NZZ, 14.06.2025, Bandle
Due intellettuali discutono se il calo delle competenze di lettura segni la fine della civiltà.
Il dibattito è stato innescato da un titolo che difficilmente ha sorpreso qualcuno: «Il piacere della lettura dei bambini britannici scende a un minimo storico», scriveva il quotidiano The Guardian. Secondo uno studio a lungo termine, meno di un terzo dei bambini e ragazzi tra gli 8 e i 18 anni afferma di leggere volentieri nel tempo libero. Vent’anni fa era oltre il 50%. La percentuale di chi legge ogni giorno è scesa dal 38,1% al 18,7%.
Il pubblicista e zoologo Matt Ridley, autore del libro «L’alfabeto della vita. La storia del genoma umano», ha commentato il risultato dello studio su X:
«Come l’invenzione della scrittura ha reso superfluo l’imparare a memoria e il recitare, e la stampa ha reso superflua la scrittura a mano, così i video e l’audio stanno rendendo lentamente superfluo lo scritto.»
E ha aggiunto: «Da autore, è doloroso. Ma è davvero un problema?»
Difficoltà anche con testi semplici
La risposta è arrivata da uno dei più importanti storici contemporanei, Niall Ferguson: «Sì, è un problema, Matt. Il pensiero umano non può svilupparsi pienamente senza la capacità di leggere e memorizzare testi, pensare in modo autonomo, scrivere idee e partecipare a dibattiti scritti e orali.»
Il fatto che si legga sempre meno è quindi un problema serio: «Siamo nel mezzo di un crollo educativo catastrofico, che l’intelligenza artificiale accelererà ulteriormente.»
Similmente allarmato si è espresso anche il National Literacy Trust (NLT), la fondazione britannica per la promozione della lettura che ha commissionato lo studio.
«I dati sono ancora una volta scioccanti», ha detto il direttore Jonathan Douglas al Guardian. «Il futuro dei bambini è in pericolo.» Ha richiesto misure profonde «per affrontare la crisi».
Quanto è grave se i giovani non leggono più?
La domanda non preoccupa solo i genitori, ma riaffiora dopo ogni studio PISA. Questi non misurano quanto o quanto volentieri i bambini leggano, ma quanto siano bravi a farlo, ossia se comprendono davvero ciò che leggono. E anche lì, da anni, si osserva un chiaro declino in quasi tutti i paesi occidentali. In Svizzera, ormai un quarto dei quindicenni ha competenze di lettura insufficienti, ovvero non capisce testi semplici o li comprende solo parzialmente.
Che gli adulti critichino l’impegno e la competenza delle nuove generazioni è una costante della storia umana. «Non ho più alcuna speranza per il futuro del nostro Paese, se un giorno i giovani saranno gli uomini di domani», avrebbe detto Aristotele più di 2000 anni fa.
Spesso il lamento sulla pigrizia nella lettura viene inserito in questa tradizione del rimprovero ai giovani. Tuttavia, ci sono forti indizi che in questo caso le preoccupazioni siano fondate:
Nel secolo scorso l’intelligenza media della popolazione è aumentata costantemente, ma da qualche anno ha iniziato a stagnare, e in parte a calare leggermente. Le cause non sono del tutto chiare, ma si cita spesso il cambiamento nel consumo dei media: troppo tempo davanti a schermi e troppo poco per esperienze fisiche. O, appunto, per la lettura.
Matt Ridley, nel suo intervento, mette in dubbio che faccia davvero differenza leggere un romanzo o guardare una serie su Netflix, informarsi tramite un giornale o ascoltare un podcast. Il mezzo cambia, ma non necessariamente la qualità del contenuto.
Effettivamente, i podcast approfonditi – anche di più ore – sono molto popolari tra i giovani. E alcune serie hanno una complessità narrativa paragonabile a quella di opere letterarie. Tuttavia, non è chiaro se questi prodotti raggiungano chi non legge più o se invece siano fruiti proprio da chi già leggeva e continua ad apprezzare anche i formati audio e video di alto livello.
Molti genitori spingono i figli alla lettura sperando in risultati scolastici migliori. Curiosamente, sia nella lettura che nella scuola, il divario di genere si amplia: in entrambi gli ambiti le ragazze superano i ragazzi. In Svizzera, oggi il 60% degli studenti dei licei è femmina. Parallelamente, il calo del piacere della lettura è stato molto più marcato nei maschi. Leggere libri è ormai, in larga parte, un’attività femminile
Meno lettura = più violenza?
Una teoria particolarmente pessimista sul piano culturale sostiene che l’allontanamento dalla parola scritta non influenzi solo istruzione e intelligenza, ma anche la tendenza alla violenza di una società.
Leggere – in particolare romanzi – allena infatti la fantasia, che è direttamente collegata all’empatia.
Studi neurologici dimostrano che le persone con una spiccata capacità di pensiero creativo e flessibile sono meno inclini alle ideologie estreme.
«La fantasia creativa è collegata alla fantasia ideologica», scrive la principale ricercatrice in questo campo, Leor Zmigrod, nel suo nuovo libro «Il cervello ideologico».
Chi ha un pensiero rigido, che fatica ad adattarsi a nuove situazioni, è più vulnerabile all’estremismo.
Collegare questa scoperta alla crisi della lettura o all’eccesso di tempo davanti agli schermi è comunque azzardato: il secolo scorso – senza smartphone – è stato almeno altrettanto bellicoso e violento, e le ideologie estreme erano molto diffuse.
Un grande esperimento umano
Anche l’economista americano Gene Epstein è intervenuto su X nel dibattito, scrivendo a Matt Ridley:
«Matt, ho ascoltato il tuo meraviglioso libro sull’evoluzione in formato audiolibro. Ma prima non hai dovuto scriverlo?»
Un argomento difficile da confutare: anche se per molti consumatori l’audio e il video risultano più attraenti del testo scritto, anche questi contenuti nascono di norma prima in forma scritta.
Per fissare e sviluppare i pensieri, finora non esiste metodo migliore della scrittura.
Ma chissà, forse un giorno anche questo compito verrà assunto dall’intelligenza artificiale.
Dunque leggere e scrivere diventeranno presto qualcosa per appassionati e nostalgici, come andare in carrozza?
E se fosse così: è davvero un problema?
Il breve scambio tra Matt Ridley e Niall Ferguson su X ha toccato una delle grandi questioni culturali del nostro tempo.
Il cambiamento in atto è un grande esperimento umano. Con esito ancora incerto.
