LA REGIONE, 02.05.2026, Caratti
«La Regione» intervista Hannah Locher (Unicef), secondo la quale «ciò che conta davvero è che la regolamentazione intervenga là dove nascono i rischi, cioè sulle piattaforme stesse».
È una faticosa rincorsa. La tecnologia corre, talvolta fa gravi danni di salute pubblica, passano gli anni e quando finalmente la politica mette una pezza, lo fa con regole e divieti di dubbia efficacia. Mentre diversi Stati, tra cui la Svizzera, stanno legiferando per fissare regole e limiti d’età per i social media, già ci si chiede quanto potranno proteggere davvero bambini e adolescenti da strumenti costruiti per creare dipendenza. Perché è questo il veleno! L’antidoto non sono divieti ma semmai una regolamentazione su come le piattaforme vengono progettate, che risolva a monte le cause. Evitando ad esempio l’amplificazione di contenuti problematici da parte degli algoritmi; limitando le funzioni che favoriscono la dipendenza; gestendo più rapidamente i contenuti problematici e implementando di default meccanismi di protezione adeguati all’età. Misure come i limiti d’età possono essere parte della soluzione, ma non rendono automaticamente sicuro lo spazio digitale. Bambini e adolescenti hanno bisogno di protezione là dove nascono i rischi: sulle piattaforme stesse. Questa è la posizione di Unicef che chiede alle aziende di social media e tecnologiche di riprogettare i prodotti ponendo al centro la sicurezza e il benessere dei bambini, investendo nella progettazione di piattaforme più sicure e in un’efficace moderazione dei contenuti.
Sentenza storica contro Meta e Youtube
Un tema portato alla ribalta di recente negli Usa da una sentenza destinata a cambiare in modo radicale il dibattito sulle piattaforme online. Google e Meta sono state ritenute responsabili in un processo a Los Angeles sulla dipendenza dai social media tra i giovani. A fare denuncia è stata una ventenne californiana, sostenendo che Youtube (Google) e Instagram (Meta) abbiano istigato la sua depressione, inducendole pensieri suicidi fin dall’infanzia: sotto accusa non solo i contenuti, ma il modo in cui le piattaforme sono costruite. I legali della vittima hanno puntato il dito contro gli algoritmi di raccomandazione, il cuore stesso dei social media, quegli strumenti che ci suggeriscono cosa vedere per tenerci sempre incollati agli schermi. Ma anche il sistema di notifiche e l’assenza di filtri che impediscano di accedere a contenuti potenzialmente dannosi quando non si ha l’età adatta per fruirli. Si prevedono migliaia di cause legali simili. Mentre è possibile che la sentenza induca Meta e Google a rivedere il proprio design, disattivando funzioni cruciali per il loro algoritmo di raccomandazione. Una sentenza che dà basi giuridiche mai avute prima alle autorità legali che, per quanto si tratti di un primo grado di giudizio, ora potranno imporre limiti severi. Intanto in Europa si discute di divieti. «I limiti di età possono essere un elemento di un approccio più ampio, ma non sostituiscono una regolamentazione efficace delle piattaforme stesse», ci spiega Hannah Locher, specialista diritti dell’infanzia e politica, UNICEF Svizzera e Liechtenstein. Attualmente, con la prevista legge sulle piattaforme di comunicazione, la Svizzera ha l’opportunità di creare un quadro efficace. «Tuttavia, l’approccio attuale è insufficiente, poiché si concentra fortemente sulla trasparenza e sulla gestione dei contenuti problematici, trascurando in gran parte la progettazione delle piattaforme», ribadisce l’esperta.
Perché i limiti di età da soli non sono sufficienti?
I limiti di età, a prima vista, sembrano una soluzione semplice, ma non sono sufficienti. Intervengono sull’accesso, non sulle cause dei rischi. Queste sono legate sia ai contenuti problematici sia al funzionamento delle piattaforme. Le restrizioni di età non modificano questi aspetti.
Quali sono oggi i rischi principali?
I rischi principali sono strettamente legati al modo in cui le piattaforme sono progettate. Si manifestano, ad esempio, in un uso molto intenso, nella pressione sociale o in esperienze negative come il cyberbullismo o la violenza a sfondo sessuale.
In che modo il design influenza il comportamento?
Le piattaforme non sono neutrali. Molte funzioni sono progettate intenzionalmente per massimizzare l’attenzione, ad esempio attraverso lo scorrimento infinito o feed personalizzati. Questi meccanismi possono portare soprattutto bambini e adolescenti a rimanere online più a lungo e ad avere difficoltà nel regolare il proprio comportamento d’uso. Il design ha quindi un’influenza diretta sul loro comportamento e benessere.
Quale responsabilità hanno le aziende tecnologiche? Meta è stata condannata negli Stati Uniti a una multa di 375 milioni di dollari per aver consapevolmente danneggiato la salute mentale dei minori e privilegiato i profitti rispetto alla sicurezza. Ritiene che questo sia l’inizio di una crescente consapevolezza dei danni di queste piattaforme tra i giovani?
Casi come questo mostrano che la responsabilità delle piattaforme è sempre più al centro dell’attenzione. Si tratta di un passo importante. Allo stesso tempo, però, non si tratta di singoli episodi, bensì di questioni strutturali: modelli di business orientati alla massima permanenza online sono spesso in tensione con la protezione dei minori. In questo ambito è chiamato in causa anche il legislatore, che deve definire un quadro normativo chiaro. È quindi fondamentale che la regolamentazione non reagisca solo a singole violazioni, ma stabilisca requisiti vincolanti per la progettazione delle piattaforme.
Che cosa intende per «contenuti problematici»?
I contenuti problematici comprendono, ad esempio, contenuti che glorificano la violenza o a sfondo sessuale, disinformazione oppure contenuti che possono influire negativamente sull’autostima e sulla salute mentale. È importante però sottolineare che il confine non è sempre chiaro. Per questo non basta regolamentare solo i contenuti o limitarne l’accesso tramite restrizioni di età: bisogna considerare anche i sistemi che determinano quali contenuti diventano visibili e quanto vengono diffusi.
I limiti di età funzionano o vengono aggirati?
È plausibile che bambini e adolescenti trovino modi per aggirare le restrizioni di età, ad esempio fornendo dati falsi o utilizzando account di terzi. Allo stesso tempo, le prime esperienze mostrano che le piattaforme implementano tecnicamente queste misure, ad esempio bloccando account. Tuttavia, non è ancora chiaro se ciò migliori effettivamente il benessere e la protezione dei minori. I limiti di età possono essere un elemento di un approccio più ampio, ma non sostituiscono una regolamentazione efficace delle piattaforme stesse.
Chi dovrebbe decidere che cosa è accettabile?
È necessaria una chiara ripartizione dei ruoli. Gli Stati definiscono il quadro giuridico e gli standard minimi. Le piattaforme sono responsabili dell’attuazione e devono progettare i propri sistemi di conseguenza. Autorità di vigilanza indipendenti svolgono un ruolo centrale nel controllo e nell’applicazione delle norme. È fondamentale che la regolamentazione si basi su standard internazionali, in particolare sui diritti dell’infanzia. Un «child rights check» dovrebbe accompagnare sistematicamente la regolamentazione ed essere applicato già nella progettazione delle piattaforme online, per garantire che i diritti dei bambini siano considerati fin dall’inizio e che i rischi vengano individuati e ridotti precocemente.
Che cosa si aspetta dalle autorità svizzere?
Attualmente, con la prevista legge sulle piattaforme di comunicazione, la Svizzera ha l’opportunità di creare un quadro efficace. Tuttavia, l’approccio attuale è insufficiente, poiché si concentra fortemente sulla trasparenza e sulla gestione dei contenuti problematici, trascurando in gran parte la progettazione delle piattaforme. È determinante un «mix intelligente» di misure: regole vincolanti per le piattaforme, requisiti chiari per la loro progettazione e promozione delle competenze mediatiche. È inoltre essenziale che i diritti dei minori siano considerati in modo sistematico.
È possibile una regolamentazione globale?
Una regolamentazione globale completamente uniforme è difficile, a causa delle differenze nei contesti giuridici e culturali. Tuttavia, in molti Paesi emergono approcci simili, ad esempio per quanto riguarda una maggiore responsabilità delle piattaforme e la protezione dei minori nello spazio digitale. È importante che gli approcci nazionali si basino su standard internazionali e siano compatibili tra loro. Per la Svizzera, ciò significa mantenere un livello di protezione in linea con quello dell’UE: bambini e adolescenti non devono essere esposti a una tutela di seconda classe nello spazio digitale.
Basta la regolamentazione o serve un cambiamento culturale?
La regolamentazione è fondamentale perché stabilisce regole e incentivi chiari. Tuttavia, da sola non basta. Sono necessari anche investimenti nelle competenze mediatiche, nell’educazione e nel supporto a genitori e scuole. È essenziale un approccio integrato: regole chiare per le aziende e, allo stesso tempo, rafforzamento delle competenze di bambini e adulti.
