Ragazzi che non vanno a scuola

AZIONE / 22.01.2024 Fabio Dozio

L’assenteismo scolastico è una costante, vi sono modalità e cause diverse, dal disagio psicologico al rifiuto totale, ma per contrastarlo è sempre necessaria la collaborazione tra scuola e famiglia. Ne abbiamo parlato con Barbara Bonetti Matozzo, presidente del collegio dei capigruppo di sostegno pedagogico della Scuola media, e con Ilario Lodi di Pro Juventute.

«La bigiata esiste da sempre. Bisogna distinguere fra l’assenteismo problematico, che rivela un malessere e che va a compromettere il processo di sviluppo dell’allievo e l’assenteismo dovuto ad altri fattori, come per esempio la malattia. In questi casi si cerca di garantire la scolarizzazione a domicilio, con l’obiettivo di tenere il contatto con la scuola», è quanto afferma Barbara Bonetti Matozzo, presidente del collegio dei capigruppo di sostegno pedagogico della scuola media.

Una volta si marinava la scuola, un tasso di rifiuto scolastico c’è da sempre, poi, in passato – cento anni fa – c’era chi stava a casa per aiutare i genitori a lavorare nei campi. Il mondo è cambiato, ma il fenomeno rimane. C’è chi soffre la scuola e fa di tutto per non andarci e c’è sempre chi rifiuta la disciplina scolastica e sceglie di andare a spasso.

«Ogni situazione ci preoccupa e si cerca sempre di intervenire il prima possibile. Le situazioni più gravi partono da un tasso di assenteismo attorno al 40%, in un anno più di 420 ore di assenza. I casi in Ticino sono una sessantina, – ci dice Barbara Bonetti – sostanzialmente si possono intravvedere due percorsi diversi: coloro che sono assenti da scuola e che mantengono una rete di amicizie e coloro che, invece, stanno a casa e tendono a isolarsi, mantenendo relazioni quasi esclusivamente attraverso i social media. Aspetto non negativo, perché permettono il mantenimento di un minimo di relazionalità».

La famiglia tra protezione e spinta

Gli allievi di scuola media hanno tra gli undici e i quindici anni. Un periodo delicato dove sono estremamente importanti le relazioni e gli incontri con gli altri. In particolare, rimane fondante il rapporto con i genitori. Che ruolo ha la famiglia quando i giovani sono assenteisti? «La famiglia ha reazioni diverse a seconda della situazione: – spiega la capogruppo – di fronte a figli che non riescono ad andare a scuola e manifestano grande sofferenza, la famiglia si trova in un ruolo difficile: dover calibrare protezione e spinta verso l’autonomia. Fatica a spingere il figlio al confronto con la società, con il rischio così, anche inconsciamente, di diventare iperprotettiva. Non è sempre facile capire dove stia il problema, si è confrontati con disagi psicologici, che non sempre si esprimono direttamente. A volte dipendono dalla scuola, ma altre volte non sono riconducibili a eventi esterni. Il disagio può esprimersi con sintomi somatici, mal di pancia o mal di testa, anche invalidanti. Invece, per i ragazzi e le ragazze che ci confrontano con dinamiche di rottura più “attive”, che non vanno a scuola, non accettano le regole e spesso sono anche assenti da casa, la dinamica è complicata in un’altra forma. Qui la famiglia è spesso messa in scacco, così come la scuola, perché il giovane non è né fisicamente né mentalmente presente in luoghi di relazione con gli adulti».

L’importanza del lavoro di rete e le soluzioni transitorie

Cosa fa la scuola con i ragazzi che accumulano centinaia di ore di assenza? Spiega Bonetti: «Di fronte alla complessità e varietà delle situazioni non è immaginabile avere una soluzione uguale per tutti. Quando ci troviamo di fronte a casi di assenteismo grave è importante il lavoro di rete. Prima di tutto all’interno della sede e con la famiglia per capire se ci siano problemi a scuola, con i compagni, oppure se vi siano cambiamenti a livello della situazione famigliare, una separazione, una malattia o un lutto. È importante cercare di costruire ponti tra casa e scuola e mantenere il legame con l’allievo. Si possono proporre soluzioni transitorie variegate, come una frequenza scolastica parziale, studio in biblioteca o altro, per cercare di riavvicinare il ragazzo alla scuola. Parallelamente è importante il contatto con la rete esterna, per esempio, pediatra, medico scolastico, psicologo, o altro. Laddove la collaborazione con la famiglia non è possibile o la situazione rimane invariata nonostante gli sforzi, la scuola è tenuta a informare l’Autorità regionale di protezione o il Municipio del Comune».

Il punto di vista di Pro Juventute

Fin dal 2010, Pro Juventute organizza corsi di recupero per giovani che non sono riusciti a conseguire la licenza di scuola media con il percorso classico. Ogni anno sono una quarantina gli allievi che conseguono la licenza da privatisti. Ilario Lodi, direttore di Pro Juventute della Svizzera italiana, sul tema dell’assenteismo fa un discorso di più ampio respiro: «Questo disagio è molto più esteso di quanto si creda. Affiorano soltanto i casi estremi, ma il problema è più profondo. È una conseguenza della caduta dei sistemi di riferimento solidi che c’erano una volta e adesso non ci sono più. Ai giovani si chiede più flessibilità, in funzione delle esigenze del mercato del lavoro. Ma loro vogliono avere più tempo a disposizione. Si chiedono sempre maggiori competenze, ma si dimentica il fondamento educativo. La reazione dei ragazzi finisce per essere quella di ritirarsi».

Lodi inquadra il tema con un discorso critico sulla scuola: «Siamo di fronte a una parcellizzazione della formazione e quindi anche della scuola, che fa quello che l’economia dice di fare, ha portato molti giovani a diventare bravissimi in alcune cose, ma senza capacità di tenerle assieme. Finiscono per essere incapaci di dare senso agli aspetti legati alla propria carriera professionale o formativa».

Che fare, dunque? Ci sono vie d’uscita? «Bisogna tornare a dare fondamento solido a quelle che sono le proprie scelte educative e non farsi “sedurre” da mille proposte che arrivano dall’esterno. – sostiene il direttore di Pro Juventute – Non si può andare avanti con il mito della competitività perché così si separano le persone: se voglio essere più competitivo devo essere più forte di te. Si creano divisioni e uno si trova da solo. La scuola riproduce queste dinamiche, anche se involontariamente. La scuola deve ridefinirsi, secondo parametri che non siano solo quelli della preparazione al mondo del lavoro, ma anche al mondo della vita. Per esempio offrendo esperienze di tipo residenziale, dove i ragazzi passano del tempo con altri ragazzi e imparano a esercitare la cittadinanza. Occorre ritornare a riabbracciare quella dimensione della vita che non sia un insieme di tecniche e di competenze da sviluppare ma siano esperienze da vivere. Ogni studente deve poter avere un nome e un cognome, cosa che oggi c’è sempre meno».

Gli adulti e la fiducia nelle capacità educative

Se la scuola deve ridefinirsi, come la mettiamo con il ruolo delle famiglie? «Le famiglie si trovano in una situazione delicatissima, – sostiene Ilario Lodi – perché si sentono dire tutti i giorni: bisogna avere competenze in inglese, in informatica, di tutto e di più. Quindi molte famiglie hanno dovuto delegare l’educazione dei propri ragazzi all’esterno, con corsi, ripetizioni, campi estivi, nel timore che i ragazzi non ce la facciano. Le famiglie sono state espropriate del loro diritto a educare. Però, qui c’è un grande equivoco: in verità questo discorso sta in piedi se si pensa che l’inglese o l’informatica siano indispensabili per una vita riuscita, quando invece noi sappiamo benissimo che tutto ciò di cui il bambino ha bisogno è una cosa che la famiglia già possiede: la capacità di crescere con i propri figli in un contesto che permetta di esercitare la collettività. Le famiglie hanno tutti i numeri per sviluppare questo tipo di educazione, basta che non credano di non esserne capaci. Basta che non caschino nell’equivoco che non permette loro di assumere fino in fondo l’educazione dei propri ragazzi».

Sulla pressione che subiscono le famiglie concorda anche Barbara Bonetti Matozzo: «I genitori di oggi che risorse hanno per affrontare il loro compito educativo? Senza voler banalizzare è importante ricordare che a volte basterebbe prendersi un po’ più di tempo, un po’ di calma, e magari restare anche senza risposte con i nostri ragazzi. È un’attitudine che come adulti abbiamo perso. Affrontare assieme ai figli il fatto che non tutto è risolvibile. Bisogna accettare che non abbiamo la cura e la soluzione per tutto. Pensiamo alla figura del “nonno di una volta”, una figura legata all’immaginario collettivo che impersonificava queste qualità. Magari non era così vero, ma se si è creato questo immaginario vuol dire che nonni così ce n’erano e ci sono ancora».

Chi scrive può solo essere fiero di questo giudizio sui nonni. Ma il fulcro dell’educazione famigliare è responsabilità dei genitori. L’esperto di adolescenza Philippe Jeammet (citato nella tesi SUPSI sull’assenteismo di Lara Maspoli) è esplicito: «Il sostegno costituito dagli adulti è diventato particolarmente debole e poco saldo nel nostro contesto attuale in cui ogni consenso educativo è scomparso e l’autorità è spesso percepita come un abuso di potere: eppure, un adolescente alla ricerca di sé stesso può ritrovarsi soltanto se trova qualcuno o qualcosa che gli resista e gli “risponda”. Gli adolescenti sono in attesa di genitori e, più ampiamente, di adulti che abbiano, o meglio che ritrovino fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità educative».

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