L’apprendimento è un processo mediato dall’interazione sociale

COMMENTO OSPITE, Neue Zürcher Zeitung, 29.04.2026, Perret

Eliane Perret: «Gli interlocutori nell’interazione sono centrali per bambini e adolescenti sia in famiglia sia a scuola. Per questo l’insegnamento dovrebbe concentrarsi sull’apprendimento dialogico».

I progetti di riforma nel campo dell’istruzione si concentrano spesso su un livello strutturale. Questo non è sbagliato, ma manca la domanda fondamentale: rispondono davvero ai bisogni socio-emotivi e cognitivi di un bambino o di un adolescente? Questa dovrebbe essere la linea guida per capire dove i cambiamenti siano opportuni e sensati. Tra i principi oggi generalmente riconosciuti nelle scienze umane vi è la consapevolezza della socialità intrinseca a ogni essere umano. Già nei primi mesi di vita si manifesta che i bambini non sono individui isolati privi di legami né adulti incompleti. Possono affrontare con fiducia e coraggio i compiti evolutivi loro assegnati e sviluppare liberamente la propria personalità solo se si sentono compresi, accolti e sostenuti dalle persone di riferimento e nelle relazioni con gli altri. Per questo i loro interlocutori in famiglia e a scuola, così come le condizioni sociali e ambientali, sono essenziali. Essi sono determinanti per la possibilità di uno sviluppo libero dell’individualità e per la realizzazione del potenziale infantile.

Quando questo manca o è insufficiente, lo sviluppo di un bambino o di un adolescente ristagna. Una sorta di “senza dimora psichica” può manifestarsi in sintomi come mancanza di concentrazione, impulsività e iperattività evidente, oppure in ritiro e rifiuto, stati depressivi o un’eccessiva focalizzazione su interessi molto specifici. Da queste osservazioni, confermate da numerosi studi, derivano indicazioni importanti per la progettazione della scuola e dell’insegnamento: l’apprendimento è un processo mediato e realizzato socialmente, non un processo individualistico in cui bambini e adolescenti, come piccole “imprese individuali”, si appropriano autonomamente dei contenuti tramite programmi di apprendimento diversi. Il fulcro dell’insegnamento deve quindi essere costituito da forme di apprendimento dialogico adeguate all’età. In questo contesto, gli studenti elaborano insieme i contenuti, guidati dagli insegnanti. Questo processo è vantaggioso per tutti i partecipanti, ma contrasta con alcune tendenze pedagogiche attuali, che seguono il principio di guidare il meno possibile i bambini, lasciando che “scoprano” nuovi ambiti di apprendimento in modo autonomo, attraverso osservazione e sperimentazione.

Le ricerche scientifiche più recenti e le indagini nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento mostrano però che, in un simile contesto, il divario tra studenti più forti e più deboli si amplia notevolmente. Solo una piccola parte di bambini e adolescenti – spesso sostenuta da lezioni private – riesce a cavarsela in questo tipo di insegnamento, mentre gli altri si arrangiano tirando a indovinare o copiando, oppure scivolano scoraggiati in attività poco costruttive (mascherando così il senso di fallimento). Non solo loro, ma tutti i bambini hanno bisogno, in famiglia e a scuola, del sostegno che deriva dal riscontro degli altri e da esperienze relazionali vincolanti: lodi, incoraggiamento, rafforzamento, ma anche critiche costruttive. Questo è ciò che permette a un bambino di sviluppare il proprio potenziale e gli dà il coraggio e la fiducia per affrontare e risolvere nuovi compiti.

All’apprendimento dialogico è legato anche lo sviluppo socio-emotivo del bambino. Esso rappresenta un importante terreno di esercizio per lo sviluppo dell’empatia e del senso di umanità, da cui nasce a sua volta il desiderio naturale di una convivenza equa e cooperativa nella società.

Resta da chiarire, attraverso un’attenta osservazione, se una grande classe comune sia sempre l’ambiente sociale più adatto per tutti i bambini. L’esperienza mostra che un contesto sociale più ristretto, un accompagnamento graduale e una stretta guida da parte dell’insegnante possono essere molto utili per alcuni bambini e adolescenti. In questi casi, molti ritrovano il coraggio di affrontare le richieste e sviluppano nuove prospettive e fiducia nel futuro.

Questo vale in particolare anche per i bambini la cui lingua madre non è il tedesco. Essi devono poter apprendere la nuova lingua in un ambiente in cui si sentano accolti e valorizzati nella propria origine culturale e linguistica – condizione indispensabile per imparare una nuova lingua e sentirsi “a casa” anche in essa.

Nell’apprendimento dialogico, gli insegnanti sono chiamati in causa come persone, non come coach o semplici organizzatori di processi di apprendimento, ma come importanti figure di riferimento al di fuori della famiglia. In questo ruolo possono riconoscere precocemente sia il potenziale sia eventuali sviluppi problematici e intervenire in modo mirato, sostenendo e stimolando. La relazione diventa così il fattore decisivo. Questo dovrebbe tornare a essere il punto di partenza degli sforzi educativi e dei progetti di riforma scolastica, riflettendosi nei programmi, nella formazione degli insegnanti e nella progettazione didattica. Solo così sarà possibile rispondere realmente ai bisogni di bambini e adolescenti.

Eliane Perret è psicologa e pedagogista speciale; è stata direttrice di una scuola speciale a tempo pieno.

 

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp
Email
Ultimi articoli
Torna in alto

Panoramica privacy

Questo sito utilizza dei cookies per fornirti la migliore esperienza di navigazione. Per saperne di più, visita le nostre pagine Privacy Policy e Cookie Policy.