazie all’IA. I suoi praticanti spesso non sono in grado di riconoscere né il potenziale di miglioramento di quel contratto né le sue insidie. Soltanto un senior partner con vent’anni di esperienza riesce a farlo.
Non servono quindi soltanto meno praticanti: grazie al lavoro preliminare svolto dall’IA, l’avvocato di alto livello ha anche guadagnato molto tempo e può quindi accettare più incarichi. Incarichi che, di conseguenza, non verranno affidati ad avvocati meno bravi.
Chi è eccellente ne trae vantaggio, mentre gli altri restano indietro?
Già nel 1981 l’economista statunitense Sherwin Rosen aveva parlato della «Economics of Superstars»: un’era economica nella quale un piccolo gruppo di persone particolarmente brave riesce ad accaparrarsi un numero enorme di incarichi, lasciando ben poco spazio alla mediocrità. Anche l’economista premio Nobel Paul Krugman ha parlato di una società «Winner Take All», in cui il vincitore prende tutto.
Come esempio aveva citato la cantante pop Madonna, che grazie alla tecnologia — dischi, CD — poteva raggiungere un pubblico enorme. Di conseguenza, restava una fetta più piccola della torta per gli altri musicisti.
Ora, grazie all’IA, una simile possibilità di moltiplicare la propria produttività si estende a settori completamente diversi, come la consulenza aziendale o le professioni legali. Per la mediocrità ci sarà sempre meno spazio.
Ci stiamo dirigendo verso una società a due classi, nella quale alcuni «superstar» ottengono tutto e il resto rimane in difficoltà?
Il rischio esiste. Ma forse nascerà anche il Paese dell’abbondanza di Elon Musk, chissà. (ride)
Secondo Musk, presto il lavoro diventerà opzionale e il denaro irrilevante; grazie a un’IA potentissima e ai robot, si aprirà un’era di abbondanza per tutti.
Beh. Quello che direi oggi ai giovani è questo: in entrambi questi possibili mondi sopravviverai peggio se non sai fare nulla o sai fare molto poco. Saper fare molte cose non garantisce di certo l’ascesa sociale, ma non saper fare nulla non porta vantaggi in nessuno scenario.
Che cosa dovrebbero fare le scuole?
Mostrare che, utilizzando correttamente l’IA, si possono acquisire conoscenze e provare la soddisfazione di ottenere un risultato.
All’inizio delle lezioni assegno regolarmente ai miei studenti un compito difficile che possono risolvere con ChatGPT. Si rendono allora conto che, senza conoscenze specialistiche, ottengono una risposta prolissa e in parte inutilizzabile. Solo con conoscenze specialistiche si può ottenere, attraverso l’IA, una risposta di valore.
In futuro ci saranno molti lavori nei quali sarà richiesta proprio una simile collaborazione con l’IA.
L’uso dell’IA nell’insegnamento scolastico dovrebbe quindi essere incoraggiato?
Sì. E, a mio parere, anche le alte scuole pedagogiche hanno il dovere di insegnare come utilizzare l’IA nella scuola.
Questo non è ancora stato recepito ovunque — così come, del resto, non è stata ancora pienamente compresa la pressione crescente sulla fascia media.
Considero fatale il consiglio, apparentemente innocuo, che si dà ai giovani: «Segui il tuo sogno, fai ciò che ti dà gioia».
Perché?
La gioia è una cosa bella; senza alcun piacere per il proprio lavoro, probabilmente si fallirà. Ma la gioia da sola non basta.
Lo dico nel modo più diretto possibile: bisognerebbe cercare qualcosa in cui si è relativamente più bravi della maggioranza.
Non esiste un’alternativa alla società competitiva, alla «società dei gomiti»?
Mah, avere uno sguardo lucido sulle proprie capacità è anche meglio per il giovane. Perché se le sue capacità non corrispondono al lavoro che sceglie, questo porta spesso a frustrazione e ad abbandonare la scuola o la formazione professionale già nel primo anno, come dimostrano i nostri studi.
Naturalmente non tutti i ragazzi potranno in seguito occupare una posizione di vertice: sarebbe illusorio pensarlo. Ma in una città più grande, per esempio, c’è spazio anche per diversi cuochi molto bravi.
Trovo un peccato che molti non tengano conto del proprio profilo di competenze, che potrebbe essere individuato attraverso dei test, e che in seguito falliscano.
La pressione costante verso il successo e l’economia delle superstar non rischiano di provocare gravi squilibri nella società?
A lungo termine guardo con fiducia al mondo del lavoro.
Primo: il sistema educativo, concentrandosi sulle competenze invece che sull’apprendimento mnemonico, si è mosso nella direzione giusta. E questo processo era iniziato molto prima dell’IA.
Secondo: si è visto che i lavori possono cambiare. Prendiamo il profilo professionale degli impiegati di commercio, che oggi è completamente diverso da quello del 1995. All’epoca si temeva che, con l’avvento dei personal computer, quella professione sarebbe scomparsa. Invece il settore si è adattato ed è tuttora la formazione professionale con il maggior numero di apprendisti.
Terzo: molto probabilmente nasceranno nuove professioni di cui oggi non sospettiamo nemmeno l’esistenza. È sempre accaduto durante le grandi trasformazioni.
Ma…
Ma?
La fase di transizione può essere lunga e buia.
Può darsi che una persona abbia studiato economia, giurisprudenza o un’altra disciplina per sei anni e che tutto questo si riveli tempo sprecato, perché nel frattempo sono diventate necessarie competenze completamente diverse.
In quel caso spetta alla politica e alle istituzioni educative sostenere queste persone e offrire loro opportunità sensate di riqualificazione, in modo che il minor numero possibile di persone rimanga escluso.
È anche per questo che consiglio ai giovani di imparare il più possibile a scuola e, soprattutto, di sviluppare al massimo la capacità di imparare in sé e per sé: è qualcosa che ripaga.
Stefan Wolter, economista dell’istruzione direttore del Centro di ricerca sull’economia dell’istruzione dell’Università di Berna.
