CANTONE, CORRIERE DEL TICINO, 05.05.2025
Il CdT si occupa di stress fra gli allievi e segnala che uno su tre ricorre a lezioni private, chiedendosi se il dato riveli una falla nel sistema – Adriano Merlini (VPOD) punterebbe su aiuti mirati e classi più piccole, per Gianluca D’Ettorre (OCST) la questione va approfondita ma senza conclusioni affrettate.
Disagio durante le lezioni, ansia di fronte a un sistema scolastico che limita fortemente lo spazio dell’errore, frustrazione e delusione.
È uno spaccato poco rassicurante quello che emerge dall’inchiesta presentata nei giorni scorsi dal Movimento per il socialismo (MPS) sull’impiego, da parte degli studenti del Liceo e della Commercio di Bellinzona, delle lezioni private. Stando al sondaggio realizzato a inizio anno, un allievo su tre si appoggia a insegnanti esterni per restare al passo con lo svolgimento del programma scolastico, giudicato «eccessivo » da quasi il 70% degli alunni interpellati.
Il referto finale è duro, difficile da digerire per una società che ha il compito di tutelare la salute dei giovani. Scrive il deputato Pino Sergi: « Se la selezione è concepita come un metodo per garantire qualità e meritocrazia, il prezzo psicologico pagato dagli studenti rischia di essere troppo alto. L’aumento delle richieste di lezioni private – spesso vissute come un supporto indispensabile per colmare lacune e superare le difficoltà – suggerisce inoltre che la scuola pubblica da sola fatica a rispondere efficacemente ai bisogni degli studenti ».
A questo si aggiunge il tema, tutt’altro che secondario, del rischio di erosione del principio di equità su cui si fonda la scuola pubblica. Detto altrimenti: le lezioni private hanno un costo che non tutte le famiglie possono permettersi.
Non stupisce, allora, che il Consiglio di Stato già nel 2022 riconoscesse l’esistenza del problema nel suo rapporto su un’analoga mozione inoltrata dall’MPS. L’atto parlamentare, che chiedeva l’assegnazione di ore supplementari per le attività di recupero e l’organizzazione di sostegni scolastici gratuiti, è stato infine respinto dalla maggioranza del Parlamento lo scorso gennaio. Il Consiglio di Stato ha tuttavia confermato l’intenzione di approfondire la «correlazione tra il ricorso a lezioni private e il successo o insuccesso scolastico». Lo studio, ha confermato di recente il DECS, dovrebbe arrivare entro giugno. Ma qual è la posizione delle associazioni sindacali e magistrali? La scuola è davvero diventata troppo selettiva?
Allievi per classe
«Concordo sul fatto che il ricorso alle lezioni private rappresenti un problema, in quanto accentua le disuguaglianze legate alla provenienza socioeconomica degli studenti », commenta il presidente della VPOD docenti Ticino, Adriano Merlini, per il quale « la scuola pubblica ha le capacità e le risorse potenziali per prendersi cura degli studenti che incontrano maggiori difficoltà, ad esempio organizzando corsi di recupero gratuiti». Secondo Merlini, un altro elemento che potrebbe incidere positivamente è la riduzione del numero di studenti per classe. «Classi meno numerose permettono una maggiore individualizzazione dell’insegnamento e quindi un aiuto più mirato per chi incontra difficoltà ». Il presidente della VPOD esprime anche scetticismo rispetto all’argomentazione del Consiglio di Stato che, nel messaggio del 2022, invitava a respingere la mozione dell’MPS sostenendo che la scuola deve trovare soluzioni all’interno della griglia oraria (vedi colonna di sinistra). Secondo Merlini, questo può forse funzionare in condizioni ideali, ma non nella realtà quotidiana delle nostre scuole. « L’eterogeneità degli studenti, il numero elevato di allievi per classe e la presenza di studenti con difficoltà di attenzione o che non frequentano regolarmente i corsi rendono inevitabile che alcuni fatichino a seguire le lezioni, anche quando l’insegnante cerca di coinvolgere tutti». Ad ogni modo, l’impossibilità di accedere a lezioni di recupero può effettivamente incidere sul tasso di insuccesso scolastico. « Alcuni abbandoni sono dovuti alla mancanza di motivazione generale, ma altri potrebbero essere evitati se gli studenti in difficoltà in una o due materie avessero accesso a un supporto gratuito offerto dalla scuola pubblica». In questi casi, conclude Merlini, l’offerta di un aiuto accessibile potrebbe fare davvero la differenza.
Scuola selettiva?
L’esito del sondaggio non sorprende neppure Gianluca D’Ettorre, presidente del sindacato OCST-Docenti. «Il ricorso diffuso alle lezioni private da parte degli allievi di scuola media superiore non rappresenta una novità per gli addetti ai lavori». Ciò detto, secondo D’Ettorre, questa tendenza merita una riflessione più articolata prima di giungere a conclusioni affrettate: «Il fatto che molti studenti ricorrano alle lezioni di ripetizione non dimostra, per esempio, in modo automatico che la scuola sia troppo selettiva, come vorrebbe far credere l’MPS». In generale, secondo D’Ettorre, i temi sollevati dal Movimento meritano di essere indagati: «Ma attenzione a saltare a conclusioni affrettate». Sul tasso di bocciatura e di abbandono degli studenti che iniziano un percorso di studio nel medio superiore – secondo l’MPS, il 50% non arriverebbe a conseguire il certificato di maturità – D’Ettorre osserva che, in realtà, in Ticino, «il liceo spesso viene vissuto come un’alternativa di ripiego rispetto alla formazione professionale, che presenta numeri chiusi e liste d’attesa». Pertanto, nel medio superiore potrebbero giungere profili di studenti che attendono altre soluzioni o che non hanno ancora maturato una scelta definitiva. Venendo alle lezioni di recupero, il docente osserva come, a livello pratico, i corsi non siano sempre così frequentati: «Possiamo immaginare che forme di insegnamento personalizzate siano preferite dagli studenti». Ciò detto, D’Ettorre ricorda come l’OCST, sin dal 2022, abbia inserito nel documento programmatico sulla scuola il potenziamento – già nella scuola dell’obbligo e in particolare nel medio superiore – dei corsi di recupero, che effettivamente, come osserva l’MPS, sono diminuiti per motivi di risparmio. Condivisa anche l’analisi che tangenzialmente emerge dal sondaggio: «È un dato di fatto, i ragazzi oggi sono più fragili e in difficoltà». Il ricorso alle lezioni private è un sintomo e una conseguenza. Ma si chiede D’Ettorre: è davvero la scuola ad essere diventata più selettiva? Secondo il docente, l’esperienza scolastica attuale sembra essere influenzata da una serie di fattori che travalicano i confini dell’istituzione scolastica. «Le pratiche didattiche che ho impiegato per un ventennio oggi non funzionano più allo stesso modo. Mi sembra che le capacità di attenzione e di comprensione, negli anni, siano diminuite». Un’involuzione riconducibile, forse, all’esposizione prolungata dei ragazzi agli schermi. «Diversi studi pubblicati in Francia sembrano andare in questa direzione». Di qui, insomma, le maggiori difficoltà e il maggior ricorso al supporto esterno. Anche dal profilo emotivo D’Ettorre avverte una minore solidità da parte degli studenti. «Non c’è in atto alcuna selezione da parte della scuola e dei docenti. Credo piuttosto che una serie di fattori contribuiscano ad aumentare la pressione». D’Ettorre non esclude che le richieste scolastiche siano effettivamente aumentate («andrebbe analizzato caso per caso, materia per materia »), forse anche per effetto della crescente digitalizzazione della didattica. «Sono tutti aspetti che meriterebbero un’indagine approfondita. Il campanello d’allarme lanciato dall’MPS va preso sul serio – afferma D’Ettorre – ma prima di concludere che la scuola sia diventata più selettiva, bisogna capire bene le dinamiche in gioco ». Anche perché, se la soluzione fosse semplicemente quella di abbassare le richieste in una materia o nell’altra, il rischio di compromettere la qualità della scuola sarebbe dietro l’angolo. Calma e gesso, dunque.
«Il benessere dei giovani è un dovere dello Stato»
L’INTERVISTA / ILARIO LODI / direttore Pro Juventute Svizzera italiana
Il sondaggio ha evidenziato che un allievo su tre ricorre a lezioni private in risposta a una scuola che sarebbe « troppo selettiva». È sorpreso?
«No, ma è un dato di fatto che negli ultimi anni questa pressione sugli studenti, tanto nel medio superiore quanto nelle scuole medie, sia andata aumentando in modo evidente. I motivi sono diversi, non da ultimo l’avvento delle nuove tecnologie. Questa crescente pressione è un tema molto delicato, di cui dovremmo occuparci tutti. Anche perché, quando si traduce in malessere, si riverbera ben oltre gli ambiti scolastici. I ragazzi dicono che non riescono a stare al passo, ma poi questo si riflette anche all’interno delle famiglie, nel circolo delle amicizie, nella vita sociale in generale».
Perché è così difficile rispondere a questa pressione?
«Perché è vissuta individualmente. Oggi viviamo in un contesto scolastico, ma anche professionale e familiare, che spinge molto sull’individualità. Sulla competitività. Vivere queste esperienze da soli, complica tutto. Non ti permette di riferirti a una collettività che potrebbe sostenerti. Ecco: a scuola, ma non solo, c’è un deficit di collettività».
Dal sondaggio emergono alti livelli di frustrazione per l’insuccesso scolastico. Come legge questo dato?
«Esattamente su questa linea. Oggi viviamo in un contesto in cui l’insuccesso è percepito come qualcosa di profondamente negativo, ed è in controtendenza con la storia dell’umanità. In realtà, la storia è fatta di insuccessi, e meno male. Ma oggi non c’è più spazio per il fallimento. Questo vale anche per gli adulti, ma loro hanno qualche strumento in più».
Ritiene che la scuola sia eccessivamente selettiva?
«Premetto che la scuola fa già moltissimo. Ma un modo per contenere questa spinta selettiva sarebbe di promuovere maggiormente l’approccio inclusivo. Come detto, c’è una dimensione collettiva da recuperare. Mi rifiuto di credere che un ragazzo di 17 o 18 anni non sia in grado di affrontare certi contenuti scolastici. I ragazzi sono nettamente superiori a questo tipo di difficoltà. Il problema è che si confrontano con queste difficoltà da soli».
Quindi, che cosa farebbe se potesse intervenire direttamente?
«Insisterei molto di più sul valore e sull’esperienza collettiva. Non solo perché sostiene i giovani nell’affrontare le difficoltà, ma anche perché è ciò di cui l’intera società ha bisogno. Le democrazie occidentali hanno bisogno di collettività. Soprattutto in questa fase storica. Altrimenti si finisce con la regola “ognuno per sé, Dio per tutti”, che storicamente non ha mai prodotto buoni risultati. Fuori dai denti e a costo di semplificare, aggiungerei anche che la scuola deve formare persone prima che lavoratori. Non basta essere competenti, prima di tutto bisogna essere delle persone, socialmente ed emotivamente pronte. Serve quindi una scuola che lavori sulla relazione, sulla costruzione dell’individuo attraverso la collettività. Sono convinto che in un contesto simile le individualità emergerebbero molto di più. Entrare nel mondo del lavoro è una tappa successiva, ma per farlo i ragazzi devono avere una personalità solida e matura».
Questo è un nodo centrale su cui la politica dibatte e si scontra da anni.
«Il fatto è che l’inclusività si misura solo nel medio-lungo termine. La pedagogia richiede tempi lunghi, come la crescita dei ragazzi. Non si può risolvere un problema oggi e aspettarsi i risultati domani. Bisogna insistere sul valore della collettività. Se oggi lasciamo indietro una parte di società, domani queste persone non verranno più a bussare alle nostre porte per chiedere aiuto: butteranno giù la porta».
Torniamo al tema iniziale. Aumentare le lezioni di recupero, quindi, non è sufficiente per risolvere tutti i problemi.
«Certamente, se fosse così semplice… Mi permetta però di sottolineare due cose. La prima è che, probabilmente, quel terzo che ricorre alle lezioni private oggi è chi può permetterselo. E ciò è socialmente ingiusto. La seconda è che, in questo meccanismo, un ruolo lo giocano anche i genitori, che spesso proiettano sui figli i loro timori legati al contesto di vita in cui si trovano. A prevalere quindi è la sicurezza dei genitori, per esempio legata al successo economico del percorso professionale del figlio, piuttosto che il benessere dei giovani».
Lei ha parlato dei tempi dell’educazione. Oggi sono troppo compressi?
«Assolutamente sì. Si pretende di fare sempre più cose nel minor tempo possibile, anche nell’apprendere. Ma la pedagogia ha tempi diversi, tempi lenti. Se non riesco a starci dentro, per usare un’espressione dei giovani, comincio a soffrire. E il rischio è il ritiro sociale. Questo accade più spesso di quanto si pensi».
E allora cosa servirebbe, a livello politico?
«Serve un atto di coraggio civile e politico. La scuola non può fare tutto da sola. Io vorrei vedere tutti i dipartimenti seduti attorno a un tavolo, con una sola priorità: il benessere di bambini e giovani. È un dovere dello Stato. Dobbiamo rimettere i giovani al centro. Non possiamo pensare che “solo i più bravi vadano avanti”. La scuola è il luogo dove si costruisce la collettività e dove ogni ragazzo, indipendentemente dal punto di partenza, può trovare uno spazio per crescere come persona. Detto ciò, credo che la scuola oggi abbia un’occasione straordinaria, ossia di essere ripensata dall’inizio. Lancio una provocazione, sì, ma sono fiducioso».
«Un allievo su due vive nello stress»
Uno studente su tre ricorre a lezioni private. È quanto emerge da un sondaggio presentato negli scorsi giorni il Movimento per il socialismo (MPS). Il sondaggio, realizzato a inizio anno, ha coinvolto 500 alunni del Liceo e della Commercio di Bellinzona. Una buona fetta, circa il 70% di chi ha risposto al questionario, giudica il programma scolastico «eccessivo». Solo una minima parte (4%) sostiene di non percepire disagio durante lo svolgimento delle lezioni. Il 50% vive una situazione di stress di fronte alle insufficienze, mentre il 45% sperimenta frustrazione e delusione.
Costi e logistica
Gran parte degli studenti (il 77% alla SCC e 80% al liceo di Bellinzona) fa riferimento a insegnanti privati per le ripetizioni. Un numero minore si affida a parenti, amici, conoscenti o altri studenti. Le ripetizioni sono quasi sempre a pagamento, solo per uno studenti su dieci, esse sono gratuite. Notevole è in particolare il loro costo che varia, per un’ora di lezione, tra 20 e 60 franchi. Dal sondaggio emerge infine che in generale gli studenti considerano in modo positivo l’impatto delle lezioni private sul rendimento scolastico. Per il 51% l’impatto è molto positivo.
Griglia oraria e pedagogia
Nel valutare la richiesta contenuta nella mozione dell’MPS «Lezioni private, una risposta individuale a un problema collettivo della scuola», il Governo ha riconosciuto l’esistenza del problema, sostenendo che «merita di essere capito e affrontato», in quanto «accentua le disuguaglianze». Non è accettabile – si legge nel rapporto – che il compito di portare gli allievi al raggiungimento dei traguardi di apprendimento possa essere strutturalmente esternalizzato o demandato a persone e/o enti ‘esterni’ alla scuola e al sistema scolastico, soprattutto per gli allievi che hanno maggiori difficoltà. Il Consiglio di Stato, per quanto considera ragionevole considerare le lezioni private come sintomo di un malessere nella scuola, contesta però la possibilità di curare questo malessere ricorrendo a forme di insegnamento supplementari ed esterne. Insomma, la soluzione va trovata nella griglia oraria esistente, modificando semmai l’approccio didattico. «Studenti e famiglie non devono trovare soluzioni private e individuali per far fronte alle difficoltà scolastiche». Per il Consiglio di Stato lo spazio di manovra all’interno del quale la scuola può agire per raggiungere le proprie finalità è rappresentato dalle forme didattiche, dagli approcci pedagogici e dalle modalità organizzative sui quali si fonda l’insegnamento.
Il tasso di insuccesso
Nel rapporto, il Consiglio di Stato ha riconosciuto la necessità di indagare in modo rigoroso il possibile legame tra il ricorso alle lezioni private e l’insuccesso scolastico nel settore del medio superiore. I dati più recenti indicano un tasso di non promozione del 21% al primo anno di liceo e del 35% alla Scuola cantonale di commercio. «Tuttavia, il Ticino resta tra i cantoni con il più alto tasso di maturità liceale e di diplomi universitari».
Precedenti ricerche svolte nella scuola dell’obbligo non hanno evidenziato una correlazione diretta tra lezioni private e insuccesso: a ricorrervi infatti sono spesso studenti con buoni risultati e famiglie con un retroterra socio-culturale elevato. «Per il Consiglio di Stato, è dunque essenziale evitare conclusioni affrettate basate su indicatori parziali», e programmare uno studio specifico che, con metodo scientifico, esplori il fenomeno nel secondario II. «Solo così si potranno delineare interventi efficaci, basati su dati solidi, a favore dell’equità e del successo formativo».
