CORRIERE DEL TICINO, 22.05.2026, Pellegrinelli
Il CdT si occupa di salute mentale e segnala che in Ticino i ricoveri di minori, in dieci anni, sono quintuplicati – I casi sono diventati più complessi, richiedono più tempo e risorse: sintomi come il consumo di sostanze e l’autolesionismo sono diventati molto più frequenti.
L’impennata dei casi è impressionante. In dieci anni, il numero dei ricoveri di minorenni nei reparti di psichiatria in Ticino è quintuplicato, passando da 24 casi nel 2014 a 122 nel 2024. L’aumento di oltre il 400% ha avuto il suo picco nel 2023 con 141 casi. Più in generale, la crescita ha conosciuto una forte accelerazione dal 2021 in poi. Stessa evoluzione per le giornate di ricovero, cresciute da 644 nel 2014 a 4.905 nel 2024, pari a un incremento del 660% con un picco nel 2023 di 6.764 giornate.
A rilanciare il tema in questi giorni è stato il co-presidente del PS Fabrizio Sirica, il quale – con un post sui social – ha ricordato l’evoluzione dei numeri nell’ultimo decennio: «È una questione che mi interroga innanzitutto come padre ancora prima che come politico ». Sirica parla di un aumento «allarmante», in riferimento sia al numero dei casi, sia al numero delle ore trascorse nelle strutture cantonali. Risposte pronte per l’uso non esistono, dice, prima di porre la domanda: «Che cosa possiamo fare per migliorare questa situazione?».
La paura di decidere
A confermare al Corriere del Ticino l’evoluzione è Nicholas Sacchi, già presidente dell’Associazione ticinese degli psicologi, al quale abbiamo chiesto una lettura del fenomeno. «Non credo che i giovani di oggi siano semplicemente “più fragili” in senso generale. Il punto è piuttosto che i singoli casi sono diventati molto più complessi e richiedono quindi maggiore attenzione e più risorse». La complessità, prosegue, è il riflesso di una società nella quale è diventato più difficile orientarsi. La dimensione pedopsichiatrica negli ultimi anni si è chiaramente aggravata, spiega: «Sintomi come il consumo di sostanze e l’autolesionismo sono diventati molto più frequenti e visibili. In alcuni casi si parla perfino di forme ripetute di autolesionismo che, pur non essendo veri e propri tentativi di suicidio, finiscono per compromettere profondamente il rapporto tra mente e corpo».
Sulle cause, Sacchi individua una serie di fattori: dall’allentamento della presenza delle figure genitoriali, che può incidere sul senso di sicurezza dei ragazzi, fino all’ampiezza delle opportunità e delle scelte che si offrono ai giovani: «Da un lato il nostro contesto offre molte opportunità ed è molto inclusivo: ci sono percorsi scolastici e formativi diversificati, passerelle, apprendistati, possibilità di arrivare all’università anche attraverso strade non lineari. Dall’altro lato, però, questa ampiezza di scelta incontra una fragilità psicologica crescente: molti giovani fanno fatica a crescere, ad assumersi responsabilità adulte, a uscire davvero dall’infanzia». Sacchi cita quella che alcuni studiosi definiscono la «dilatazione dell’adolescenza». «È una sorta di ritardo nell’ingresso simbolico nell’età adulta. Se un tempo la crescita era vissuta come conquista di libertà, oggi molti ragazzi sperimentano già da adolescenti ampi margini di libertà, ma senza quel passaggio verso una libertà più responsabilizzata. E questo può generare smarrimento».
Famiglia e rete sociale
Rispetto al passato, continua l’esperto, i sintomi esplodono più spesso in forma urgente, e insieme a loro, spesso, va in crisi anche il sistema che circonda il minore, come la scuola, la famiglia e la rete sociale. « Ci sono ragazzi che smettono di andare a scuola, famiglie disgregate ». Tuttavia, questo non significa che l’intera generazione sia più debole. Anzi. «Molti giovani hanno oggi un accesso alle informazioni molto più ampio, competenze sociali sviluppate, grande apertura verso il mondo, disponibilità a fare esperienze internazionali, volontariato, percorsi autonomi. Il problema è che sta crescendo la quota di coloro che non riescono a reggere questa complessità, e che arrivano ai servizi con domande molto più pesanti, sia in termini clinici sia in termini di tempo e risorse richieste».
Semplificando molto, se aumenta il ventaglio delle scelte e delle pressioni, aumentano anche la complessità dei casi e la loro urgenza quando si manifestano. «La libertà è un valore positivo, ma comporta anche una responsabilità enorme. E molti giovani fanno fatica a sostenerne il peso». Non da ultimo, osserva ancora l’esperto, l’incremento dei casi dal 2021 in poi non va ricondotto tanto alla pandemia quanto all’esplosione della connettività permanente dei social e dell’isolamento digitale. « Secondo diversi studiosi, questo ha ridotto in molti ragazzi le occasioni di sviluppare competenze sociali concrete e la capacità di stare in relazione con il mondo reale».
Quadro in evoluzione
L’aumento dei ricoveri, tuttavia, si spiega solo in parte con questo quadro. «Un ricovero non è la semplice somma di questi fattori. Il ricovero psichiatrico resta una misura d’urgenza, usata quando un quadro clinico non può più essere contenuto o stabilizzato in altro modo. Tuttavia, oggi, il ricovero non serve più soltanto ad attenuare i sintomi acuti: in certi casi diventa anche un passaggio necessario per costruire una presa a carico successiva più strutturata, ad esempio un inserimento in un centro educativo per minorenni o un percorso ambulatoriale integrato».
Per quanto riguarda le strutture cantonali, il quadro è in evoluzione, ammette Sacchi. «La risposta del Governo all’interrogazione dice chiaramente che il sistema deve continuare ad attrezzarsi per rispondere alla domanda crescente. I centri educativi per minorenni (CEM, ndr) – alternativa alla permanenza in famiglia quando le condizioni familiari non lo permettono – hanno già avviato da tempo una loro trasformazione interna. Diverse fondazioni e realtà del territorio stanno cercando di adattarsi ai nuovi bisogni ». Secondo Sacchi, oggi non c’è ancora una piena risposta a tutta la domanda, ma c’è un impegno concreto per non limitarsi a rincorrere l’emergenza, cercando invece di sviluppare anche strumenti più preventivi.
« Sempre più spesso nei CEM ci sono ragazzi che avrebbero bisogno di contesti più medicalizzati, perché le diagnosi, le prescrizioni psicoterapeutiche e farmacologiche e la componente clinica sono in aumento».
«La fascia di età più esposta? La pubertà, tra i 12 e i 16 anni»
L’INTERVISTA / ALEXIA ALDINI/ capa dei Servizi medico psicologici del Sottoceneri
Dottoressa Aldini, partirei dal dato riguardante l’aumento dei ricoveri di minorenni. Come giudica questo incremento?
«Questo aumento si inserisce in una crescita più ampia della domanda di presa a carico legata alla salute mentale di adolescenti e bambini. È un fenomeno che osserviamo ormai dal 2010, con un andamento graduale continuo, per quanto molto marcato anno dopo anno. I dati lo mostrano con chiarezza».
Riguarda solo il Ticino e la Svizzera?
«No. In molti Paesi si registra un’impennata dei problemi di salute mentale tra gli adolescenti, soprattutto negli accessi in urgenza e nei casi che richiedono ricovero. Per chi lavora nel settore, questi dati non sono sorprendenti, perché il trend era già visibile nel decennio precedente».
Ritiene questa evoluzione preoccupante?
«Sì, è preoccupante soprattutto perché la crescita del disagio supera la nostra capacità di risposta, sia per dimensione sia per velocità. I posti non bastano mai, le strutture fanno fatica a stare dietro alla domanda e spesso non si riesce a intervenire con i tempi e con la frequenza che sarebbero necessari».
Quali sono le cause del disagio giovanile?
«C’è sicuramente un elemento culturale, nel senso che oggi c’è più possibilità di segnalare il disagio e più disponibilità a chiedere aiuto. Questo fa crescere il dato, ma è anche un aspetto positivo, perché consente di intercettare sofferenze che prima magari restavano invisibili. Al contempo, la società contemporanea sembra favorire l’emergere di patologie più di stampo narcisistico, che arrivano più facilmente all’urgenza: penso ai disturbi alimentari, all’autolesionismo e in generale agli attacchi al corpo, oggi molto più frequenti in adolescenza. La centralità dell’immagine corporea, l’esposizione precoce a determinati modelli possono contribuire a questa forma specifica del disagio. Anche l’instabilità dei contesti familiari può rappresentare un fattore importante, instabilità anche dal punto di vista economico e sociale che permea il contesto politico e culturale della nostra epoca».
C’è una fascia d’età maggiormente sotto pressione?
«La fascia più esposta sembra essere quella attorno alla pubertà, quindi indicativamente tra i 12-13 anni e i 16 anni, anche se naturalmente ci sono grandi variazioni individuali. È in questa fase che si osservano più frequentemente esordi anche urgenti di problematiche importanti. Det to questo, nessuna età è davvero risparmiata. Oggi i bambini sono esposti sempre più precocemente a dinamiche complesse, e la pubertà stessa tende a presentarsi prima, soprattutto nelle femmine. Di conseguenza vediamo quadri clinici gravi comparire prima rispetto al passato. Questo vale anche per i disturbi alimentari, che si manifestano sempre più spesso in età molto giovane, già con caratteristiche strutturate».
Una parte dei minori viene presa a carico fuori dal Ticino. Perché? Le strutture presenti sul territorio non sono sufficienti?
«Quando parliamo di collocamenti fuori cantone, ci riferiamo alle comunità terapeutiche, non ai ricoveri ospedalieri acuti, che invece vengono gestiti in Ticino. Il ricorso a strutture comunitarie fuori Ticino è legato all’aumentata complessità dei casi clinici, che richiedono tempi di presa in carico più lunghi e le cui condizioni cliniche non permettono attesa rispetto all’inizio della cura comunitaria. Mi riferisco, per esempio, a gravi disturbi della personalità in formazione, disturbi alimentari severi, quadri psicotici importanti associati anche a disturbi del comportamento o della condotta, per i quali è possibile ritenere più indicata sin dall’inizio una presa in carico maggiormente articolata, anche dal punto di vista medico farmacologico, con ricorso a centri di alta specializzazione come quelli individuati in Italia».
Quindi, la nuova unità pedopsichiatrica nell’ex clinica di San Pietro di Stabio per le degenze acute dei minorenni, con i suoi 13 posti letto, è sufficiente da sola per gestire le ospedalizzazioni?
«Se si guarda all’aumento dei casi clinici negli ultimi anni, i posti sembrano essere non del tutto sufficienti. In realtà i 13 posti rappresentano un’offerta importante, che viene incontro a una domanda di ricovero acuto che s’impone per dimensione e per urgenza di risposta».
Che cosa servirebbe in più?
«Non bisogna pensare che la risposta sia solo aumentare i posti in acuto. È importante anche sostenere tutto ciò che sta prima e accanto al ricovero. Bisogna lavorare, come stiamo facendo, sull’armonizzazione della rete territoriale e promuovere offerte di cura diversificate per intensità e che si stanno già creando grazie all’impegno multidisciplinare nei diversi livelli d’intervento cantonale».
Strutture insufficienti in Ticino
Nonostante il potenziamento dell’accoglienza nelle comunità terapeutiche presenti sul territorio, il collocamento nella vicina Italia continua a rivelarsi necessario
«L’aumento in questi ultimi anni di situazioni di minorenni in grave sofferenza si osserva sia nella popolazione generale, sia nei giovani che provengono da famiglie vulnerabili e quindi bisognosi di sostegno o protezione».
Parte da questa premessa la riflessione di Marco Galli, responsabile dell’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani del DSS. «Le due comunità appositamente costituite per minori a valenza terapeutica (Arco e Archetto), nonostante l’aumento di posti della nuova sede di Arco, non sono sufficienti a prendersi carico di tutta l’utenza, ciò che rende necessario il ricorso a comunità terapeutiche nella vicina Italia, che offrono un servizio altamente specializzato», spiega Galli.
Lo stesso fenomeno, precisa Galli, riguarda anche i centri educativi: «Ciò ha reso necessario il potenziamento di alcune équipe, l’introduzione di consulenti familiari, la concessione di supporti mirati, lo sviluppo di formazioni ad hoc, la collaborazione sempre più intensa con i servizi socio-sanitari, la creazione di una Cellula d’urgenza (attiva nel fuori orario e con 2 posti di timeout), la creazione di un centro (il progetto TOP) per prese in carico individualizzate».
Non solo. Come rileva ancora il responsabile del DSS, il Cantone ha attivato anche due gruppi di lavoro interdisciplinari per affrontare la tematica dei casi complessi: «Il primo di approfondimento, il secondo per la risoluzione dei casi più gravi. Consapevole del momento di forte pressione, la Conferenza dei direttori dei Centri educativi per minorenni (CEM), con il nostro sostegno, ha commissionato una ricerca all’Università di Ginevra, mentre da parte cantonale abbiamo avviato la pianificazione del settore, al fine di monitorare la situazione e, finanze permettendo, di rafforzare il settore colmando le lacune che verranno rilevate».
La nuova unità a San Pietro di Stabio
I ricoveri ospedalieri di minorenni nei reparti di psichiatria del Cantone rappresentano solo una parte dell’intervento complessivo e vanno letti nel contesto di una rete di servizi che privilegia, laddove possibile, la presa a carico ambulatoriale, nei Servizi medico-psicologici (SMP), o semi-residenziale in strutture socioeducative specializzate, i Centri psico-educativi (CPE).
Crescita esponenziale
Nel dettaglio, secondo i dati pubblicati recentemente dal Consiglio di Stato, i casi registrati nei reparti di psichiatria del Cantone erano 24 nel 2014, sono saliti a 39 nel 2015 e a 40 nel 2016, per poi crescere più nettamente a 70 nel 2017. Dopo una lieve diminuzione a 62 casi nel 2018 e a 46 nel 2019, i ricoveri hanno ripreso ad aumentare: 59 casi nel 2020, 108 nel 2021, 114 nel 2022, fino a raggiungere un picco di 141 nel 2023. Nel 2024 si osserva un calo a 122 casi, ma il livello resta comunque molto più alto rispetto agli anni iniziali del periodo considerato.
Va sottolineato che «il conteggio fa riferimento ai casi dimessi e non ai singoli pazienti ricoverati; un paziente che ha effettuato due ricoveri nel corso dell’anno viene quindi considerato due volte». Proprio l’aumento della domanda e la crescente complessità dei casi hanno portato il Cantone a rafforzare l’offerta, fino all’apertura, nel dicembre 2025, di una nuova unità pedopsichiatrica stazionaria per minorenni a San Pietro di Stabio.
Fuori cantone 28 collocamenti
In ambito ambulatoriale, nella fase post acuta, un ruolo particolarmente rilevante lo ricoprono i Servizi medico-psicologici (SMP), che rappresentano il principale punto di riferimento per la diagnosi, la presa in carico e il trattamento ambulatoriale dei disturbi psichici in età evolutiva. Nel 2025 gli SMP hanno seguito 2.104 giovani utenti, in crescita rispetto ai 2.015 registrati nel 2024; dieci anni prima, nel 2015, erano 2.005.
I centri educativi per minorenni
Un ulteriore tassello dell’offerta è costituito dai centri educativi per minorenni (CEM).
Secondo gli ultimi dati completi disponibili (2024), in Ticino si contano 352 posti per un totale di 92.601 giornate di presenza, dato in leggera diminuzione (-1,4%). Per la presa in carico nella fase post-acuta successiva al ricovero ospedaliero, sovente abbinata a motivi di protezione, sul territorio cantonale l’offerta è garantita principalmente da due strutture socioterapeutiche dotate di autorizzazione sanitaria: il CEM Arco di Riva San Vitale (13 posti) e il CEM Archetto di Mendrisio (8 posti). Pur rappresentando punti di riferimento essenziali, questa dotazione non consente di coprire tutte le situazioni che richiedono contemporaneamente protezione e cure pedopsichiatriche specialistiche. Ecco perché quando le necessità cliniche superano le capacità di presa in carico disponibili, il Cantone ricorre a strutture specialistiche situate in Svizzera interna oppure nella vicina Italia. Nel 2025 i collocamenti fuori cantone sono stati 28.
