Giù le mani dal ciuccio digitale

NEUE ZÜRCHER ZEITUNG, 13.01.2026, Hartwich

Gli schermi fanno ormai parte anche della quotidianità dei più piccoli: calmare i bambini con lo smartphone influenza in modo duraturo il loro sviluppo.

Un battesimo in chiesa, una bambina nella prima fila è china su un tablet. Uno zoo, pecore, giraffe, elefanti. Un bambino nel passeggino fissa lo smartphone. Un vagone ferroviario, tanti bambini, tanti dispositivi. Silenzio.

Sono scene quotidiane, perché i dispositivi digitali sono ormai parte della vita di tutti i giorni – persino di quella di neonati e bambini molto piccoli. Alcuni produttori di passeggini dotano già i loro modelli di supporti per tablet. A tavola scorre un cartone animato, mentre il bambino apre la bocca e viene “riempito” di cibo. I dispositivi vibrano, brillano, distraggono. Il bambino è tranquillo, i genitori tirano un sospiro di sollievo – e leggono, guardano, digitano.

Già nel primo anno di vita

La quotidianità digitale raramente inizia per scelta, spesso nasce da una necessità. E fornisce dati che preoccupano i ricercatori. Secondo uno studio del Policlinico universitario del Saarland, un neonato su cinque consuma già media digitali nel primo anno di vita. E lo studio MiniKIM del 2023 afferma che quasi un bambino su tre tra i quattro e i cinque anni possiede già un tablet personale. Per lo studio, il Medienpädagogischer Forschungsverbund Südwest ha intervistato 600 “educatrici principali” – nella maggior parte dei casi, dietro questo mostro burocratico di parola si celano le madri.

Oggi sono donne cresciute esse stesse con dispositivi digitali. Che male c’è a mettere il bambino davanti a un tablet, affinché il viaggio in auto scorra tranquillo o l’incontro con un’amica al bar non venga interrotto continuamente da un «Mamma, mi annoio»? Il bambino impara qualcosa: colori, numeri, inglese. E in fondo, i dispositivi digitali non sono più eliminabili dalla vita quotidiana.

Poi però ci si lamenta che gli studi non tengano conto della realtà di vita – salvo stupirsi quando il proprio figlio non riesce davvero più ad affrontare nemmeno un viaggio in auto senza tablet. «La socializzazione mediatica avviene nei primi tre, quattro anni di vita. È lì che si impostano le basi per l’uso dei media in seguito», afferma Frank Paulus. È psicologo responsabile al Policlinico universitario del Saarland e ha pubblicato numerosi studi sull’uso dei media digitali, sul sonno e sulla regolazione emotiva di neonati e bambini piccoli, nel contesto dei media digitali e delle influenze familiari.

Manca il contatto visivo

Nel suo ambulatorio incontra genitori che porgono subito il telefono ai loro bambini piccoli, perché vogliono raccontare allo psicoterapeuta i problemi comportamentali del figlio. Parla con i genitori di un adolescente che ha distrutto il router con un’ascia dopo che gli era stato limitato il tempo dedicato ai videogiochi. E racconta, in collegamento video – del resto si vuole pur beneficiare degli aspetti positivi dei media digitali – di un legame disturbato tra genitori e figli quando i dispositivi vengono usati come una tata digitale.

Se la madre o anche il padre guardano continuamente il telefono, manca loro il tempo per guardare il bambino e percepirne i bisogni. La scienza parla allora di “mini momenti di volto inespressivo” (Mini-Still-Face-Momente). La reazione dell’adulto è ritardata, il contatto visivo si interrompe. Ma i neonati reagiscono in modo molto sensibile allo sguardo e si aspettano una qualche forma di risposta. Se questa manca, diventano irritati e stressati.

«L’idea che così il bambino venga preparato al mondo digitale è una sciocchezza. Il bambino piccolo comprende attraverso il toccare, ha bisogno di movimento ed esperienze reali, del sorriso e della voce dei genitori, di un legame sicuro. Fino ai tre anni non dovrebbe usare alcuno schermo», afferma Paulus.

Nel frattempo esistono in tutto il mondo numerosi studi sull’influenza dei media digitali su neonati e bambini piccoli. Tutti parlano di un aumento quasi drammatico dell’uso dei dispositivi digitali, qualcuno addirittura di un esperimento sull’umanità. Anche Paulus usa un’espressione simile. «Vedremo gli effetti tra dieci, quindici anni. Mi preoccupo». E mentre le scuole di tutto il mondo stabiliscono regole per l’uso degli smartphone, mentre i governi discutono o introducono divieti sull’uso dei social network per gli adolescenti, la preoccupazione per l’impiego dei dispositivi digitali nei primissimi anni di vita appare sorprendentemente bassa.

Eppure il cervello si struttura in base a ciò che vive. La corteccia frontale – la parte del cervello responsabile della definizione degli obiettivi, del controllo degli impulsi, dell’attenzione, della concentrazione, dell’empatia e in definitiva dell’identità – si completa solo intorno ai 25 anni. Nel primo anno di vita il cervello è plasmabile come in nessun altro momento. Reagisce in modo molto rapido e intenso agli stimoli sensoriali, al linguaggio, al contatto, alle relazioni, alle ripetizioni. Di tutto questo il bambino praticamente si nutre.

Come in trance

Il ciuccio digitale spesso peggiora problemi già esistenti. Secondo gli studi, i bambini che hanno difficoltà a regolare le proprie emozioni vengono particolarmente spesso calmati con il telefono. Ma questo, a lungo termine, li rende ancora più impazienti e irritabili. Uno smartphone disturba il sonno, influisce sullo sviluppo del linguaggio, non insegna ai piccoli come tollerare la frustrazione. Il tempo davanti allo schermo sostituisce spesso attività che, secondo gli psicologi dello sviluppo, sono utili per stimolare la fantasia: il gioco libero, il gioco di ruolo, il semplice parlare e raccontare.

Uno schermo non aspetta. Il mondo sul display è veloce e colorato, si adatta al bambino e lo ricompensa rapidamente. Katharina Müller-Weber la definisce una “mondo pieno di offerte”. «Quando un bambino è davanti allo schermo, si trova in uno stato simile alla trance. Non si muove e non parla. È passivo, come se fosse parcheggiato», afferma la pediatra di Uster. Insieme alla collega, la pediatra dello sviluppo Stephanie Stücheli-Herlach, osserva ogni giorno gli effetti del consumo di media digitali sui più piccoli. Raccontano di madri che durante la visita fissano il telefono mentre il loro bambino piccolo cerca di svuotare tutti gli armadietti dello studio. Raccontano di genitori orgogliosi perché il figlio pronuncia parole in inglese, ma riesce a dire ben poco nella lingua madre.

Sulle pareti del loro ambulatorio pendono disegni: fiori colorati, alberi, automobili, realizzati dai bambini. Müller-Weber ha già curato un bambino di tre anni con piedi deformati, perché per settimane era rimasto seduto per ore sul divano davanti al tablet. Ha visto un bambino di un anno e mezzo che correva iperattivo in tondo e riusciva a calmarsi solo con lo smartphone. Tutto ciò contraddice il naturale piano di sviluppo del bambino, che prevede che egli si confronti «attivamente e con tutti i sensi con l’ambiente». La collega Stücheli-Herlach aggiunge: «L’espressione di stupore e orgoglio dei bambini piccoli, quello sguardo luminoso quando riescono a fare qualcosa da soli, è sempre impressionante e commovente».

«I genitori sono modelli»

In realtà, sostengono i ricercatori, sarebbero gli adulti a dover essere educati. Uno dei “metodi educativi” si chiama: «Go offline». È così che si chiama la campagna delle scuole e del comune di Uster, in cui i genitori si impegnano a non mettere dispositivi digitali davanti ai bambini fino ai quattro anni. Anche gli alunni della scuola primaria non dovrebbero possedere smartphone o tablet personali. La speranza è quella dell’effetto massa: se i bambini del vicinato e i compagni di classe non hanno un telefono, anche il proprio figlio non lo vorrà.

«La consapevolezza che i dispositivi digitali privano i bambini delle conversazioni, del contatto visivo e delle interazioni sociali sta lentamente diffondendosi», afferma Katharina Müller-Weber, facendo riferimento ai dati dell’Istituto Marie Meierhofer per l’infanzia. Secondo questi dati, un quarto di tutti i genitori considera problematico l’uso dei media digitali. Madri e padri sarebbero pronti al cambiamento, ritiene Müller-Weber.

Osserva che alcuni genitori ricorrono allo smartphone per senso di impotenza, perché non sanno bene come occupare altrimenti i loro figli. Consiglia volentieri siti web con suggerimenti in più lingue e racconta che molti genitori ne sono grati. «Un tempo parlavo di media digitali con i genitori di bambini di quattro anni, oggi lo faccio con genitori i cui figli hanno appena due mesi».

Dagli studi e dai colloqui con i medici emerge chiaramente: i media digitali spesso agiscono come un cerotto. Coprono, calmano, fanno da ponte. Ma un cerotto protegge solo nel momento, non guarisce. Le pause tanto desiderate dai genitori tolgono ai bambini la pazienza, la routine e la lentezza – proprio ciò che i più piccoli reclamano. È lo spazio in cui imparano.

Oggi alcuni bambini sanno scorrere uno schermo prima di saper parlare, cliccare prima di indicare. Lo riferiscono psicologi, ostetriche, pediatri, educatrici quasi all’unanimità. In fondo, non si tratta tanto di stabilire se lo schermo sia buono o cattivo. È nel mondo. La questione centrale è quando viene usato e come, con chi, per quanto tempo e a quale scopo.

L’OMS sconsiglia qualsiasi tempo davanti allo schermo fino ai due anni di età. Fino ai cinque anni raccomanda al massimo un’ora al giorno, «accompagnata e chiaramente strutturata». I medici dell’Università di Witten/Herdecke si esprimono, con la loro campagna, a favore di un «schermo zero fino ai tre anni». A Uster i bambini dovrebbero idealmente fare a meno dei media digitali fino ai quattro anni. Un’utopia?

«I genitori sono modelli. I bambini piccoli imparano per imitazione. Se i genitori rispondessero alle mail e leggessero i post mentre i loro figli dormono, e bandissero il telefono dal tavolo da pranzo, si sarebbe già fatto moltissimo», afferma lo psicoterapeuta Paulus, già in cammino verso la prossima consulenza nel suo ambulatorio per bambini e adolescenti.

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