‘Sei un brutto negro, ti pesto’ Condannato 13enne di Lugano

Cantone, LA REGIONE, 13.01.2024, Caratti 

«La Regione» segnala il caso di un 13enne insultato e minacciato nella chat dei compiti da un compagno delle Scuole medie, per il colore della sua pelle. 

Leoncino da tastiera, o meglio da smartphone, abbassa la criniera e viene ‘bacchettato’ dalla Magistratura dei minorenni. A soli 13 anni ha già collezionato una condanna per discriminazione razziale e per minaccia. Lo studente delle Medie di Lugano la scorsa estate aveva insultato pesantemente (‘Sei un brutto negro. Sei uno scimmione africano’) e ripetutamente nella chat dei compiti un compagno di classe, 

Alessandro, che ha la pelle appena più scura della sua. Arrivando anche a minacciarlo con un messaggio finito nelle mani della polizia: “Ti ammazzo, ti pesto a sangue, sei gay”. 

La madre reagisce e segnala il caso 

Avevamo raccontato a giugno questa brutta storia di razzismo (mantenendo l’anonimato dei minori coinvolti) nata tra i banchi di scuola. Insulti pesanti, razzisti e cattivi, immagini offensive e denigratorie inviate alla piattaforma social che il gruppetto di studenti usava per i compiti. E una chat – leggiamo nel decreto della Magistratura – denominata ‘benvenuti nel gruppo dove si può essere razzisti senza avere paura della mamma di Ale’. Già la ‘scomoda’ o meglio coraggiosa mamma della vittima, che la scorsa estate ha scoperto tutto e non è stata zitta. Dopo aver segnalato il caso in direzione, al docente di classe e ai genitori dell’aggressore, la donna ha deciso (a fine settembre) di sporgere denuncia. Dopo aver ascoltato i ragazzi e vagliato le prove, la Magistratura ha condannato il minore a due giornate di prestazioni personali (lavori di utilità pubblica). Una pena sospesa per un periodo di un anno. 

‘Lo rifarei anche se la pena è blanda’ 

“Denunciare il mio compagno è stata una buona decisione, lo rifarei subito, ora mi lasciano in pace, anche se la pena mi sembra molto blanda”, commenta Alessandro. Dello stesso avviso sua madre. “Abbiamo sporto querela direttamente alla Magistratura dei minorenni e abbiamo portato tutte le prove, gli screenshot delle chat, le foto, i video. Siamo stati convocati e l’inquirente è stato molto gentile e professionale. Ci siamo sentiti presi sul serio. Effettivamente la pena è leggera, ma almeno hanno smesso di insultare mio figlio per il colore della sua pelle. Non è tollerabile”, commenta la donna, mentre ci mostra il decreto. Leggiamo che l’aggressore “si è dichiarato dispiaciuto e si è scusato”. E ancora: “È necessario richiamarlo ad un comportamento più corretto e responsabile e al rispetto delle norme vigenti”. In caso di nuovi reati, “verranno adottate pene più severe”. 

‘I genitori andrebbero responsabilizzati’ 

Considerato che il reato di discriminazione (art. 261bis CP) è perseguibile d’ufficio, c’è da chiedersi se possa venir esteso ai genitori. “Loro andrebbero responsabilizzati. Non si può lasciare in mano un cellulare a un adolescente senza controllare che cosa scrive. Per mio figlio è stato un calvario”, commenta. “Anche se il ragionamento non fa una grinza, la responsabilità penale di principio è personale, anche per un minore”, spiega Mariaelena Biliato, responsabile del Centro per la prevenzione delle discriminazioni (Cpd) a Lugano. Quello che aveva fatto soffrire di più Alessandro era una foto. Una caricatura di una donna africana, con scritto: ‘La mamma di Ale’. Quando hanno iniziato a insultare sua mamma, Alessandro ha perso le staffe. “Non sanno nulla di lei, mi ha fatto molto male”, commenta l’adolescente, rituffandosi, subito dopo, nel suo cellulare. 

La madre che controlla regolarmente il cellulare del figlio aveva notato gli attacchi verbali. “Ale ha belle note, spesso aiuta i compagni ma è comunque diventato il bersaglio del bulletto della classe. Gli altri l’hanno seguito”. 

L’istituto scolastico sposta l’aggressore 

Avvisata dei fatti, la scuola a settembre ha diviso i due ragazzi, che ora non sono più nella stessa classe. “Mi ha chiesto scusa, mi capita di incrociarlo nei corridoi e ci ignoriamo”, ci spiega ancora Alessandro. 

La famiglia si era trasferita in Ticino qualche anno fa, prima vivevano in Svizzera tedesca. “Lì Ale era uno tra tanti, nessuno badava al colore della sua pelle. A Lugano, lo hanno fatto sentire diverso. Speriamo che ora sia finita”, precisa sua madre. 

Il docente di classe aveva risposto ai genitori di non poter controllare le chat che gli studenti creano per studiare. A fine anno aveva comunque mostrato alla classe un film: l’eroe era un uomo africano. Un esempio positivo per smontare tanta violenza verbale razzista. 

Dal punto di vista pedagogico, la scuola è il luogo dove si insegna cos’è il razzismo, come si manifesta, combatte. Allo stesso tempo, proprio tra i banchi di scuola possono succedere episodi di razzismo. Ci sono istituti scolastici organizzati con persone di riferimento dove segnalare i casi. 

Ma il passo più importante è quello di prendere poi provvedimenti adatti alla situazione, come spiegava di recente sulla Regione Martine Brunschwig Graf, presidente della Commissione federale contro il razzismo: “Questo passo è talvolta difficile, perché c’è la tendenza diffusa a banalizzare queste situazioni, considerandole casi isolati, non gravi. Se nell’istituzione scolastica non c’è la chiara consapevolezza che le molestie razziste sono un problema grave, la tendenza sarà quella di lasciar correre. Intervenire invece è importante. Sono problematiche che andrebbero tematizzate nel percorso formativo dei direttori scolastici”. Infatti, gli studenti trascorrono gran parte del loro tempo in classe. Chi subisce insulti o atti discriminatori viene ferito in modo continuativo e intenso. Inoltre, dopo la scuola, spesso continua sui social. 

Intanto emergono altre vittime 

Alessandro non è l’unico bersaglio di insulti razzisti. Quando abbiamo raccontato la sua storia, altri genitori si sono fatti avanti segnalando offese razziste a scuola al Centro per la prevenzione delle discriminazioni (Cpd), che ha consigliato anche i genitori di Alessandro. “Diversi genitori si sono rispecchiati e ci hanno contattato per segnalarci casi analoghi avvenuti a scuola e nelle colonie estive”, dice Mariaelena Biliato.Il Centro per la prevenzione delle discriminazioni (Cpd) è un luogo di ascolto, consiglio, mediazione, sensibilizzazione e, quando serve, anche di consulenza legale. La struttura inaugurata a inizio 2022 su mandato del Servizio per l’integrazione degli stranieri (che fa capo al Dipartimento delle istituzioni) è a disposizione delle vittime di discriminazione (telefodi no: 0800 194 800). “Il Centro è a disposizione di tutti, aiuta a sentirsi meno soli e sostiene nell’esplorare possibili vie di intervento. C’è anche un gruppo della polizia (Visione giovani) che si occupa di social e internet e può dare un supporto”. 

Se nel 2022 sono stati segnalati 27 episodi di discriminazione, per il 2023 le cifre sono in aumento. “Principalmente episodi legati all’uso di un linguaggio discriminatorio. Infatti, nella metà dei casi, sono stati denunciati insulti e ingiurie a carattere razzista. Particolarmente colpite le persone afrodiscendenti”, precisa Biliato. 

Farsi avanti o stare zitti 

Per un genitore, si pone spesso il dilemma: fare o non fare? Quale via scegliere nell’interesse del proprio figlio/a: se denunciare o meno le umiliazioni; se coinvolgere o meno la scuola, se provare ad aprire un dialogo coi genitori dell’aggressore oppure far finta di nulla e aspettare. C’è chi teme che reagire non serva o anzi rischi di peggiorare la situazione. “Il caso di Alessandro è grave. È un bene che ci sia condanna, seppur lieve. Capisco la delusione dei genitori, ma il reato di discriminazione è stato riconosciuto e condannato. Di regola, non fare nulla è la soluzione più spiacevole. Se non li condanniamo apertamente, questi atteggiamenti razzisti continueranno”, dice Biliato. Il Centro accompagna le vittime finché lo desiderano. Alle scuole propone laboratori, teatri, film, incontri, insomma programmi di sensibilizzazione, pensati su misura per prevenire queste forme di razzismo. 

La mostra ‘Noi e gli Altri’ in classe 

Proprio in questi giorni circola negli istituti scolastici la mostra ‘Noi e gli Altri. Dai pregiudizi al razzismo’. Attualmente è al Centro professionale tecnico di Biasca. “È un’ottima occasione per parlare di razzismo a scuola, per spiegare quanto siamo influenzati dalle ideologie, quanto sono profonde le radici degli atteggiamenti razzisti. Abbiamo formato alcuni docenti per presentare la mostra che si accompagna con materiale di supporto per allievi e insegnanti. È prenotata sino a fine aprile, ma si può richiedere al Servizio per l’integrazione degli stranieri ( di-sis@ti.ch ), che l’ha voluta assieme alla Divisione della scuola e alla Divisione della formazione professionale. 

È razzismo anche se avviene in una chat 

I diritti federale e cantonale contengono diverse disposizioni di legge che vietano e sanzionano, direttamente o indirettamente, specifiche forme di discriminazione razziale. In particolare, l’art. 261bis del Codice penale punisce con una multa o con pene detentive che possono arrivare ai tre anni alcune forme di discriminazione razziale ritenute particolarmente gravi. Un reato perseguibile d’ufficio. Significa che chiunque, vittima o testimone, può farne denuncia alla polizia o al Ministero pubblico. Le vittime possono costituirsi parte civile e partecipare al processo penale, facendo valere le proprie pretese risarcitorie. È consigliabile richiedere la consulenza legale perché le condizioni di applicabilità dell’art. 261bis sono restrittive: in particolare, sono punibili penalmente solo gli atti commessi in pubblico. Significa anche sulla propria pagina Facebook. Anche una chat creata da studenti delle Medie per i compiti è considerata spazio pubblico, come dimostra il caso di Alessandro. Ogni decreto è importante perché alcuni genitori, soprattutto se stranieri e poco integrati, temono una procedura legale e rinunciano a difendere la dignità loro e dei loro figli. Il razzismo è vietato dalla Costituzione, non possiamo essere indifferenti e ignorare questi episodi. Come si può insegnare cosa significa essere buoni cittadini senza lottare contro la discriminazione, soprattutto a scuola? Se non si proteggono le vittime tra gli allievi agendo in modo efficace, passa il messaggio che nessuno è responsabile, che il razzismo è tollerato e va bene così. 

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