I liberali e la scuola

LAREGIONE, 4.10.2024, Marcello Ostinelli, presidente della Società Demopedeutica Ticinese 

Cin­quant’anni or sono il par­la­mento can­to­nale appro­vava l’isti­tu­zione della scuola media unica, una delle riforme più corag­giose e inci­sive della sto­ria della scuola tici­nese. Ne fu l’arte­fice principale Franco Lepori. Chi volesse cono­scere il rigore intel­let­tuale e l’impe­gno civile che Lepori vi pro­fuse legga e studi i suoi scritti riu­niti nel libro “Per una mag­giore giu­sti­zia cul­tu­rale”, pub­bli­cato qual­ che anno fa dalla Società Demo­pe­deu­tica. A cin­quant’anni dal varo della riforma, c’è biso­gno di ripen­sarne il dise­gno com­ples­sivo; non per tra­dirne lo spi­rito ori­gi­na­rio, ma sem­mai per rin­no­varlo nelle mutate con­di­zioni della società; appunto per garan­tire ancora “una mag­giore giu­sti­zia cul­tu­rale”. Il primo a soste­nere quest’idea, se fosse ancora tra di noi, sarebbe pro­prio Franco Lepori. Dal 1974 ad oggi vi sono state due pro­po­ste impor­tanti di riforma della scuola media, svilup­pate nel solco del pro­getto ori­gi­na­rio. Nel 2016 “La scuola che verrà”, che restò purtroppo let­tera morta dopo che il popolo tici­nese improv­vi­da­mente bocciò il cre­dito per la sua spe­ri­men­ta­zione. Più recen­te­mente, l’ini­zia­tiva popo­lare “Basta livelli”. È dun­que tempo di riforme della scuola. È que­sta pure la con­vin­zione del Plr, del par­tito sviz­zero e di quello can­to­nale. Con una recente ini­zia­tiva par­la­men­tare gene­rica pre­sen­tata dal Gruppo in Gran Con­si­glio i libe­rali tici­nesi chie­dono “l’avvio di una riforma com­pleta, orga­nica e coe­rente della scuola media”; dal canto suo il par­tito sviz­zero ha indi­vi­duato “17 campi d’azione per un’edu­ca­zione sco­la­stica equi­li­brata e orien­tata al futuro”. Pos­siamo dun­que ral­le­grarci che nell’agone poli­tico sviz­zero e tici­nese si levino voci auto­re­voli a favore di riforme sco­la­sti­che capaci di pro­porre una visione gene­rale e arti­co­lata della scuola dell’obbligo.

C’è da augu­rarsi che se ne possa discu­tere al di fuori delle logi­che di schie­ra­mento, fornendo gli argo­menti prima delle sen­tenze. A gua­da­gnarci saranno lo stile e il con­te­nuto del dibat­tito pub­blico, ma soprat­tutto la scuola pub­blica tici­nese. Prima di poterci espri­mere sul con­te­nuto delle pro­po­ste libe­rali di riforma della scuola media, biso­gnerà però atten­dere che i libe­rali chia­ri­scano le loro idee. La docu­men­ta­zione dispo­ni­bile è infatti scarsa e incom­pleta. L’unico obiet­tivo chiaro è quello di togliere comples­si­va­mente 12 ore del piano set­ti­ma­nale degli inse­gna­menti obbliga­tori (3 ore per ciascuna delle 4 classi). Altri hanno già rile­vato che manca qual­siasi indi­ca­zione sulle mate­rie sacri­ficate. La ridu­zione toc­cherà in eguale misura tutte le mate­rie oppure sarà ripartita pro­por­zio­nal­mente secondo la loro dota­zione ora­ria? Ci saranno delle mate­rie intoc­ca­bili?Il tede­sco sarà una di que­ste, dal momento che pro­prio i libe­rali hanno riven­di­cato che il suo inse­gna­mento sia anti­ci­pato in prima media? Non meno scarsa e incom­pleta è l’informa­zione su ciò che sosti­tuirà le ore sop­presse dell’inse­gna­mento obbli­ga­to­rio: saranno atti­vità opzio­nali o facol­ta­tive? Chi ne sarà respon­sa­bile: la scuola o qual­ che asso­cia­zione della società civile? Occor­rerà con­se­guire un’abi­li­ta­zione all’inse­gna­ mento per que­ste attività, sup­po­sto che a svol­gerle non sia l’inse­gnante di scuola media? Un capi­tolo a parte riguarda i mag­giori costi, sui quali i libe­rali in que­sto caso, a differenza del solito, non danno alcuna indi­ca­zione. Insomma di primo acchito l’impres­sione è che a que­sta ini­ziativa man­chi quel rigore intel­let­tuale che invece si trova nelle pro­po­ste di riforma della scuola media di cui ho fatto men­zione in pre­ce­denza.

Dico que­sto anche per espri­mere un’ultima con­si­de­ra­zione sull’idea che i libe­rali hanno oggi della scuola; una con­si­de­ra­zione di metodo, così mi pare di poterla qua­li­ficare. In un para­grafo del docu­mento del Plr sviz­zero sulla poli­tica sco­la­stica si legge pure quanto segue: “Gli inse­gnanti – non i fun­zio­nari pub­blici o i con­su­lenti – sanno meglio di chiunque altro di cosa hanno biso­gno gli alunni per rag­giun­gere i loro obiet­tivi”. È un approc­cio alla riforma della scuola che non pro­mette nulla di buono. Se si esclu­dono da que­sto processo coloro che si occu­pano di inda­gare i sistemi sco­la­stici, di vagliarne cri­ti­ca­mente i risul­tati, di sop­pe­sarne le virtù e i difetti, ci si priva di una risorsa intel­let­tuale fondamentale per ripen­sare cri­ti­ca­mente la scuola.“Cono­scere per deli­be­rare”, soste­neva a giu­sta ragione Luigi Einaudi. Ciò non signi­fica che gli insegnanti non abbiano nulla da dire e debbano essere esclusi dalle deci­sioni che inte­res­sano la scuola. Sull’imple­men­ta­zione di un pro­getto di riforma essi dispon­gono vero­si­mil­mente di ele­menti di giu­di­zio che man­cano agli altri attori. Altra cosa invece è rite­nere che debba con­tare sol­tanto il loro parere. La scuola pub­blica tici­nese non sarebbe mai nata se Ste­fano Fran­scini non avesse con­fidato nei risul­tati delle inda­gini sul sistema sco­la­stico di allora.

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