LA REGIONE, 31.01.2026, Caratti
«La Regione» si occupa di solitudine, volto nascosto dell’adolescenza nell’era dei social – Il digitale sta ridisegnando l’affettività: «Si cresce tra pornografia online e paura del contatto».
Insieme, ma lontani: il silenzio emotivo dell’era digitale. Viviamo nell’epoca della connessione continua. Smartphone alla mano, social sempre aperti, possibilità di raggiungere chiunque in qualunque momento. Eppure, mai come oggi i ragazzi dichiarano di sentirsi soli. Un’epidemia di solitudine, confermata da vari studi europei, difficile da contrastare, che i guru del virtuale stanno cercando di curare con un male ancora peggiore: surrogati digitali di amicizie generati con l’intelligenza virtuale. «La contraddizione è evidente: posso connettermi con chiunque, ma faccio fatica a vivere davvero una relazione. È un paradosso che tocca in profondità l’adolescenza, fase di vita in cui lo sguardo dell’altro, il contatto fisico, il confronto faccia a faccia sono elementi fondamentali per crescere e costruire la propria identità», spiega lo psicologo e psicoterapeuta Dario Gennari. Alla tematica iperconnessione e solitudine è stata dedicata di recente una giornata di studio interdisciplinare a Lugano, organizzata da Rete Operativa, con diversi esperti che ci aiutano a leggere un mondo in rapida evoluzione che disorienta molti, pone nuove sfide e porta con sé grossi cambiamenti sociali e nuovi disagi soprattutto tra i più giovani.
‘I corpi si incontrano meno’
«Le relazioni affettive degli adolescenti oggi sono profondamente influenzate dal digitale», osserva Gennari. «Si costruiscono attraverso i social media, ma poi vivere davvero la relazione, nel mondo reale, diventa difficoltoso. Stare con l’altro può essere ansiogeno: nella propria cameretta ci si sente protetti, mentre l’incontro corporeo è meno familiare. I corpi, semplicemente, si incontrano meno». Eppure proprio i ragazzi esprimono un bisogno crescente di relazione. In un mondo percepito come individualista e competitivo, l’altro diventa lo specchio necessario per sapere chi si è. «La relazione ci permea, ci sviluppa, ci rimanda un’immagine di noi stessi», ricorda lo psicoterapeuta. Ed è proprio l’assenza o la fragilità di questi incontri reali a generare sentimenti di vuoto e solitudine.
Quando l’educazione passa (male) dalla pornografia online
Il tema della sessualità è uno degli ambiti più colpiti dalla trasformazione digitale. I dati confermano che oggi gli adolescenti vivono meno esperienze intime e sempre più spesso costruiscono la loro educazione sessuale su ciò che trovano online. Pornografia disponibile 24 ore su 24, accessibile senza filtri, modellata da algoritmi che “inseguono” l’utente. “La pornografia oggi non la devi più cercare”, sottolinea Gennari. «È lei che cerca te. Il rischio è che l’educazione sessuale passi attraverso contenuti distorti, lontani dalla realtà e consumati in modo compulsivo. È come avere un pusher che ti insegue per offrirti il prodotto incessantemente».
Questo produce una sessualità meccanica, impoverita, spesso disancorata dal corpo dell’altro e dominata dall’ansia del contatto reale. La fantasia si spegne, la curiosità si riduce, mentre cresce l’illusione di potersi bastare da soli.
La sfida di costruire relazioni reali offline
«Oggi si fa conoscenza con grande rapidità, ma questo può generare confusione», osserva la psicoterapeuta Vanessa Romelli. «Molti giovani faticano ad andare in profondità: dopo due o tre chat credono di essere già in una relazione intima, senza comprendere davvero come funzionano i legami. Spesso non sanno valutare se una persona sia affidabile e finiscono per fidarsi eccessivamente di qualcuno mai incontrato dal vivo. Fanno fatica a mettere limiti alla propria intimità e arrivano a inviare video o contenuti personali senza riflettere sulle possibili conseguenze».
Nonostante l’iperconnessione, molti ragazzi arrivano nello studio della sessuologa clinica proprio perché non riescono a vivere relazioni intime autentiche, soprattutto in ambito amoroso. «I social diventano il principale canale di comunicazione anche quando si è nella stessa stanza: si preferisce mandare un messaggio piuttosto che guardarsi negli occhi. Con il tempo, questa abitudine rende più difficile costruire legami profondi e reali», continua Romelli.
I like definiscono la mappa degli amici
Nel mondo dei social si tende a confondere l’intimità con l’apparenza e la mappatura delle amicizie passa spesso attraverso i like. «Sono i like a definire chi è amico di chi, e persino nelle relazioni amorose possono diventare motivo di gelosia: basta mettere un like a un ragazzo o a una ragazza per creare tensioni. Tra i giovani, il valore attribuito ai like è enorme: averne pochi significa ‘avere pochi amici’ o ‘non piacere’. Questo genera oscillazioni emotive intense, con picchi improvvisi legati ai rapidi cambiamenti dell’attenzione ricevuta». L’iperconnessione non ha eliminato la solitudine: l’ha resa più silenziosa. Il digitale non è solo uno strumento, ma spesso diventa un rifugio: un luogo protetto, dove il corpo non è esposto e tutto passa attraverso uno schermo. Ma proprio questa mediazione costante priva le relazioni di un elemento essenziale: il linguaggio non verbale, cioè la capacità di leggere l’altro attraverso lo sguardo, il tono della voce, i gesti. «La grande sfida è integrare la conoscenza di sé, del proprio corpo e del corpo dell’altro nella vita virtuale, così da ritrovare un equilibrio e ricostruire spazi di incontro autentico», aggiunge lo psicologo e sessuologo Fabio Ratti. Perché, al di là degli schermi e delle notifiche, la relazione resta il luogo essenziale in cui impariamo a riconoscerci ed essere riconosciuti.
Divieti difficili da applicare
«Viviamo in una società che premia la performance e riduce gli spazi della relazione», conclude Gennari. «E questo si riflette anche nelle dinamiche familiari: vediamo genitori spesso in difficoltà di fronte alle vite virtuali dei figli. Il consiglio è di favorire il dialogo senza contrapposizioni, accogliere il digitale perché vi siamo immersi e, più che imporre divieti difficili da applicare, stimolare una riflessione critica».
IL DIETISTA – Il peso degli influencer sull’alimentazione
Sempre più ragazzi seguono diete suggerite dai loro idoli sui social, inseguendo risultati immediati e aspettative spesso irrealistiche. Il confronto continuo con modelli di vita apparentemente perfetti genera frustrazione. Anche i “like” finiscono per avere un peso sull’immagine corporea: «Se un tempo il confronto era limitato ai compagni di classe, oggi è globale. Questo rende ancora più difficile costruire la propria identità, trovare un equilibrio col proprio corpo ed emergere senza sentirsi costantemente giudicati. Lo stile di vita inarrivabile di un coetaneo dall’altra parte del mondo, mostrato attraverso contenuti online filtrati, diventa un termine di paragone continuo, alimentando facilmente insoddisfazione e senso di inadeguatezza», spiega il dietista ASDD Francesco Roncoroni. Nel suo studio arrivano giovani confusi su cosa significhi alimentarsi in modo corretto. «La dieta è sempre più legata ai trend – spiega – e se non si riesce a stare al passo con la moda subentrano esclusione e ulteriori difficoltà». Il ruolo dei professionisti è quello di aiutare a costruire un equilibrio soggettivo e sostenibile nei pasti quotidiani, lontano da schemi rigidi e imposizioni esterne.
LA NEUROPSICOLOGA – La trappola dei like sul cervello adolescente
Quando gli adolescenti sono sui social, si attivano i circuiti della ricompensa, cioè il sistema dopaminergico. Le strutture che producono dopamina maturano, tra 10 e 15 anni, mentre la corteccia prefrontale — responsabile del controllo degli impulsi — è ancora immatura e si sviluppa completamente tra 22 e 25 anni. «Questo squilibrio – ci spiega la psicologa Anna
Alessandrì , specializzanda in neuropsicologia – fa sì che negli adolescenti i meccanismi della ricompensa siano molto forti, mentre quelli di controllo siano ancora deboli. Rendendoli più vulnerabili agli stimoli gratificanti, compresi quelli dei social». Il funzionamento è simile a quello delle slot machine: una ricompensa imprevedibile è il rinforzo più potente. Allo stesso modo, ricevere un like ogni tanto stimola il cervello a tornare continuamente a controllare il telefono. «Si attiva lo stesso circuito delle dipendenze: ricompensa immediata, ripetizione e scarso controllo dell’impulso». Gli adolescenti, infatti, tendono a cercare gratificazioni immediate, continua l’esperta, per questo notifiche e like risultano così irresistibili: una ricompensa rapida che il loro cervello immaturo fatica a gestire.
L’ECONOMIA DELLE EMOZIONI – L’era dei nuovi amici artificiali
Lo smartphone è diventato, per molti, una presenza costante che rassicura, accompagna addormentandosi e dà il primo saluto al mattino. Non è solo una metafora azzardata. Vari studi mostrano come l’81% controlli il telefono entro i primi dieci minuti dal risveglio, e il 66% lo porti con sé persino in bagno. Numeri che raccontano una dipendenza di massa, trasversale a tutte le fasce d’età. Negli ultimi anni è cresciuta in modo significativo la quota di over 60 che passa molte ore al telefono. Per molti anziani lo smartphone è una “copertina calda”, un rifugio contro solitudine, isolamento, che però rischia di trasformarsi in abitudine compulsiva.
Già un decennio fa – spiega il giornalista Andrea Daniele Signorelli, ospite al convegno che si occupa di nuove tecnologie, politica e società – era chiaro agli esperti che Instagram fosse la piattaforma con il peggior impatto sulla salute mentale degli adolescenti. Nel 2019, grazie a una fonte interna, è emerso che Meta aveva condotto studi mai divulgati: la piattaforma peggiora la percezione del proprio corpo, soprattutto nelle ragazze – una su tre dichiara un peggioramento del rapporto con la propria immagine. L’esposizione costante al giudizio pubblico alimenta ansia, riduce la qualità del sonno e rafforza la “paura di perdersi qualcosa”.
Perché i social generano ansia
Sui social viviamo un fenomeno noto, che Signorelli spiega, ossia il collasso dei contesti: un unico post viene visto nello stesso modo da amici, colleghi, genitori, ex professori. Nella vita reale ci comportiamo diversamente a seconda del contesto; online questo filtro non esiste più. «Già nel 2016, su Facebook, si è osservata una drastica riduzione dei contenuti personali pubblicati dagli utenti comuni, paralizzati dal giudizio potenziale di un pubblico troppo vasto». Le piattaforme, però, hanno reagito: per aumentare l’ingaggio hanno privilegiato chi ancora condivide contenuti personali, premiandolo con più like e visibilità. Una strategia che fa leva sulla gratificazione istantanea e che, dal 2017, è stata messa in parallelo con le dinamiche della ludopatia: scariche di dopamina che spingono a ripetere le azioni e, in assenza di gratificazione, a cercarla compulsivamente. Ricompense che si presentano sotto forma di notifiche, messaggi o altro e che sono in grado di stimolare la produzione di dopamina. È una delle principali ragioni per cui gli utenti di social network controllano in continuazione il loro smartphone. L’obiettivo: «Farti stare sempre più tempo sulla piattaforma. Rimanere online diventa piano piano più facile che coltivare relazioni reali. Le interazioni sono rapide, intuitive, cariche di micro-ricompense. Ma per alcuni questo significa essere più connessi… e più soli», precisa.
I nuovi falò digitali
I dati americani lo mostrano: dopo il 2007, anno di commercializzazione dell’iPhone, gli adolescenti escono meno con gli amici, prendono la patente più tardi, vivono più spesso sentimenti di esclusione e solitudine. Il quadro, aggiunge l’esperto, non è univoco: altri studi suggeriscono che un uso moderato dei social possa avere effetti positivi, aiutando a creare reti basate su interessi comuni. Ma resta la domanda: come praticare un uso moderato se gli stessi strumenti sono progettati per creare dipendenza? Il paradosso è evidente. I ragazzi bevono meno, hanno meno appuntamenti romantici, rapporti sessuali, diminuiscono le gravidanze precoci. Sono più responsabili o semplicemente escono molto meno di casa? Intanto i social stanno già cambiando pelle. TikTok è l’esempio più evidente della metamorfosi: il 70% degli utenti non pubblica, ma consuma contenuti creati da professionisti. «Da piazza virtuale diventa una televisione iper-accelerata, con influencer che parlano a molti. Le interazioni intime si spostano altrove: nei gruppi chiusi di WhatsApp, veri e propri ‘falò digitali’ al riparo dagli sguardi del pubblico».
Simulano attenzione e mostrano una pazienza infinita
Come si passa da tre a quindici amici, quando si trascorre più tempo negli algoritmi che nelle relazioni reali? «L’epidemia di solitudine che attraversa le società occidentali è oggi anche una nuova opportunità di business per l’economia delle emozioni. Dopo aver contribuito a creare isolamento, molte piattaforme offrono ora surrogati di amicizie: assistenti digitali, chatbot empatici, veri ‘amici artificiali’. Replika è stato il primo», precisa l’esperto. Questi sistemi simulano attenzione, ascolto, comprensione totale: danno ragione, rassicurano, mostrano pazienza infinita. Ma il rischio è evidente: più ci affidiamo a un amico perfetto, più diventa difficile coltivare amicizie reali, con la loro naturale complessità.
