I libri sono il mezzo più ricco dal punto di vista spirituale

Commento ospite, NZZ, 25.02.2026, Klaus Zierer

Klaus Zierer: «I media digitali stanno diventando sempre più seducenti e sofisticati – tuttavia forniscono per lo più mondi preconfezionati».

Il Faust di Goethe in «novanta secondi», I masnadieri di Schiller in «due minuti» o La montagna incantata di Thomas Mann «spiegata in breve»? Ciò che chiunque abbia letto queste opere definirebbe un’assurdità è invece prassi comune nell’era digitale. Lo spirito del tempo è infatti segnato da un «sapere da asporto». Ma chi crede di aver davvero capito qualcosa in questo modo, si sbaglia di grosso.

Dal punto di vista storico, lo spirito del tempo è più che interessante: fin dagli inizi della storia dell’umanità si è cercato di trascrivere la parola orale. Non si trattava solo della possibilità di moltiplicarla, ma anche e soprattutto di comprenderla. Trasformare l’oralità in scrittura era considerato segno di alta civiltà – presso i Sumeri, gli Egizi, i Greci e i Romani.

L’aspetto interessante dello sviluppo attuale è che il percorso sembra invertito: dalla scrittura si torna all’oralità. Il mercato degli audiolibri continua a crescere fortemente, così come l’interesse per i podcast, soprattutto tra i giovani. Non pochi si vantano persino di tutto ciò che ascoltano o guardano: Kant, Heidegger, Habermas. Tutto a portata di clic nell’orecchio – ma anche nella mente?

Gli studi empirici ci mostrano chiaramente che non è così. Per due ragioni, che sono state decisive anche per lo sviluppo di una civiltà avanzata: in primo luogo, la scrittura è un processo di pensiero particolarmente complesso. Mettere per iscritto i propri pensieri, precisare le parole, costruire e rielaborare frasi – tutto questo non è paragonabile al parlare. Quest’ultimo ha certamente i suoi vantaggi in termini di spontaneità e creatività, come già Platone sottolineava, soprattutto quando al discorso segue un dialogo.

Ma scrivere, come affermava Seneca, significa anche apprendere e quindi comprendere. La lettura funziona in modo simile: anche qui, dal punto di vista neurologico, nel cervello avvengono attività più profonde rispetto all’ascolto. Se dunque oggi osserviamo un «ritorno» dalla scrittura, attraverso la semplificazione delle opere, verso l’oralità, ciò va valutato come un arretramento culturale.

Agli adulti è difficile dire come dovrebbero trascorrere il loro tempo libero. Tuttavia, una raccomandazione è lecita: leggere invece di ascoltare o guardare. A scuola, invece, la situazione è diversa. Anche qui si osserva un allontanamento dalla scrittura e un avvicinamento all’oralità. I classici vengono letti sempre meno – e quando lo sono, spesso si ricorre a una «lingua facile», come nei licei berlinesi, oppure a riassunti generati dall’intelligenza artificiale.

Nulla contro una semplificazione didatticamente sensata; ma quando questa non è più un mezzo bensì un fine, diventa pedagogicamente priva di valore. Anche i podcast, grazie a una digitalizzazione ingenua, sono particolarmente apprezzati: si possono infatti ascoltare ovunque e in qualsiasi momento, quasi senza sforzo. E anche il film tratto dal libro è «di moda», e spesso conclude l’insegnamento della lettura come momento culminante e ricompensa. Ma questa pedagogia è sbagliata: avvelena lo sforzo che la precede e gli toglie significato. Se si guarda un film, dovrebbe essere sempre e solo come prodotto critico derivato da un’opera letteraria.

L’intelligenza artificiale è ancora più problematica in questo contesto, perché molti insegnanti già la utilizzano, e il loro numero è in aumento. Può non solo abbreviare testi, ma anche creare podcast e persino video. È persino possibile «viaggiare nel passato»: il campo di battaglia di Verdun, l’accerchiamento di Stalingrado o la stanza di Anne Frank – quanto è affascinante! Ma non è tutto oro ciò che luccica. Spesso queste esperienze sono l’unico riflesso che arriva nella mente degli studenti – e svanisce rapidamente quanto è apparso.

I mondi virtuali sono sempre selettivi, talvolta persino manipolativi, preconfezionati e ridotti. Trasformano le persone in consumatori e le sollevano dal compito di farsi un’idea propria, di essere creative, di assumere il punto di vista dell’altro. Lo stesso vale per i podcast: l’ascolto condanna al consumo, riduce le capacità di pensiero e deve restare in superficie, perché chi parla deve esprimersi in modo semplice per essere compreso. Basta immaginare Heidegger come podcaster.

Se dunque la lettura è così importante, allora nel sistema scolastico deve ricevere maggiore attenzione. Ma come riuscirci in un mondo dominato dal «sapere da asporto»? All’inizio del XIX secolo Johann Friedrich Herbart formulò l’idea che la scuola ha il compito di ampliare l’orizzonte mentale. Se oggi i bambini trascorrono oltre settanta ore a settimana davanti agli schermi, come ha rivelato lo studio digitale Postbank 2025, allora la scuola deve offrire un’alternativa. Ed è qui che entra in gioco il libro, che molti ormai non conoscono più: leggere è, come osserva la studiosa americana Maryanne Wolf, una chiave unica per conoscere sé stessi e il mondo.

La scuola del futuro deve essere un’isola della lettura: ritorno al libro!

Klaus Zierer è professore ordinario di pedagogia scolastica all’Università di Augusta.

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