«I bambini non devono essere sempre raggiungibili»

NZZ, 18.10.2025, intervista di Esthy Baumann-Rüdiger

La neuroscienziata Barbara Studer è favorevole al divieto dei telefoni cellulari nelle scuole. In questa intervista con Esthy Baumann-Rüdiger, spiega però perché non è una grande sostenitrice di limiti fissi di tempo davanti agli schermi e cosa la disturba quando vede bambini con i tablet al ristorante.

Signora Studer, come neuroscienziata Lei si occupa quotidianamente di ciò che i media digitali fanno al nostro cervello. Quanto tempo passa Lei stessa ogni giorno al telefono?

Telefono molto. Ma al di là di questo, direi circa due ore, e in quel tempo uso spesso Whatsapp o LinkedIn. Tra l’altro, questa è anche la durata massima che la ricerca considera non problematica.

Quindi il tempo ideale davanti allo schermo è inferiore a due ore?

Sì. Questo si basa su studi che hanno mostrato come la salute mentale tenda a peggiorare oltre le due ore. In concreto: i partecipanti risultavano più tristi, irritabili e avevano più disturbi del sonno. Lamentavano anche disturbi fisici, come mal di testa o vertigini. Naturalmente, però, dipende dal contenuto: chi guarda contenuti stimolanti o usa il digitale in modo attivo può mantenere una buona salute mentale anche superando le due ore, mentre chi passa due ore a scorrere senza scopo non ne trae alcun beneficio.

Che cosa accade nel nostro cervello quando navighiamo online senza scopo?

Il cervello attinge alle risorse dell’attenzione, che sono limitate. Questo di per sé non è né buono né cattivo. Tutto dipende dai contenuti: a seconda di ciò che guardiamo, si attivano emozioni diverse — gioia, rabbia, empatia. Le informazioni non vengono mai recepite in modo neutro: siamo sempre emotivamente coinvolti.

Mettiamo che io scorra le notizie online…

… allora dipende se si tratta di buone o cattive notizie. E anche da quanto siamo attivi o passivi: mi chiedo come applicare ciò che leggo alla mia vita quotidiana, o consumo passivamente titoli di ogni genere? Questo fenomeno lo chiamiamo doomscrolling, ed è una vera sovrastimolazione per il cervello. Vediamo titoli che non si concludono, e prima ancora che il cervello elabori un’informazione, ne arriva un’altra. Questo sovraccarica il cervello e attiva l’amigdala — la struttura coinvolta nelle emozioni e nel senso di pericolo —, aumentando i livelli di cortisolo. Di conseguenza, diventiamo meno capaci di autoregolarci e proviamo stress.

Non sembra un buon modo per iniziare la giornata con il caffè.

Infatti. Il cervello si rigenera e si “ripulisce” durante il sonno. Non c’è motivo, al mattino, quando è “appena lavato”, di riempirlo subito della spazzatura del mondo. È meglio stabilire un momento della giornata in cui leggere contenuti più approfonditi, non solo titoli.

Divieto di telefoni a scuola

La scorsa estate la discussione sui telefoni dei giovani ha diviso la Svizzera. Diversi cantoni hanno introdotto un divieto dei cellulari nelle scuole, tra cui l’Argovia, dove Lei vive. Cosa ne pensa?

Sono chiaramente favorevole. Non perché io ami i divieti in sé, ma credo che aiuti i ragazzi a concentrarsi sulla scuola e sulle relazioni. Devono potersi dedicare al contenuto delle lezioni e agli altri.

Ma in classe i cellulari dovevano già restare in tasca.

Non basta: anche così riducono la capacità di concentrazione. Avere il telefono vicino equivale ad avere un “cervello esterno” sempre a portata di mano, e ovviamente distrae. Gli studi mostrano che, anche solo avendo lo smartphone nello stesso ambiente, la nostra attenzione e la memoria si riducono — non solo nei giovani, anche negli adulti. Lo chiamiamo brain drain. L’apprendimento, invece, richiede immersione completa in un tema.

Sarebbe così grave se gli adolescenti usassero il telefono durante la pausa?

Sì, perché riduce le interazioni sociali tra gli studenti. E le relazioni sono fondamentali per lo sviluppo sociale, emotivo e cognitivo. Dobbiamo proteggerle, non ostacolarle.

Eppure il telefono ha anche una funzione sociale: i giovani vogliono comunicare con gli amici o partecipare alle chat di gruppo.

È bello che possano organizzarsi autonomamente o condividere qualcosa. Un certo grado di autonomia è giusto. Ma per questo non serve portarsi il telefono ovunque, anche in classe. Io lo vedo più come il vecchio telefono di casa: serve per comunicare, non per distrarsi in continuazione.

Alcuni genitori vogliono però che i figli siano rintracciabili o li geolocalizzano. Non è un buon motivo per dar loro un telefono?

Non per me. I ragazzi devono fare esperienze di autonomia, prendere decisioni e sentire che i genitori si fidano. Si può discutere con loro dei tratti di strada più pericolosi, certo. Ma i bambini non devono essere sempre raggiungibili.

Educazione digitale in famiglia

Lei ha tre figli, uno dei quali adolescente. Come gestite i telefoni in casa?

Mio figlio ha tredici anni e vorrebbe partecipare alla chat della squadra di unihockey. Abbiamo trovato un compromesso: può usare un telefono, ma resta in casa, non lo porta in giro.

Quanto tempo davanti agli schermi permette ai suoi figli?

Non sono favorevole a tempi giornalieri fissi. Possono creare la sensazione che “ci sia ancora tempo da consumare”. Se i bambini hanno giornate piene e stimolanti, sentono meno il bisogno di schermi. Mio figlio non gioca ogni giorno, ma abbiamo un videogioco di Super Mario che facciamo insieme, oppure guardiamo un film in famiglia. L’importante è il tempo condiviso, non la durata dello schermo.

Apprendimento digitale e cervello

Molte app promettono di favorire l’apprendimento nei bambini.

Alcune sono ottime: quando sfruttano possibilità che non esistono offline e hanno una solida base pedagogica, possono essere molto utili. Ad esempio per le lingue, con esercizi di ascolto o ripetizione mirata. Ma non dobbiamo sopravvalutarle: impariamo peggio in digitale.

In che senso?

Elaboriamo i contenuti in modo più superficiale, leggiamo più in fretta e siamo più distratti dalle altre opzioni disponibili. Se mio figlio usa un’app didattica sul tablet, YouTube è a un solo clic di distanza.

Lo psicologo e ricercatore Pete Etchells sostiene che mancano prove scientifiche chiare dei danni della “screen time” nei bambini. È d’accordo?

Dobbiamo ammettere che i dati sono ancora pochi. Le conseguenze a lungo termine del consumo digitale non sono note. La neuroplasticità — cioè la capacità del cervello di modificarsi — agisce nel tempo: piccoli cambiamenti oggi possono diventare significativi in futuro. È quindi necessaria cautela. Tuttavia sappiamo che l’uso eccessivo di dispositivi digitali stimola eccessivamente la corteccia prefrontale.

E cosa comporta questo?

Si altera il sistema della ricompensa e diventiamo meno ricettivi. Nessuno nella ricerca contesta questo. Ciò che non è provato è un nesso diretto e semplice tra consumo digitale e peggior salute mentale. La realtà è più complessa.

Qual è la visione più equilibrata, allora?

Sappiamo che la solitudine influisce negativamente su varie aree cerebrali, come la corteccia cingolata. Se questa soffre, aumenta il rischio di depressione e ansia. Qui c’è un legame indiretto con i media digitali: ci spingono a fare meno ciò che invece fa bene al cervello — incontrare amici, muoverci, stare nella natura.

Effetti sull’apprendimento e sulla motivazione

Lei dice che il sistema di ricompensa cambia. Che effetto ha nella scuola?

Molti insegnanti riferiscono che gli studenti si frustrano più facilmente, si arrendono prima e mancano più spesso. I media digitali abituano il cervello alla gratificazione immediata. Il cervello “mostra” se una persona è allenata alla perseveranza o meno.

Si può allenare la perseveranza?

Certo. Per questo penso che mio figlio non debba avere un cellulare personale prima dei quindici anni: non solo perché può essere dannoso, ma perché voglio che usi quel tempo per attività che allenano la costanza — come lo sport o la musica. Lo scorso weekend abbiamo corso insieme una mezza maratona. Anche imparare a suonare uno strumento rafforza le connessioni tra i due emisferi cerebrali.

Anche il cervello di chi fa musica cambia?

Assolutamente. È uno degli esempi più forti di neuroplasticità: suonare regolarmente modifica il cervello, sia nella struttura che nella funzione.

Ma oggi sempre meno bambini imparano uno strumento.

È un segnale negativo. Bisogna informare i genitori sui benefici. Se il bambino non vuole, non va forzato, ma allora almeno dovrebbe praticare uno sport: ha effetti simili.

Quali?

Sia la musica sia lo sport allenano la coordinazione, la perseveranza e la gestione degli errori. Promuovono l’interazione sociale e stimolano la creatività, perché aumentano le connessioni tra aree cerebrali.

Cosa favorisce davvero l’apprendimento?

In fondo, il tema del divieto dei cellulari riguarda anche la domanda: che cosa aiuta davvero ad apprendere?

La sicurezza. Un cervello che si sente al sicuro impara meglio. La sicurezza nasce da buone relazioni e da una stimolazione equilibrata: uditiva, visiva e motoria. Troppi stimoli, invece, ostacolano l’apprendimento. Le lezioni dovrebbero prevedere momenti di calma e poche informazioni. Si potrebbe, ad esempio, far disegnare i bambini mentre in sottofondo suona un brano musicale: così la mente elabora meglio. E servono esperienze di flow.

Esperienze di flow?

Sì, momenti in cui si è completamente immersi in un’attività, senza interruzioni. I media digitali ce ne privano, perché ci distraggono continuamente. Finché finiamo per cercare la distrazione stessa.

Ritorno alla scrittura e ai libri

I Paesi scandinavi, un tempo pionieri della digitalizzazione scolastica, nel 2023 hanno reintrodotto libri e scrittura a mano nelle scuole dell’infanzia. Ci siamo forse spinti troppo oltre?

Questi Paesi hanno reagito agli studi che mostrano come impariamo in modo più superficiale in digitale. In realtà lo sappiamo da dieci anni: scrivere a mano è meglio per il cervello. Ricordiamo più facilmente gli appunti scritti a mano rispetto a quelli digitati. Scrivere coinvolge il corpo e il tatto. Non dobbiamo però esagerare: i buoni programmi digitali vanno mantenuti, ma usati con criterio. Non serve iniziare l’asilo con esercizi di intelligenza artificiale — lasciamo che i cervelli dei bambini restino creativi!

Bambini, tablet e vita reale

Tutti conosciamo la scena: al ristorante una famiglia, e i piccoli guardano un film sul tablet. È così grave?

Sì, lo trovo grave. Non perché il tablet danneggi di per sé il cervello, ma perché priva i bambini di esperienze fondamentali: conversazioni, contatto visivo, interazione sociale. Tutto questo è molto più importante per il cervello di un bambino piccolo. I film possono stimolare, ma non sostituiranno mai il contatto reale.

Da che età i bambini possono usare gli schermi?

Il cervello si “cabla” in base alle esperienze vissute. Nei primi due anni di vita si formano rapidissime connessioni neuronali: servono movimento, contatto fisico, linguaggio e relazioni. Gli stimoli dello schermo sono bidimensionali e non sostituiscono l’esperienza corporea e relazionale, essenziale per l’attenzione, il linguaggio e le emozioni.

E per i più grandi?

Tra i 12 e i 15 anni lo sviluppo sociale ed emotivo è cruciale. Il sistema di ricompensa è ipersensibile, mentre la corteccia frontale — che regola le emozioni — non è ancora matura. Per questo vale la regola: più tardi è, meglio è.

Quindi niente serate film in famiglia?

Non mi fraintenda: guardare insieme un film non è dannoso. Ma la corteccia frontale si completa solo verso i vent’anni. Se chiediamo ai ragazzi di autoregolarsi da soli con il telefono, li sovraccarichiamo. Il rischio di sviluppare una dipendenza è molto maggiore.

Negare un telefono personale fino ai vent’anni è però poco realistico.

Certo. Intorno ai quindici anni avviene però un’importante maturazione cerebrale: da lì si possono concedere più responsabilità. Noi faremo così con nostro figlio. I giovani devono imparare a usare i media, ma non a regolarsi da soli — per il loro cervello è semplicemente più difficile che per un adulto.

Le regole in casa Studer

Come si trova, in famiglia, un equilibrio sano con i media digitali?

In casa nostra i telefoni hanno postazioni fisse. Io non tengo mai il mio in tasca e non voglio averlo sempre con me. Quando siamo insieme, nessuno prende in mano il telefono senza motivo, e, se lo fa, spiega perché. I pasti e le camere da letto sono zone senza dispositivi. E credo sia importante essere trasparenti: i miei figli conoscono la password del mio telefono. Mio figlio, per esempio, controlla volentieri quanto “screen time” ho avuto.

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