SONNTAGSZEITUNG, 11.01.2026, Reese
Un bambino su dieci ne è colpito – Come si può togliere la paura a un figlio che non vuole andare a una festa di compleanno? E come nascono queste paure? Un colloquio con la psicologa infantile Silvia Schneider.
La psicologa Silvia Schneider dell’Università di Bochum studia i disturbi psichici nell’infanzia e nell’adolescenza. Spiega che cos’è l’ansia sociale, come si possono aiutare bambini e ragazzi – e quale ruolo svolgono i genitori.
Silvia Schneider, qual è la differenza tra timidezza e ansia sociale?
Mentre la timidezza è un tratto temperamentale, il disturbo d’ansia sociale è un disturbo d’ansia che necessita di trattamento e che provoca forti limitazioni nella vita del bambino e spesso anche in quella della famiglia.
Che cosa intende esattamente per “forti limitazioni”?
Può capitare che i bambini si ritirino per un certo periodo, ad esempio dopo un trasloco o un cambio di scuola. Ma se per lungo tempo non partecipano realmente alle lezioni e non vogliono prendere parte nemmeno a molti altri ambiti della vita, come le attività sportive o le feste di compleanno, allora nella famiglia il livello di sofferenza di solito aumenta.
Esiste un fattore scatenante per un disturbo d’ansia sociale di questo tipo?
Come per tutti i disturbi psichici, il disturbo d’ansia sociale si spiega meglio con un modello biopsicosociale. I bambini nascono con temperamenti diversi: questo è il fattore biologico, che non va sottovalutato. Ma anche l’ambiente sociale, in particolare la famiglia, gioca un ruolo importante. Se, per esempio, le figure di riferimento sono esse stesse ansiose e non aiutano il bambino a imparare a gestire le proprie paure, un temperamento ansioso può evolvere in un vero e proprio disturbo d’ansia. A ciò si aggiungono poi le situazioni che scatenano l’ansia.
Per alcuni bambini anche solo chiedere dov’è il bagno è fonte di paura.
Se un bambino ha provato una forte ansia in una determinata situazione, tende – spesso insieme ai genitori – a evitare quella situazione. Così però il problema si aggrava, perché al bambino non viene data la possibilità di fare l’esperienza che forse la paura non è poi così terribile. Inoltre, gli si trasmette l’idea che non gli si attribuisca fiducia. In questo modo può svilupparsi, senza che ce ne si accorga, un vero disturbo d’ansia sociale, che spesso esplode nell’adolescenza.
Perché proprio nell’adolescenza?
L’ansia sociale è il disturbo d’ansia tipico dell’adolescenza. In questa fase i compiti evolutivi più importanti sono: distaccarsi dai genitori, diventare più autonomi, ottenere riconoscimento dai coetanei e infine vivere le prime relazioni di coppia. Prima il mondo di riferimento era soprattutto la famiglia, una cornice protetta. Ora i ragazzi devono uscire e, per la prima volta, avvicinarsi agli altri completamente da soli.
Gli studi mostrano che i figli di genitori molto controllanti soffrono più spesso di ansia sociale.
Non vorrei puntare il dito contro i genitori. Gli stessi genitori possono comportarsi in modo del tutto diverso con due figli, di cui uno è ansioso e l’altro no. Il temperamento di un bambino favorisce certi comportamenti nei genitori, e il bambino reagisce a sua volta a questi comportamenti. Molti genitori temono di compromettere il legame con il figlio se non lo proteggono da situazioni spiacevoli. Così si crea un circolo vizioso.
Come si esce da questo circolo vizioso?
Cerco sempre di trasmettere ai genitori questo messaggio: provate prima a fare un passo indietro. Se un bambino è ansioso, spesso si può presumere che anche i genitori siano nervosi o ansiosi. Consiglierei quindi ai genitori di osservare se stessi e di affrontare alcune situazioni con maggiore consapevolezza. Ma se la situazione degenera, per esempio quando i bambini si rifiutano di andare a scuola, allora è il caso di chiedere aiuto.
L’ansia sociale si può curare bene?
In un grande studio con 470 bambini abbiamo osservato effetti davvero molto positivi della psicoterapia. Una delle domande della ricerca era, tra l’altro, se i genitori dovessero essere presenti in terapia affinché i bambini facessero progressi. Lei cosa penserebbe?
Che senza il coinvolgimento dei genitori non funzioni.
Lo pensavo anch’io. Ma i risultati indicano che non fa differenza se i genitori partecipano o meno alla terapia. Questo significa, da un lato, che la loro presenza non influisce negativamente sull’esito terapeutico. E dall’altro, che i genitori imparano dai figli anche quando non sono presenti: se il comportamento dei bambini cambia grazie alla terapia, anche i genitori adattano il proprio comportamento.
Che cosa aiuta di più i bambini in terapia?
La strategia più efficace è l’esposizione, cioè esporre i bambini alla situazione che li spaventa, che si tratti di una festa di compleanno o di un cane. Naturalmente non bisogna buttarli allo sbaraglio.
Prendiamo come esempio una festa di compleanno: come si convince un bambino ad affrontare la paura e ad andarci?
I genitori o le terapeute possono chiedere al bambino cosa potrebbe aiutarlo a sentirsi più a suo agio in quella situazione. Forse può essere utile andare alla festa insieme a un amico. È importante esercitarsi e “fare riscaldamento”, ad esempio parlando di chi ci sarà. Questo può aiutare il bambino a orientare maggiormente l’attenzione verso l’esterno durante la festa.
E se il bambino si oppone con tutte le sue forze e proprio non vuole andare alla festa?
Molti genitori e persino alcuni terapeuti temono di “rompere” il bambino, cioè di traumatizzarlo, se lo espongono a situazioni difficili. Sa qual è stato il tasso di abbandono nel nostro studio sull’esposizione?
Immagino non molto alto.
Esatto: solo il cinque per cento ha interrotto, una percentuale molto bassa. I bambini accettano la situazione e riescono a tollerarla. A patto che vengano preparati bene.
I genitori possono sperare che l’ansia sociale passi da sola con il tempo?
Oggi sappiamo che circa il dieci per cento dei bambini soffre di disturbi d’ansia e che questi rappresentano un fattore di rischio per disturbi emotivi in età adulta. E le fobie e i disturbi d’ansia degli adulti sono a loro volta un fattore di rischio per la depressione e altre malattie psichiche. Per questo motivo ritengo fondamentale prendere sul serio questi problemi nei bambini e intervenire precocemente.
