Prima viene la competenza poi l’intelligenza artificiale

NZZ, 27.08.2026, Briellmann

A scuola l’intelligenza artificiale è onnipresente, ma completamente priva di controllo: secondo un nuovo studio, questo mette a rischio il successo dell’apprendimento.

Il modo in cui l’intelligenza artificiale (IA) influisce sui risultati scolastici di alunni, apprendisti e studenti universitari è al momento forse l’oggetto di ricerca più popolare tra gli scienziati. Passa a malapena un giorno senza che da qualche parte nel mondo venga pubblicato un nuovo studio sull’argomento.

Attualmente è oggetto di un acceso dibattito internazionale uno studio condotto negli Stati Uniti, nel quale sono stati analizzati i lavori scritti degli studenti universitari. Il risultato: tutti i partecipanti hanno ottenuto il punteggio massimo di 100 punti per il loro lavoro, tranne uno, che ne ha ottenuti soltanto 80. All’esame, però, proprio quest’ultimo ha ottenuto il risultato migliore. Era l’unico ad aver scritto il proprio lavoro senza l’aiuto dell’IA.

Il pericolo insito nell’IA è che il pensiero autonomo venga delegato a una macchina. Nel caso estremo, si smette completamente di pensare in autonomia, perché si è convinti che l’IA sia comunque più brava di noi. Il ricercatore nel campo dell’educazione Stefan Wolter vede però la questione in modo un po’ diverso. L’IA ha certamente un potenziale nelle istituzioni scolastiche, ma soltanto se viene utilizzata nel modo corretto e in maniera mirata.

In Svizzera questo accade troppo poco. Lo dimostra la quinta edizione del monitoraggio sulla «digitalizzazione dell’educazione dal punto di vista degli alunni», realizzato dal Centro svizzero di coordinamento della ricerca educativa. La digitalizzazione nelle scuole è ormai completata, ma l’intelligenza artificiale viene utilizzata in modo sbagliato.

Gli studenti hanno bisogno di essere guidati

Wolter descrive così lo scenario ideale: gli insegnanti dovrebbero integrare l’IA nelle loro lezioni, mostrando agli studenti che cosa dovrebbero farci e che cosa invece non dovrebbero farci. Secondo lo studio, però, questo avviene troppo raramente.

Al contrario, quando gli studenti utilizzano diversi strumenti di IA, lo fanno di propria iniziativa. Oppure, «ancora peggio», gli insegnanti dicono loro: Fate semplicemente qualcosa con l’IA. Wolter commenta: «Naturalmente questo non serve a nulla, anzi è addirittura controproducente».

Un uso produttivo dell’IA, sotto la guida degli insegnanti, deve invece essere appreso innanzitutto, afferma Wolter, anche perché gli stessi docenti non sono automaticamente aggiornati sugli ultimi sviluppi tecnologici.

Questo comporta il rischio che gli studenti, in assenza di una guida, inizino a fare affidamento autonomamente sull’IA. Wolter spiega: «La sfida per gli insegnanti consiste nel mostrare agli studenti che l’IA non solo non sostituisce l’apprendimento personale, ma che sono proprio le competenze acquisite autonomamente a rendere più utile l’IA».

Per questo, secondo Wolter, è fondamentale che gli educatori acquisiscano il più rapidamente possibile migliori competenze nell’ambito dell’intelligenza artificiale.

È lecito dubitare che questo messaggio sia già arrivato nelle Alte scuole pedagogiche (PH). Wolter fa un esempio. Recentemente uno spin-off a scopo di lucro dell’Università di Zurigo ha lanciato un programma che utilizza l’IA per correggere i temi degli studenti.

«Una cosa del genere avrebbe dovuto svilupparla in realtà una PH. Dovrebbero essere all’avanguardia in un settore che influenza così profondamente il loro compito principale: la formazione degli insegnanti».

L’apprendimento autonomo viene meno

Il problema riguarda soprattutto le scuole a partire dal livello secondario, poiché nelle scuole primarie gli alunni utilizzano ancora poco l’IA, anche nel tempo libero. Si osserva addirittura che nei primi sei anni di scuola l’impiego di dispositivi digitali durante le lezioni è diminuito sensibilmente.

Con l’aumentare dell’età, tuttavia, quasi il 90% degli studenti utilizza regolarmente l’IA. Wolter osserva: «Questo può essere utile, per esempio per chi parla una lingua straniera: utilizza questi strumenti per le traduzioni, perché chiedere aiuto all’insegnante potrebbe essere vissuto con imbarazzo».

Questo tipo di auto-aiuto può però avere anche conseguenze negative, se nel frattempo l’apprendimento autonomo viene trascurato. «Per questo è un compito importante della scuola assumere la guida nell’utilizzo dell’IA».

Dallo studio emerge però anche che gli stessi studenti potrebbero desiderare una maggiore assistenza nell’uso dell’IA.

Se inizialmente l’apprendimento digitale era stato accolto con entusiasmo, ora il suo «rendimento emotivo» sta diminuendo. Motivazione e piacere nell’apprendere vengono progressivamente meno.

Anche questo è un indizio del fatto che il pensiero viene sempre più trasferito in modo routinario all’IA.

Wolter conclude: «Il monitoraggio dimostra che è fondamentale che siano gli insegnanti a dettare il ritmo, perché già oggi l’IA si è insediata nella quotidianità scolastica in modo incontrollato. Con conseguenze potenzialmente negative sul successo dell’apprendimento».

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