Servono regole chiare invece di un ottimismo ingenuo

COMMENTO, NZZ, 17.03.2026, Giorgio Scherrer

«Serve inoltre rafforzare gli spazi di insegnamento analogici, in cui il pensiero e l’apprendimento senza IA siano al centro. Almeno la metà del tempo in classe dovrebbe svolgersi completamente senza dispositivi elettronici e assistenti di intelligenza artificiale».

Nelle scuole di tutto il paese si sta svolgendo in questi giorni uno strano spettacolo. Uno spettacolo di cui tutti sono consapevoli – e davanti al quale però troppi chiudono gli occhi. Funziona così: l’insegnante, ad esempio in un liceo, assegna agli studenti un foglio di esercizi che ha generato con l’IA. I liceali lo risolvono con l’IA, spesso direttamente in classe, sui tablet ormai onnipresenti. Poi tutti insieme rivedono le risposte. I ragazzi leggono ad alta voce e dicono sempre la stessa cosa, uno dopo l’altro. L’insegnante non deve correggere nulla, non deve mai intervenire – è tutto corretto. E così resta semplicemente davanti alla classe ad annuire. La scuola diventa una rappresentazione teatrale vuota, il cui copione è stato scritto dall’IA.

Il novanta per cento degli studenti delle scuole medie superiori svizzere utilizza ormai l’intelligenza artificiale. La usano per generare testi e idee, per scrivere verifiche e per illustrare intere presentazioni. In un sondaggio dell’Università di Zurigo su 9000 giovani, oltre un terzo ha ammesso apertamente di aver già presentato risposte generate dall’IA come proprie. È una rivoluzione che sta travolgendo le aule. E le scuole non sono adeguatamente preparate. Secondo lo stesso sondaggio, solo il 13% degli insegnanti utilizza l’IA in modo produttivo durante le lezioni, cioè in modo utile all’apprendimento. Solo una scuola su cinque dispone di regole sull’uso di questa tecnologia.

Gli stessi giovani sfruttano questa lacuna, talvolta a loro danno. Parlando con loro, raccontano con orgoglio i loro trucchi: per esempio, ordinano all’IA di inserire apposta qualche errore, così da non essere scoperti. Portano un secondo smartphone alle verifiche, consegnano il primo e con il secondo interrogano ChatGPT. I capolavori della letteratura mondiale? Li legge ormai solo chi li avrebbe letti comunque. Gli altri si fanno generare qualche frase “digeribile” da ripetere in classe – con tanto di buon voto orale. È difficile biasimare questi ragazzi: se barare è così facile e perfino gli insegnanti si fanno aiutare dall’IA, quale sedicenne non ne approfitterebbe?

Il lato tragico è che questa tendenza all’insegnamento generato dall’IA penalizza soprattutto chi è già in difficoltà: gli studenti più deboli, i gruppi socialmente ed economicamente svantaggiati. Chi invece dispone di buone basi e sa usare la tecnologia in modo consapevole può imparare meglio e più rapidamente grazie all’IA.

Di fronte alla rivoluzione dell’IA, nelle scuole emergono due risposte estreme, entrambe poco utili. Da un lato il pessimismo culturale: tutto è perduto, tanto vale arrendersi. Questo gruppo tende a ignorare il fenomeno e a dire frasi come: «Cercate almeno di non far vedere che è generato dall’IA». Dall’altro lato ci sono gli ottimisti tecnologici ingenui, che parlano in modo vago di «opportunità» e «possibilità» e si entusiasmano per la classe virtuale, rivestendo i problemi di parole rassicuranti senza risolverli.

Nessuno dei due approcci aiuta davvero, tanto meno i giovani. Il loro sguardo sulla nuova tecnologia è, curiosamente, più sobrio di quello delle generazioni più anziane: valutazioni positive e negative si equivalgono. Molti raccontano anche risultati concreti di apprendimento, per esempio quando l’IA genera esercizi o risponde con pazienza a domande su materiali didattici poco chiari.

Eppure un dato del sondaggio dell’Università di Zurigo dovrebbe far riflettere: solo la metà degli studenti dichiara di sapere come utilizzare l’IA generativa in modo produttivo per imparare. È qui che bisogna intervenire: le scuole devono – insieme a genitori, insegnanti e studenti – definire regole chiare sull’uso dell’IA. E il prima possibile. Non servono dichiarazioni vaghe, ma direttive vincolanti, che valgano anche per gli insegnanti. Secondo un principio chiaro: l’IA deve essere un supporto all’apprendimento, non una complice negli imbrogli.

Anche le aziende tecnologiche devono fare la loro parte. Dovrebbero creare rapidamente strumenti che permettano alle scuole di limitare o autorizzare in modo mirato l’uso delle loro tecnologie: ad esempio impedire di risolvere intere verifiche, ma consentire di chiarire un dubbio su un contenuto.

Serve inoltre rafforzare gli spazi di insegnamento analogici, in cui il pensiero e l’apprendimento senza IA siano al centro. Almeno la metà del tempo in classe dovrebbe svolgersi senza dispositivi elettronici né assistenti di IA. Perché, anche se alcuni studenti (e qualche insegnante) potrebbero pensarla diversamente, discutere e costruire conoscenza insieme, faccia a faccia, resta alla fine il valore più grande che la scuola può offrire. E non dovrebbe essere abbandonato senza combattere.

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