LA REGIONE, 26.05.2026, Reali
Calo demografico e difficoltà di partecipazione alla vita sociale: «La Regione» intervista Ennio Ripamonti (SUPSI) – «Le istituzioni devono sapere coinvolgere».
Il potenziale trasformativo dei giovani – ovvero la possibilità di innescare un cambiamento – è tanto, ma il loro numero rispetto al totale della popolazione li rende una minoranza. Basti pensare che, nel 2025, l’Ufficio di statistica del Cantone Ticino ha delineato per i giovani tra i 15 e i 39 anni un quadro demografico caratterizzato da un calo delle nascite e da una forte mobilità. Leggasi: ragazzi che vanno altrove in cerca di migliori opportunità. In occasione del decimo anniversario della rivista Iride, che tratta temi di economia, sanità e sociale, della Supsi, abbiamo intervistato il professor Ennio Ripamonti, psicosociologo e docente presso l’università, proprio riguardo al suo contributo all’interno della rivista, dal titolo: ‘GenZ: il potenziale trasformativo di una generazione minoritaria e necessaria’.
‘Essere una minoranza non è un vantaggio’: ci spieghi in quale ottica definisce la GenZ una minoranza.
È chiaramente un’affermazione dal sapore provocatorio, ma è un dato reale, strutturale. Il numero di giovani europei, soprattutto del Sud Europa, come Italia o Ticino, ha un basso tasso di natalità e una lunga speranza di vita. Questo porta al fatto che ci siano fondamentalmente molti meno giovani che nelle generazioni precedenti, i baby boomers appartenevano a una generazione molto più numerosa. Questo vuol dire che, di conseguenza, anche la massa critica era più grande, e se la massa critica è più grande, ha maggiore influenza sotto tantissimi aspetti sociali e non. Quando si affronta il tema della GenZ in Occidente, al contrario di Asia o Africa dove i giovani producono grande impatto sulla società, il fatto che ci siano pochi adolescenti pone questa categoria in una condizione di minor potere.
A quali temi i giovani di oggi sono particolarmente sensibili?
Ne sappiamo tanto, perché vengono fatte continuamente ricerche. Questo è il paradosso delle minoranze: sono spesso le più studiate, analizzate. Dalle ricerche, emergono principalmente le seguenti cose: è una generazione che ha forte senso civico, particolare attenzione ai valori della sostenibilità ambientale (molto più dei millennials), sono cresciuti nel mondo digitale, (che è contemporaneamente punto di forza e punto di debolezza), presentano una forte attenzione ai diritti civili e sociali. Inoltre, si nota una forte tendenza e apertura all’esplorazione, al cambiamento, alla formazione fuori dai propri limiti geografici. Parlando invece delle criticità si notano una maggiore precarietà lavorativa, una grande disillusione politica (anche se ci sono segnali di ripresa) e un disincanto verso il mondo classico dei partiti politici di massa, non come disimpegno vero e proprio, perché magari non votano, ma sono molto partecipi nella vita associativa o nel volontariato.
Inoltre, c’è una certa difficoltà a immaginare il futuro. Questo, mi permetto di dire, non è strettamente legato ai giovani, quanto più ai tempi: viviamo immersi in una narrativa molto negativa. Le guerre, la crisi economica, l’insicurezza del futuro, che non è più una promessa, piuttosto una minaccia. Registrata dalle ricerche è anche la sofferenza psicologica, la fatica a stare in questo mondo performativo è sempre maggiore, e questo sviluppa malessere e chiusura in sé stessi.
Nel testo scrive che “i giovani non sono sempre esistiti, ma sono stati inventati”: secondo lei, oggi, stiamo “reinventando” cosa significa essere giovani?
È come se ogni società reinventasse le età. L’età della vita è un dato biologico: nel Rinascimento la speranza di vita era intorno ai 50 anni, oggi è molto più alta.
A mio parere, le età maggiormente reinventate sono quella giovanile e l’anzianità. L’età giovanile si allunga: si diventa adulti (nel senso di autonomi, con una famiglia, o dei figli) più tardi. L’arco della giovinezza, quindi, si dilata.
Lo stesso vale per l’anzianità, che si ridefinisce totalmente: i 70 anni dei nostri nonni non corrispondono affatto ai nostri 70.
Nella parte finale si parla di “partecipazione sostanziale”, cioè giovani che non vengono solo ascoltati ma che progettano e decidono davvero: le viene in mente un progetto che fa questo nel concreto?
In una società in cui i giovani sono numerosi è più probabile che la loro partecipazione possa produrre cambiamento. Oggi siamo in un contesto decisamente diverso. Non è un’epoca di mobilitazione, se non su grandi temi come la guerra e il cambiamento climatico. Per questa ragione le istituzioni pubbliche sono chiamate a stimolare partecipazione e cittadinanza attiva. Anche in Ticino si assiste a una serie di progetti che si muovono in questa direzione, sia nei confronti di giovani che di adolescenti. Sia il progetto Viva Voce che i servizi di prossimità, ad esempio, cercano di promuovere coinvolgimento e protagonismo di ragazzi e ragazze, soprattutto se con poche opportunità e occasioni. Va infatti ricordato che l’età, da sola, non accomuna. Vi sono giovani con vite ricche e stimolanti, famiglie presenti e ambienti supportivi, mentre altri fanno fatica, godono di meno opportunità e sostegno e si misurano con ostacoli e difficoltà. Per questo è importante stabilire un punto di contatto attraverso questi progetti: da una parte si rafforza il protagonismo di chi fa già, dall’altra si coinvolgono ragazzi più distanti e periferici, ma per questo non meno importanti.
