CORRIERE DEL TICINO, 03.04.2026
Sul caso emerso alle Medie di Giubiasco, il CdT intervista Raffaella Brenni Tonella, psicologa e responsabile della formazione adulti per ASPI: «La prevenzione andrebbe rafforzata».
Partiamo dalla sfera famigliare, la prima barriera difensiva nei confronti delle ragazze e dei ragazzi. Quali sono i primi segnali che possono emergere in caso di abusi a cui i genitori devono prestare attenzione? Come riconoscerli?
«I segnali di un maltrattamento o di un abuso non sono quasi mai di natura fisica evidente, ma si manifestano attraverso sintomi comportamentali, emozionali, psicosomatici o attraverso anomalie nella vita sociale. I genitori dovrebbero per esempio prestare particolare attenzione a disturbi improvvisi del sonno o dell’appetito, scoppi di rabbia, pianti immotivati o un estremo isolamento sociale. Un campanello d’allarme inequivocabile per un sospetto abuso sessuale è l’emergere di un linguaggio o di comportamenti sessualizzati che risultano palesemente sproporzionati rispetto all’età e allo sviluppo cognitivo del minore. Tuttavia l’abusante è spesso una persona vicina, amata, e attraverso la manipolazione crea confusione nella vittima e fa vivere emozioni ambivalenti al o alla minore. Vi è quindi un’incapacità di inquadrare l’accaduto, e senza un’educazione sessuale-affettiva e un dialogo sui limiti, spesso i minori, come pure gli adulti di riferimento, non riconoscono gli abusi».
Una volta riconosciuti, che cosa bisogna fare? A chi bisogna rivolgersi e quale supporto è possibile fornire ai propri figli?
«La scoperta o il fondato sospetto di un abuso genera inevitabilmente reazioni emotive profonde, come incredulità, rabbia o paura, ma è vitale che gli adulti non si facciano prendere dal panico e, soprattutto, non si improvvisino investigatori. Indagare per conto proprio rischia di inquinare i fatti o di traumatizzare ulteriormente la vittima. Il minore non va mai colpevolizzato, ma creduto e supportato. In una fase di dubbio o sospetto, genitori e professionisti possono rivolgersi al Servizio LAV o alle Autorità Regionali di Protezione, che fungono da istanza di consulenza specialistica per capire come intervenire correttamente e a tutela del minore, oppure alla Polizia Giudiziaria, Sezione dei Reati contro l’Integrità della Persona (SRIP) per procedere con una segnalazione formale, sporgere denuncia o richiedere un intervento operativo tempestivo per tutelare l’incolumità del minore».
Il caso venuto alla luce ieri riguarda una scuola media. Che ruolo possono avere i docenti o i maestri nel riconoscere certi segnali di disagio in un allievo?
«I docenti e il personale scolastico rivestono il ruolo insostituibile di ‘‘sentinelle” sul disagio. Avendo il privilegio dell’osservazione longitudinale e quotidiana in un ambiente extra- familiare, possono notare precocemente variazioni critiche come crolli ingiustificati del rendimento, assenteismo, dinamiche di isolamento o atteggiamenti oppositivi improvvisi. Inoltre possono dare dei messaggi preventivi agli allievi, rinforzando il fatto di parlare e chiedere aiuto quando c’è un problema. In ogni caso il loro compito non è condurre indagini, bensì osservare e attivare la rete di protezione. Le direttive cantonali impongono un obbligo di notifica preciso: di fronte a constatazioni o segnalazioni di comportamenti inadeguati, il docente o il personale deve informare tempestivamente la Direzione, la quale ha l’obbligo di notificare gli organi di conduzione e vigilanza, attivando così le istituzioni preposte».
A suo avviso, in Ticino, la prevenzione andrebbe rafforzata?
«Assolutamente sì. La prevenzione primaria non è mai sufficiente e rappresenta lo strumento più efficace di cui disponiamo per contrastare la violenza. È scientificamente provato che laddove si opera con un intenso e continuo lavoro di prevenzione e sensibilizzazione, gli abusi diminuiscono e aumentano parallelamente le segnalazioni precoci. Come Fondazione raggiungiamo ogni anno circa 6.000 bambini e ragazzi nelle scuole ticinesi, ma per scardinare il problema dobbiamo estendere questo raggio d’azione investendo in modo ancor più capillare sulla formazione degli adulti – docenti, genitori e professionisti –. Un ecosistema in cui le istituzioni, la scuola e la famiglia comunicano la medesima cultura del buon trattamento costituisce la barriera più formidabile contro chi cerca di approfittare dell’infanzia».
