L’EDITORIALE, LA REGIONE, 27.03.2026, De Feo
Vittoria De Feo: «Troppo spesso si dimentica che la scuola forma persone e cittadini, non solo lavoratori: non ogni singolo minuto trascorso in classe deve dunque essere esclusivamente pensato in un’ottica professionalizzante».
Due anni nell’arco di un’intera vita che, già a metà della scuola media, iniziano a precludere tutta una serie di opportunità. Una manciata di mesi che, intorno ai tredici anni di età, categorizzano gli allievi in studenti di serie A o B. Il sistema dei corsi attitudinali e di base – i livelli in tedesco e matematica in terza e quarta media, per intenderci – non funziona ormai più da diverso tempo. Crea ansia, mette pressione e frammenta le classi tra chi, meritevole, potrà accedere dopo il diploma a determinate formazioni e chi invece no (o comunque difficilmente).
In Ticino la scuola, viene sancito all’articolo 2 della legge che la regola, norma citata anche ieri durante la conferenza stampa dove è stata messa sul tavolo la visione del governo per andare verso l’abolizione generalizzata dei livelli, “promuove il principio di parità tra uomo e donna, si propone di correggere gli scompensi socio-culturali e di ridurre gli ostacoli che pregiudicano la formazione degli allievi”. L’atteso messaggio del Consiglio di Stato, se approvato dal parlamento, consentirà finalmente di adempiere per davvero quanto scritto nella Legge della scuola. Un unico obiettivo formativo, uguale per tutti, in continuità con la storia della scuola media unica ticinese istituita negli anni 70. Certo, come per ogni cambiamento, saranno indispensabili risorse adeguate e periodi di assestamento che non dovranno allarmare. Incuriosisce che pure una proposta come questa, che sulla carta ha già raccolto sostegno politico trasversale, debba profusamente giustificare il proprio impatto sulla spesa pubblica aggrappandosi addirittura ad argomenti come il calo demografico. Resterà da capire se, in un contesto di ristrettezze finanziarie, ma anche di diffusa difficoltà, specialmente visto l’aumento della fragilità giovanile, i partiti sapranno farsi promotori – senza cadere in giochi politici da campagna elettorale – di un cambiamento, la riunificazione delle classi in tutte le materie della scuola dell’obbligo, ora necessario più che mai. Accedere ai corsi attitudinali, come noto, è alla portata di alcune categorie di studenti più di altre: chi viene da famiglie con mezzi economici solidi, per esempio, i cui genitori possono seguire (o pagare qualcuno per farlo) i propri figli. Ancora più emblematico il fatto che, se inizialmente i corsi base erano stati pensati come percorso di riferimento per la maggioranza degli studenti, a oggi vengano frequentati da una minoranza in costante diminuzione. Una polarizzazione escludente che nella pratica causa un comprovato problema di mancata corrispondenza tra le capacità effettive degli studenti e il percorso frequentato. Ai livelli B, e sono gli esiti della sperimentazione a dirlo, si possono acquisire competenze pari o superiori a quelle ottenute nei livelli A. Un aspetto non per forza negativo, ma che diventa aleatorio quando, pur avendo le stesse competenze, è una lettera sul diploma ad aprire o chiudere porte. La sperimentazione per il superamento dei livelli ha dimostrato senza se e senza ma che eliminare questa distinzione genera effetti positivi sul clima scolastico e sulla motivazione degli allievi, senza particolari ricadute negative sulle conoscenze acquisite. Anzi, tra i punti di forza osservati c’è un atteggiamento più collaborativo degli studenti con una partecipazione attiva e un miglioramento del rispetto reciproco. Troppo spesso si dimentica che la scuola forma persone e cittadini, non solo lavoratori: non ogni singolo minuto trascorso in classe deve dunque essere esclusivamente pensato in un’ottica professionalizzante.
