Geni in sciopero della fame

NZZ am Sonntag – 30.11.2025, Witte

Finora si dava la colpa ai genitori dei bambini affetti da anoressia. Per le terapie, le famiglie venivano quindi spesso separate. Oggi si sa: questo è l’approccio sbagliato.

«State esercitando troppa pressione! È questo che ha fatto ammalare vostra figlia», disse la psichiatra. «Una cosa del genere non viene fuori da sola», dissero gli amici. Qualcosa doveva pur essere successo. Martina S. ha sentito queste accuse più e più volte, otto anni fa. Allora la figlia quindicenne aveva appena ricevuto la diagnosi di anoressia. «Mi sentivo in colpa», racconta.

A contribuire a questo sentimento vi è stato anche il modo in cui lei e il marito erano stati trattati in clinica. Due volte alla settimana, per un’ora – oltre non potevano visitare la figlia. «Mi sembrava una cattiveria», racconta Martina, che non vuole che il suo nome completo appaia nella «NZZ am Sonntag». «Mia figlia era disperata, e le si toglieva l’unico sostegno che le era rimasto, cioè noi.»

Il proprio figlio digiuna, la causa è un disturbo psicologico. Come madre o padre ci si chiede: cosa ho fatto di sbagliato, cosa avremmo potuto fare meglio? Per decenni anche il mondo medico attribuiva una corresponsabilità alle famiglie coinvolte: venivano spesso ammonite dicendo che erano loro a portare la responsabilità principale per la sofferenza dei figli.

Questo atteggiamento ha avuto conseguenze anche sulla terapia dell’anoressia, come i professionisti chiamano questo disturbo. In molte cliniche si riteneva necessario sottrarre i bambini all’influenza presumibilmente nociva dei genitori. Si arrivava persino a proibire i contatti, come accaduto a Martina S. Oggi, fortunatamente, questi metodi drastici sono considerati superati. Perché ora si sa: la famiglia è solo una delle molte cause che contribuiscono all’anoressia. Può perfino esercitare un’influenza positiva sul decorso della malattia e svolgere un ruolo importante nella guarigione. Per questo in molte cliniche si cerca ormai di coinvolgere i genitori come co-terapeuti nel trattamento.

Una malattia fatta di molti pezzi del puzzle

L’idea che i genitori siano principalmente responsabili dell’anoressia di un figlio risale alla fine del XIX secolo. All’epoca il neurologo Jean-Martin Charcot sosteneva che i bambini anoressici dovessero essere separati da padre e madre, e così avrebbero avuto migliori possibilità di guarire. Il medico non fornì alcuna giustificazione scientifica, ma descrisse in modo impressionante giovani ragazze che sarebbero guarite rapidamente senza i genitori.

Negli anni Settanta le idee di Charcot tornarono popolari grazie alla psicoanalista Hilde Bruch, convinta che solo lontano dalla famiglia le ragazze anoressiche potessero imparare a percepire i propri bisogni.

Da allora sono stati condotti diversi studi a lungo termine in cui i ricercatori hanno seguito famiglie per anni. È così diventato più chiaro in quali condizioni nasce l’anoressia. Il risultato: la predisposizione alla malattia è in gran parte ereditaria. Il fatto che la malattia si manifesti o meno dipende da molti fattori che si combinano come pezzi di un puzzle: esperienze psicologicamente stressanti; i social network che fanno credere al bambino che solo la magrezza sia desiderabile; oppure una dieta, che spesso segna l’inizio dell’anoressia.

Le condizioni familiari possono certamente avere un ruolo, ma sono solo un pezzo del puzzle. Possono contribuire all’insorgere della malattia situazioni in cui i genitori trasmettono fin da piccoli l’idea che non esista una figura di riferimento stabile, qualcuno sempre presente, che consola, ama e sostiene. Oppure quando genitori o fratelli spingono un bambino a dimagrire o lo prendono in giro per il suo aspetto.

Un’anoressia è favorita anche dalla presenza di un disturbo alimentare nella madre. In tali condizioni per i bambini è difficile sviluppare un rapporto sano con il cibo e con il proprio corpo. Lo stesso vale per abusi o maltrattamenti in famiglia. Non è invece stato possibile confermare il sospetto che aspettative troppo alte o perfezionismo dei genitori favoriscano l’insorgere dell’anoressia.

Negli anni Ottanta si è arrivati infine alla convinzione che sia troppo riduttivo attribuire la responsabilità solo a madre e padre. Il problema riguardava piuttosto l’intero sistema familiare. In una «tipica famiglia anoressica», secondo l’insegnamento di allora, i bambini erano iperprotetti e vigevano regole rigide. I conflitti venivano evitati. In quel periodo si iniziò per la prima volta, in Inghilterra e negli Stati Uniti, a coinvolgere i genitori nel trattamento. Nacque così la cosiddetta terapia basata sulla famiglia, la FBT.

La terapia familiare (FBT)

Una terapia familiare basata sulla FBT dura oggi diversi mesi e funziona così: i genitori vanno regolarmente dallo psichiatra o dallo psicologo e imparano dai terapeuti a fare a casa quello che altrimenti farebbe il personale clinico: assicurarsi che il figlio mangi e aumenti di peso. Mostrano comprensione per i suoi problemi e lo aiutano a gestire i sensi di colpa. Nel corso della terapia, il bambino ricomincia lentamente a prendersi da solo la responsabilità dei propri pasti.

Rispetto ad altre forme di trattamento, la FBT è più efficace. Questo è stato dimostrato da ricercatori in Inghilterra e negli Stati Uniti già negli anni Ottanta e Novanta. Molti bambini aumentano di peso più rapidamente, e anche i sintomi tendono a scomparire prima. Da anni la FBT è quindi raccomandata nelle linee guida come terapia di prima scelta – ma non è offerta in modo uniforme né in Svizzera né in Germania.

I terapeuti vanno dai bambini

Beate Herpertz-Dahlmann, già direttrice della psichiatria infantile e adolescenziale della clinica universitaria di Aquisgrana, ritiene che aiuti ancora di più intensificare ulteriormente la collaborazione con i genitori. È favorevole al cosiddetto home treatment: qui non sono più i bambini ad andare dai terapeuti, ma i terapeuti a visitarli in casa, inizialmente più volte alla settimana.

Questo stretto contatto permette ai professionisti di riconoscere presto gli ostacoli alla guarigione. È un grande vantaggio, dice Herpertz-Dahlmann, perché spesso i bambini riescono a ingannare le famiglie. La dottoressa ricorda, per esempio, una ragazza che aveva convinto la famiglia a usare solo stoviglie per bambini, così da servire porzioni più piccole. Un’altra arrivava ai pasti solo dopo essere salita e scesa cinque volte per le scale, per bruciare calorie. I terapeuti possono aiutare i genitori a impedire questi trucchi.

Un altro vantaggio è che i terapeuti hanno più opportunità di parlare da soli con i bambini fin dall’inizio. Christoph Correll, direttore della clinica di psichiatria infantile e adolescenziale della Charité di Berlino, considera l’home treatment una buona idea. «Ma», dice, «l’efficacia del trattamento familiare è meglio documentata.» La cosa più importante è che la FBT venga finalmente offerta ovunque.

Il problema è che finora ci sono troppo pochi terapeuti specializzati in grado di svolgere questo tipo di trattamento. Inoltre, in Germania le casse malati non coprono generalmente i costi – e in Svizzera la situazione è simile. Per cambiare questo, Correll e 23 cliniche tedesche hanno avviato uno studio per dimostrare nuovamente che la FBT è almeno equivalente a un trattamento ospedaliero.

I genitori non sono i “colpevoli”, ma “aiutanti preziosi”

«Purtroppo questo messaggio non sembra essere arrivato ovunque, soprattutto nelle cliniche più piccole», dice Martina S., la madre della ragazza anoressica, che oggi coordina un gruppo di autoaiuto. «Quasi ogni volta che i genitori mi chiedono consiglio, raccontano di sensi di colpa e di restrizioni alle visite. La motivazione? Il bambino deve stare lontano da casa, perché è lì che si è ammalato.”

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