TAGES-ANZEIGER, 06.01.2026, Zweifel
Philippe Zweifel: «Un nuovo studio longitudinale mostra che circa due terzi dei genitori preferiscono uno dei loro figli, e che questo influisce sulla felicità futura della prole. Un risultato che inquieta».
Una collega mi ha detto di recente una frase che mi ha sorpreso. Da madre, ha spiegato, ama i suoi figli allo stesso modo. Ma non li apprezza allo stesso modo. Avrebbe voluto che fosse diverso.
La frase è sembrata detta quasi per caso. Eppure è supportata da decenni di ricerca. È appena stato pubblicato il più ampio studio longitudinale mai realizzato sul favoritismo genitoriale, condotto da un team di ricerca statunitense guidato dalla sociologa J. Jill Suitor. Dall’inizio degli anni Duemila, diverse centinaia di madri e i loro figli ormai adulti sono stati intervistati ripetutamente, per oltre due decenni, in alcuni casi fino all’età in cui erano già diventati nonni.
Circa due terzi dei genitori mostrano nei dati una chiara preferenza. Il risultato è deludente — ma centrale per la percezione della felicità: ciò che conta per il benessere futuro dei figli non è quanto i genitori li amino, ma quanto questo amore venga vissuto come diverso rispetto a quello riservato ai fratelli o alle sorelle.
Gli adulti che, a posteriori, si sono percepiti come meno favoriti riferiscono, anche decenni dopo, una salute psichica meno stabile. E il legame è più forte di quello con il reddito, la situazione sentimentale o il successo professionale. Solo la salute fisica spiega il benessere soggettivo in modo ancora più incisivo. I figli preferiti non sono necessariamente quelli di maggior successo o quelli con più problemi. Spesso si tratta dei più giovani, delle figlie — e soprattutto di coloro che assomigliano ai genitori. Nei valori. Nelle convinzioni. Nel modo di vedere il mondo. La vicinanza nasce dove manca l’attrito. Il favoritismo raramente è una scelta consapevole: è piuttosto un riflesso psicologico.
Colpisce nello studio quanto diversamente genitori e figli valutino la stessa situazione. In più della metà dei casi non concordano nemmeno sul fatto che vi sia stato un favoritismo — e, se sì, su chi ne sia stato oggetto. Proprio questa mancanza di accordo è decisiva per la felicità futura. I dati longitudinali mostrano infatti che non è la situazione oggettiva a lasciare un segno duraturo, bensì l’interpretazione che i figli ne danno.
Il trattamento diseguale in sé non è il problema. Diventa problematico solo quando i figli non riescono a comprenderlo. Se un fratello riceve più attenzione perché è malato o ha bisogno di aiuto, questo viene generalmente accettato. Se invece un altro sembra essere più vicino ai genitori senza una ragione apparente — viene visitato più spesso, chiamato più spesso, favorito più spesso — rimane una zona d’ombra. Ed è proprio questa incertezza a continuare ad agire. Non come un ricordo concreto, ma come un sottofondo emotivo silenzioso che, a quanto pare, influisce anche sulle relazioni successive.
Sono forse motivi per avere un solo figlio? No. Lo studio non racconta una storia di modelli familiari giusti o sbagliati. Racconta qualcosa di più semplice: quanto i figli siano sensibili alla vicinanza.
Forse la risposta più immediata sta quindi in un atteggiamento che ricorre spesso nelle reazioni a questo studio: come genitori, dare a ogni figlio la sensazione di essere il figlio preferito.
In questa rubrica, le nostre autrici e i nostri autori riflettono ogni settimana su che cosa significhi una vita buona.
