Le Temps, 31.03.2026
Crescono le preoccupazioni per gli effetti dannosi delle piattaforme digitali sulla salute, soprattutto dei più giovani. L’esperto in dipendenze Daniele Zullino sottolinea la responsabilità delle aziende.
La scorsa settimana, due tribunali americani hanno riconosciuto, a breve distanza l’uno dall’altro, la responsabilità di Google e Meta nei comportamenti di dipendenza di minorenni sulle loro piattaforme come Instagram e YouTube.
Sebbene la portata di queste decisioni resti incerta, la loro eco risuonerà probabilmente questo martedì in Francia, mentre il Senato dovrà pronunciarsi su una proposta di legge per vietare i social network ai minori di 15 anni, approvata dall’Assemblea alla fine di gennaio.
Mentre il dibattito sulla protezione dei minori dagli schermi cresce anche in Svizzera, l’industria tecnologica viene spesso paragonata a quella del tabacco. Un’analogia che Daniele Zullino, responsabile del servizio di dipendenze degli HUG e specialista delle dipendenze, sia da nicotina sia da schermi, considera pertinente.
I meccanismi di dipendenza dai social network sono paragonabili a quelli di un prodotto come il tabacco?
Dal punto di vista neurobiologico, sì. Non si diventa dipendenti da Internet in sé, ma da alcune caratteristiche delle piattaforme. Nel caso dei social network, si tratta di stimoli sociali.
Il cervello umano si è evoluto per rispondere a questi stimoli, ma in un contesto in cui le interazioni sociali erano rare e lente. Oggi questi stimoli si sono moltiplicati enormemente.
L’evoluzione culturale è stata molto più rapida di quella biologica, e il divario continua ad ampliarsi. Il nostro cervello non è preparato a reagire a così tanti stimoli, così spesso.
Perché questi stimoli sono così potenti?
Perché attivano il nostro sistema di ricompensa. Un “like” stimola i circuiti dopaminergici, rafforzando il comportamento che lo ha provocato.
È un circolo vizioso: più si ripete quel comportamento, più diventa probabile ripeterlo ancora.
Questi meccanismi si basano su un sistema darwiniano. Rispondere agli stimoli sociali o sessuali ha storicamente aumentato le nostre possibilità di sopravvivenza e di riproduzione. Per questo siamo naturalmente sensibili a essi.
Qual è la responsabilità delle aziende in tutto questo?
Non si limitano a rendere possibile l’interazione sociale. Progettano le loro piattaforme in modo da massimizzare questi meccanismi.
Come la pubblicità da molto tempo, sfruttano l’attenzione attraverso la novità, il pericolo o l’attrazione. Ma lo fanno in modo molto più elaborato ed efficace.
E la responsabilità individuale?
Ognuno è libero di aprire un account o di fumare una sigaretta. Ma la dipendenza non dipende da una scelta: è il risultato di un condizionamento.
C’è un problema etico quando le aziende ottimizzano deliberatamente i loro prodotti per rafforzare la dipendenza.
L’industria del tabacco, negli anni Sessanta, aveva modificato i propri prodotti per accentuare gli effetti di dipendenza della nicotina. La logica è comparabile.
Perché i giovani sono particolarmente vulnerabili?
Durante l’adolescenza, il cervello è ancora in piena maturazione.
Alcuni circuiti neuronali si rafforzano, altri vengono eliminati: è la plasticità cerebrale.
Stimoli particolarmente forti orientano questa selezione e favoriscono il radicamento di comportamenti di dipendenza.
Che cos’è un uso problematico?
Non è una questione di tempo trascorso davanti allo schermo, anche se il rischio aumenta con la durata.
Un comportamento diventa problematico quando impedisce alla persona che lo adotta di raggiungere i propri obiettivi.
Quali segnali devono allarmare?
L’inizio di un calo nel rendimento scolastico, disturbi del sonno, tensioni familiari ricorrenti legate al consumo.
Oppure la perdita di controllo, quando non si riesce più a rispettare i limiti che ci si è imposti da soli.
Come intervenite nella prevenzione?
Raccomandiamo di ritardare il più possibile l’esposizione a un prodotto a rischio: droga, alcol, ma anche social network.
I poteri pubblici non dovrebbero restare passivi davanti a produttori di contenuti che cercano di fidelizzare i clienti il prima possibile.
Tuttavia, decenni di politiche pubbliche sulle droghe ci hanno insegnato che il proibizionismo non funziona.
Per limitare l’accesso dei più giovani, è meglio regolamentare.
Nelle nostre consulenze lavoriamo per introdurre regole semplici, come limitare il tempo davanti allo schermo, togliere lo smartphone durante la notte, tenere i dispositivi negli spazi comuni.
Queste misure funzionano?
Nove volte su dieci… almeno temporaneamente!
Paragonare i social network a sostanze tossiche come nicotina o tabacco non è riduttivo?
Servono anche come strumento di socializzazione per gli adolescenti e come terreno di sperimentazione.
Regolare non significa ignorarne i benefici.
Come per qualsiasi scelta, la domanda centrale resta: i vantaggi superano i rischi?
Ma quando si entra nel campo della dipendenza, si esce dalla razionalità. I comportamenti diventano automatici.
Allora bisogna cercare di reintrodurre questa domanda: a cosa serve davvero?
Il Senato francese esamina una proposta di legge che vieterebbe i social ai minori di 15 anni. Anche in Svizzera questo dibattito avanza. Qual è il suo punto di vista da esperto di dipendenze?
All’inizio ho pensato: “Ma no! Non vietiamo!”.
Poi mi sono detto che, in fondo, facciamo la stessa cosa con alcol e tabacco per i più giovani, con risultati positivi.
Il divieto non impedisce il consumo, ma lo rende più difficile.
L’obiettivo della prevenzione è rendere il prodotto meno attraente.
L’interesse di una regolamentazione si trova soprattutto nel dibattito pubblico che provoca.
Guardate il tabacco: nel corso di due decenni di discussione, la sua immagine è stata profondamente trasformata.
Oggi fumare è molto meno “cool” di una volta.
