‘Obbligata a portare il velo, a scuola era l’inferno’ 

Cantone, LA REGIONE, 24.11.2023, Stevanovic 

«La Regione» racconta la storia di una luganese, vittima del padre integralista e delle vessazioni dei compagni di scuola: «Per loro ero la figlia del terrorista» – Il punto sulla lotta al bullismo col Gruppo Minori della Polcantonale. 

La storia di una ragazza di Lugano, doppiamente vittima di un padre integralista e di compagni spietati che la vessavano: ‘Bisogna parlare di più. Troppi i tabù’. E intanto, in prima linea contro il bullismo si schiera anche il Gruppo Minori della Polizia cantonale 

«La mia è una storia un po’ complicata». Lo dice subito Sara. Nata e cresciuta a Lugano ma di origine mediorientale, porta il peso delle ingiustizie subite e preferisce l’anonimato. La sua è una storia complicata, perché da piccola si è trovata fra l’incudine di un padre integralista religioso e violento e il martello di coetanei che alle scuole Medie le hanno reso la vita un inferno a causa del velo che le era stato imposto di indossare. È una storia complicata perché lei oggi di anni ne ha venti e dopo un’adolescenza segnata dall’intervento dei servizi sociali con i genitori non ha più rapporti. Una storia complicata, anche perché tratta di una forma di bullismo poco tematizzata: quello a sfondo religioso. 

‘Un’imposizione di mio padre’ 

«Avevo circa 12 anni e andavo in prima media quando tutto è cominciato – ricorda -. La situazione in casa mia era molto fragile, dal momento in cui mio padre, che è estremamente religioso, in maniera proprio radicale, ha deciso per me e per mia sorella che avremmo dovuto obbligatoriamente portare il velo e vestirci in un modo che lui riteneva consono ma che ci metteva a disagio e che non rispecchiava i nostri desideri. Era un’imposizione a tutti gli effetti». Un’imposizione che all’alba della pubertà ha avuto immediate conseguenze nella vita sociale della ragazza. «I compagni di scuola, soprattutto quelli più grandi che frequentavano già la terza e la quarta media, hanno cominciato a prendermi di mira. Sono cominciati una serie di commenti, in fondo al bus». 

‘Tutti ridevano, io restavo pietrificata’ 

Che cosa dicevano? «Ad esempio: ‘ Ecco la figlia del terrorista’. Oppure, quando salivo sull’autobus o anche solo appena mi vedevano esclamavano: ‘ Adesso esplode una bomb O ancora: ‘Lì sotto (alludendo al velo e ai vestiti, ndr) nasconde una bomba’». E come se queste prese in giro, quelle sì violente come una bomba, non fossero state sufficienti, i bulli peggiori andavano anche oltre. «Sempre sul bus scolastico capitava che accartocciassero un foglio di carta e me lo buttassero addosso urlando: ‘Attenti che arriva la bomba’. Tutti si mettevano a ridere. Io rimanevo pietrificata. Non avevo nemmeno la forza per girarmi e guardarli negli occhi». Sono episodi che capitavano solo sul bus? «No, altroché. Fosse stato solo sul bus avrei risolto il problema andando a scuola a piedi. Era un continuo, tutta la giornata. Stare a scuola diventava difficile». 

‘Mi nascondevo in bagno a ricreazione’ 

Talmente difficile, che «mi capitava di dovermi nascondere in bagno durante le ricreazioni». Una quotidianità completamente stravolta e distorta a causa dei bulli, come anche delle scelte di un padre-padrone. Fino a giungere a dei paradossi. «Per volere di mio padre ho dovuto rinunciare anche a delle gite scolastiche – aggiunge – e allora mi ritrovavo in classe con i ragazzi più grandi, gli stessi che mi prendevano spesso in giro. Ed era ancora peggio». Le prese in giro sono durate finché Sara ha tenuto il velo. «La mia storia a un certo punto è continuata in un modo molto diverso: a causa dei problemi domestici è entrata in gioco l’assistenza sociale e sono finita in un istituto per minori. Grazie a Dio il bullismo è finito. Ma è stato un periodo atroce da vivere». Con pochi fari nel buio: «Mi ricordo che c’era questa ragazza di terza o quarta media che prendeva sempre le difese dei più piccoli quando venivano presi in giro. Le sono grata. Crescendo, ho immaginato che forse anche lei era stata vittima di bullismo». 

‘Non riuscivo a parlarne coi docenti’ 

Crescendo, in effetti, Sara ha intrapreso un percorso importante. «Ho riflettuto sui ragazzi, praticamente solo maschi, che mi dicevano queste cose. Mi sono detta che evidentemente facevano così perché avevano delle mancanze». Di educazione per cominciare. «Sì (le strappiamo un sorriso, ndr). Dovevano sfogare queste carenze bullizzando altri ragazzi. Maturando ho realizzato questo». Non da sola. «Essendo stata presa a carico da un istituto per minori, ero seguita da una psicologa. All’inizio non riuscivo a parlargliene. A un certo punto mi sono detta che lei poteva effettivamente darmi una mano e allora ho cominciato un percorso terapeutico. Ma avevo già 16 anni». E la scuola Media l’avevi già finita. Quando la frequentavi non sei riuscita a parlarne con un docente? «No. Da un lato forse non mi rendevo conto di quanto grave fosse, anche se stavo male. D’altra parte non me la sentivo perché temevo che sarebbe stato ancora peggio, che mi avrebbero preso ancor più di mira». 

‘Non più sorveglianza, ma più dialogo’ 

Però i docenti nel mondo scolastico sono gli adulti e hanno, fra le altre cose, anche il dovere di sorveglianza. Ce ne vorrebbe di più per ridurre questo fenomeno? «Credo che aumentare la sorveglianza a scuola non serva a molto, anche perché poi gli episodi si spostano fuori dal contesto scolastico. E poi la scuola non è una prigione. Penso piuttosto che si debba fare ancor più sensibilizzazione. Penso che ci siano troppi tabù. Si cerca di ‘proteggere’ i bambini, senza rendersi conto che così facendo si distruggono altri. Invece bisognerebbe rimanere sempre comunicativi con i bambini. Ovviamente calibrando le parole, ma questo vale per tutto in generale. È importante dir loro come stanno le cose, anche sui temi ritenuti delicati. Si eviterebbero molti problemi». A tal proposito, il bullismo che hai subìto era di stampo religioso. Non parlavate mai di religione islamica a lezione? «Sì, certo. Da un punto di vista storico innanzitutto. E poi anche in altre occasioni. Ma non veniva mai normalizzato. Se ne parlava come se fosse qualcosa di lontano, una cultura distante, quando in realtà fa parte a tutti gli effetti della società». 

‘Serbo ancora rancore nei loro confronti’ 

Alcune materie scolastiche tuttavia sono state molto utili per Sara in quel difficile contesto. «Ginnastica è stata una delle mie salvezze perché riuscivo a sfogarmi molto. Anche musica. Purtroppo dopo le Medie ho frequentato il Liceo, ma non lo desideravo. Anche quella è stata un’imposizione della famiglia. Ora sto prendendo in mano la mia vita e l’anno prossimo voglio iscrivermi alla Scuola Dimitri». Questo il futuro. E ripensando al passato, ai bulli dell’adolescenza: li hai perdonati? «Purtroppo serbo ancora del rancore nei loro confronti. Più che altro perché quel tipo di esperienza non te la dimentichi facilmente, perché in qualche modo ti segna. Mi fa emozionare anche adesso mentre ne parlo (dice con la voce tremolante, ndr). Ho fatto molta, molta, fatica a fare amicizia a scuola a causa di questi commenti. Ci ho messo un paio d’anni. Non è stato facile. Però vorrei anche dire loro: cercate di capirvi. Capire da cosa viene questa volontà di fare del male al prossimo. Secondo me deriva dal proprio malessere personale. Tutte le persone che fanno del male al prossimo è perché non stanno bene loro stesse». 

‘Cyberbullismo la forma più frequente’ 

Deridere, insultare, finanche picchiare una persona. Il branco contro la vittima. Il bullismo prende diverse forme ed è sempre più spesso tema di dibattito nella società. Solo nel Luganese è successo due volte quest’anno per altrettanti episodi che avevano diversi elementi in comune. Il primo è accaduto a giugno a Lugano, il secondo un mesetto dopo ad Agno. In entrambi i casi si è arrivati alle mani, vittime e carnefici erano delle ragazze e, immancabilmente, le scene sono state filmate e diffuse sui gruppi social. Un problema che suscita allarme nella scuola, nelle famiglie, nella società. E naturalmente negli addetti ai lavori. Fra questi, sempre più spesso abbiamo anche la polizia. Più precisamente, il Gruppo Minori (GMin) della Polizia cantonale, nato nel 2019 con lo scopo di occuparsi anche di questo tema. Ne abbiamo parlato con il responsabile, commissario Simone Caimi, e con il capitano Marco Mombelli, a capo del Reparto Giudiziario 2 della Polcantonale. 

Il GMin è recente. Come mai? C’è stato un incremento delle cifre o è cambiata la sensibilità o c’è dell’altro? 

Mombelli: La creazione del GMin è stata attentamente valutata e approfondita sia da un punto di vista pratico e di terreno, sia da un punto di vista più accademico. Agli inizi degli anni 2000, a seguito in particolare dell’introduzione legislativa relativa alla formazione degli inquirenti che si occupano delle audizioni di minori vittime di reato, la Polizia cantonale ha creato la Sezione dei Reati contro l’Integrità delle persone, un gruppo di agenti specializzati nella presa a carico delle situazioni che coinvolgono, tra gli altri, minori quali vittime di reato. Sebbene non vi siano leggi che impongono una formazione specifica per gli agenti che si occupano del perseguimento penale di minorenni, molte sono le raccomandazioni a livello internazionale. Il diritto penale minorile, infatti, ha obiettivi e modalità di applicazione molto diverse da quello degli adulti. Educazione e protezione sono i principi di base di questo diritto speciale, che mira a evitare la recidiva, ossia la ripetizione del reato da parte del minorenne. Negli anni, questa particolare impostazione ha evidenziato una sempre maggiore necessità di sviluppare una specializzazione anche in questo ambito. Alcuni anni fa è quindi stata approfondita l’idea di costituire un gruppo di agenti specializzati in questo ambito. Nell’aprile 2019 il progetto si è concretizzato e il gruppo è stato inserito nella Sezione dei Reati contro l’Integrità delle persone, punto di riferimento per il minore nell’ambito della Polizia cantonale. 

A livello operativo, concretamente, come agite? 

Caimi: Anzitutto una premessa. Il GMin opera a stretto contatto con la Magistratura dei minorenni. Come polizia che agisce nel campo del Diritto penale minorile il gruppo si occupa – nel concreto – di perseguire penalmente i minorenni autori e autrici di reato. Per assolvere il nostro compito, ovvero quello di evitare che il minore commetta recidiva, ci relazioniamo con i nostri partner, costruiamo e incrementiamo una solida rete, mettiamo al centro del nostro agire l’interesse superiore del minore e proviamo a comprendere le motivazioni che hanno portato lo stesso giovane a commettere reato. Pertanto i primi strumenti che mettiamo in campo sono quelli della prevenzione e del dialogo. Questa modalità operativa ci permette di agire e valutare, sempre di concerto con il Magistrato dei minorenni, quelle situazioni limite che non si sono ancora concretizzate in reati, ma che sono potenziali indicatori di disagio. In accordo con i molteplici attori, in primis i genitori, interveniamo puntualmente con il personale più idoneo, a dipendenza della situazione. 

Cosa è stato fatto in questi anni? 

Caimi: La nostra modalità d’intervento ha richiesto un cambio di paradigma per quello che concerne l’attività di polizia con i minori. Questo comporta un’apertura ulteriore dettata dai principi educativi e protettivi enunciati proprio nei primi articoli della legislazione inerente il perseguimento penale dei minorenni. Infatti una delle attività che ci impegna molto è proprio quella conciliativa. Ovvero far comprendere alle parti cosa è successo e quali sono i motivi che li hanno spinti a comportarsi in un determinato modo. L’attività svolta con i genitori permette una vasta conclusione di casi in modo solido e duraturo. Guardando alle cifre, nel 2022 le inchieste che hanno riguardato il GMin sono state 186. Sul piano della prevenzione, il Gruppo Visione Giovani lo scorso anno è stato sollecitato in tutto 708 volte, con richieste di aiuto da parte di genitori o Direzioni di istituti scolastici. Gli agenti hanno svolto 473 interventi di prevenzione nelle scuole, 262 colloqui di conciliazione con i minori e con le famiglie. 

Come vengono effettuate le prese a carico, sia delle vittime sia dei responsabili di bullismo? 

Caimi: Quando ci si trova confrontati con delle vittime di reato ai sensi della Legge federale concernente le vittime di reato (Lav) è chiaro che bisogna utilizzare una sensibilità accresciuta. Nell’approcciarsi a una vittima è necessario comprendere in modo approfondito il contesto in cui ci stiamo muovendo per evitare di aggravare una situazione già precaria per la vittima stessa. In questo senso l’aspetto conoscitivo della persona che si ha davanti è fondamentale. Necessita particolare attenzione a non invadere lo ‘spazio’ intimo del giovane. Questo in aggiunta a quanto si mette già in atto come base in un contesto di minori che si possono definire in uno ‘stato di crisi’. In pratica si chiarisce sin da subito con i ragazzi (e qui si allarga il discorso a tutti quanti: dal responsabile, a chi ha assistito, fino ad arrivare a chi ha subito questi atti) cosa sta succedendo e quali sono le motivazioni in modo da abbassare il livello di ansia. Viene poi messo in pratica l’ascolto dei ragazzi senza esprimere giudizi o critiche. Una volta aperto un canale di comunicazione passiamo all’ascolto attivo mettendo in evidenza che sono ben rappresentati e possono esprimersi. Se questa fase ha successo entriamo in materia sui fatti valorizzando il pensiero critico e l’autodeterminazione con modalità operative quali il gioco di ruolo e tecniche di problem solving (semplificando: un processo cognitivo messo in atto per analizzare una situazione e trovare delle soluzioni, ndr). Tutto questo ci permette di comprendere, oltre alla modalità su come si sono svolti i fatti, le esigenze di ogni ‘attore’. L’attività di polizia termina poi con un rapporto d’inchiesta all’attenzione del Magistrato dei minorenni che prende la decisione sul seguito ed eventualmente determina ulteriori atti d’inchiesta. 

Quali sono le forme di bullismo più frequenti con le quali siete confrontati? 

Caimi: Di principio il bullismo è suddiviso in quattro tipi. Verbale, fisico, sociale e cyberbullismo. Quest’ultimo è il più recente e frequente ed è caratterizzato dall’impiego della rete internet, dei social e degli smartphone. La modalità impiegata permette di raggiungere la vittima 24 ore su 24 privandola di un luogo e uno spazio definibile ‘sicuro’ come poteva essere la propria casa. La vittima resta sempre raggiungibile e sempre tormentabile. Ecco che l’uso di queste nuove tecnologie, fruibili ormai da chiunque, ha permesso a questa tipologia di bullismo di svilupparsi e di crescere in modo impressionante. 

Il cyberbullismo viene trattato in modo particolare rispetto alle altre tipologie? Come riuscire a essere vigili senza, allo stesso tempo, invadere la sfera intima dei ragazzi? 

Caimi: L’uso di applicativi e in particolare dello smartphone per commettere questo genere di bullismo ci costringe ad adottare anche le misure sul dispositivo utilizzato per veicolare le vessazioni nei confronti della vittima. Un’analisi forense in questo senso ci permette di accertare le responsabilità di ogni giovane che ha preso parte a questi atti di bullismo. Vi è pure la possibilità di eseguire una ricerca sulle fonti aperte in internet. Questa modalità operativa eseguita sulle fonti pubbliche liberamente accessibili in rete, permette di osservare e acquisire importanti informazioni utili sulla fattispecie senza invadere la sfera considerata privata. 

Il lavoro di rete, in quest’ambito, è certamente importante: famiglie, scuola, enti pubblici e privati. La collaborazione funziona? Ci sono aspetti da migliorare? 

Caimi: Come detto il lavoro di rete è essenziale. Ogni partner ha le proprie competenze e specificità. In ambito scolastico la polizia ha raggiunto un buon livello di consolidamento, collaborando e fornendo servizio sia ai giovani sia al corpo docenti che ne fa richiesta. C’è ancora molta strada da fare nell’adeguare leggi e regolamenti al sempre più necessario flusso e scambio di informazioni tra enti pubblici, privati e polizia, per favorire l’adeguata presa a carico delle situazioni. 

Quali sono le sfide principali attualmente nella lotta al bullismo? 

La polizia ha investito molto nel campo del bullismo. In particolare sulla prevenzione e sensibilizzazione. Vi sono regolari incontri con i ragazzi durante l’anno scolastico durante i quali il tema ha sempre riscosso un discreto interesse. Vi sono anche delle serate genitori, promosse dalla polizia, orientate ai genitori o a chi svolge attività ricreative con i giovani. Il successo del programma ‘Sbullo’, svolto in collaborazione con la Polizia Città di Lugano, ne è certamente un segno tangibile. 

Un’impressione – dettata anche da recenti casi di cronaca – è che sempre più spesso i bulli siano bulle, quindi ragazze. Confermate? 

Come anticipato la tecnologia ha la capacità di mettere in evidenza e veicolare in poco tempo alcuni spezzoni di vissuto che poi diventano virali, vuoi per la cattiveria impressa nel filmato o perché sopra le righe. Se aggiungiamo l’ingrediente della ‘vessazione’ e lo diamo in pasto a un pubblico ecco che abbiamo quanto necessario per garantire del bullismo in modalità cyber. Resta pure vero che quanto utilizzato e trasmesso via etere esprime unicamente in una manciata di minuti quello che si voleva riprendere. In realtà c’è stato un prima e un dopo filmato. Inevitabilmente questo ci offusca la capacità di giudizio e se ci limitiamo a quei fatti non avremo mai una visione d’insieme che ci permetta di capire effettivamente come stanno le cose. Vi sono casi dove la vittima stessa può diventare autore come l’autore stesso può diventare vittima. È in questi casi che il nostro intervento – parlando di violenza – può fare la differenza in campo minorile. Non mettiamo al centro i fatti, la sanzione o la ragione e il torto. Mettiamo al centro il minore, le sue necessità, debolezze e punti di forza. Detto questo, affermare che vi sia attualmente un incremento di atti di cyberbullismo messi in atto da ragazze è sicuramente una visione determinata/influenzata da quanto è stato pubblicizzato nell’ultimo periodo. È altresì vero che non vi è una statistica indicante il genere di chi commette questa tipologia di atti. 

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp
Email
Ultimi articoli

«Una politica sempre più iniqua»

Cantone, CORRIERE DEL TICINO, 28.05.2024, Salvini Dodici associazioni attive tra le famiglie hanno deciso di far sentire la propria voce contro i tagli al personale

Assemblea primaverile 2024

Giovedì 21 marzo 2024 – inizio ore 19:15
DFA-SUPSI Locarno – Piazza San Francesco,16 – Aula B005 Stabile B.

Possibilità di partecipare anche ONLINE via ZOOM.

Torna in alto