LA REGIONE, 05.12.2025, Caratti
«La Regione» intervista lo psicologo Philip Jaffe (Università di Ginevra), vicepresidente del Comitato ONU per i diritti dei bambini: «La sculacciata non ha alcun valore pedagogico: serve solo a ottenere un’obbedienza immediata».
Dire addio a sberle non significa rinunciare a mettere regole. Il professor Jaffe: ‘Servono campagne capillari e più specialisti per sostenere i genitori’
In Svizzera gli unici schiaffi ammessi saranno quelli ai luoghi comuni, come “Un sano scapaccione non ha mai fatto male a nessuno”. Dal prossimo anno, l’educazione non violenta diventa legge. Il Consiglio federale ha approvato una modifica del Codice civile che entrerà in vigore nel 2026 e stabilisce in modo chiaro che qualsiasi atto violento o degradante nei confronti dei bambini è inammissibile. Non solo se reiterato: anche un singolo schiaffo. Dire addio alle sberle non significa rinunciare alle regole. Gli esperti ricordano che limiti chiari, coerenza e dialogo sono strumenti educativi efficaci e privi di violenza: mettere confini non richiede punizioni, ma presenza, ascolto e responsabilità condivisa.
‘Bisogna fare più sensibilizzazione’
Il Governo federale preserva in ogni caso l’autonomia dei genitori nell’educare la prole e non propone alcun metodo educativo specifico. Suggerisce però di potenziare la prevenzione con maggiori offerte di consulenza (consultori), di migliorarne l’accesso, oltre a una campagna di sensibilizzazione su scala nazionale. Un punto dolente: «In realtà occorre fare più sensibilizzazione e che sia distribuita in tutta la Svizzera. Serviranno anche più specialisti per sostenere quei bimbi che vivono nella paura e per identificare i genitori a rischio sostenendoli quando l’occasione si presenta», commenta il professor Philip Jaffe, psicologo e professore onorario all’Università di Ginevra, nonché vicepresidente del Comitato Onu per i diritti dei bambini. Nei Paesi che vietano esplicitamente le punizioni corporali si osserva infatti un calo generale della violenza sui minori, sulle donne e tra i giovani.
Perché una sculacciata e in generale un’educazione violenta è dannosa per un bambino?
La sculacciata non ha alcun valore pedagogico: serve solo a ottenere un’obbedienza immediata. Quando viene usata con frequenza, porta con sé conseguenze negative importanti. Può minare l’autostima dei bambini, favorire atteggiamenti aggressivi e trasmettere l’idea che la violenza sia il modo più efficace per risolvere i problemi. Gli studi mostrano inoltre un aumento del rischio di depressione e, in età adulta, di comportamenti antisociali. I genitori che ricorrono alle punizioni corporali tendono spesso a farne un uso sistematico. In situazioni di forte stress, la situazione può sfuggire di mano, trasformandosi in una violenza sempre più grave.
Alcuni genitori si sentono persi, non riescono a dialogare, perdono facilmente il controllo: come mettere dei limiti ai figli, farsi rispettare senza usare la violenza?
Bisogna sostenere i genitori nel trovare altre vie educative. La sfida è essere fermi, coerenti e coordinati, basando l’autorità più sul rispetto che sulla paura. Non si tratta né di permissivismo né di deresponsabilizzazione. Alzare un po’ la voce, mostrare chiaramente la propria rabbia o ricorrere a una punizione non fisica – come prendere le distanze e dire “adesso sono arrabbiato e non riesco a parlarti” – sono approcci molto più ragionevoli, soprattutto se contestualizzati e accompagnati da spiegazioni semplici. I bambini imparano attraverso l’imitazione: una grande lezione è vedere un genitore che sa arrabbiarsi senza perdere il controllo e che riesce a spiegare le proprie ragioni per arrivare insieme a una soluzione del conflitto.
Ci sono figli ed età davvero difficili: che cosa consiglia ai genitori?
La maggior parte dei genitori fa un lavoro eccellente; tuttavia, esistono bambini molto dominanti o “tiranni” e non sempre la responsabilità è dei genitori. Quando ci si sente in difficoltà, è importante imparare a chiedere aiuto: a uno psicologo, a un educatore, ai propri familiari. Stabilire limiti chiari è fondamentale, così come prevedere momenti di time out. Ad esempio, chiedere a un bambino di andare nella sua camera per due minuti (non certo in luoghi punitivi o spaventosi) è una misura ragionevole. Non esiste il genitore perfetto: a volte bisogna improvvisare. In generale, lo scambio verbale andrebbe sempre privilegiato. Anche la privazione di alcuni privilegi – come niente dessert, niente tv, niente paghetta o un breve momento di distanza per calmarsi – andrebbe usata con buon senso.
In un contesto in cui cellulari, social e videogiochi assorbono gran parte dell’attenzione dei ragazzi e diventano spesso terreno di conflitto in famiglia, e considerando che l’esempio degli adulti resta la forma educativa più efficace – se non voglio che i miei figli usino il telefono a tavola, devo essere io il primo a non farlo – ha davvero senso pensare che vietare il cellulare sia una misura realistica e praticabile?
È importante mettere limiti chiari e ridurre al minimo il consumo: ad esempio, niente cellulare in camera per i giovani fino ai 15-16 anni, così da preservare le ore di sonno, e introdurre regole precise sul suo utilizzo. Condivido anche il divieto del cellulare a scuola, per non interrompere i processi cognitivi. Il mondo digitale è ormai il nuovo parco giochi dei bambini (e non solo): difficile vietarlo del tutto, ma è necessario controllarne i contenuti e stabilire confini.
Dunque, quali rischi intravede?
Ad esempio, esistono algoritmi che spingono le ragazze verso siti legati alla perdita di peso proprio in fasce d’età in cui il rischio di disturbi alimentari è già elevato. Negli Stati Uniti seguo il caso di una madre che ha perso il figlio, suicidatosi dopo aver interagito con un’intelligenza artificiale, che non gli ha mai suggerito di chiedere aiuto. La donna che è avvocatessa ha avviato una causa e aperto un dibattito pubblico sulle responsabilità delle piattaforme.
Alcuni Paesi stanno valutando un’età minima per l’uso degli smartphone. Servono davvero questi divieti?
I giovani sapranno comunque aggirarli. A parte qualche raro caso virtuoso, il punto è che manca una responsabilità delle piattaforme e una regolamentazione seria da parte degli Stati.
Il disagio giovanile aumenta, tra chi pratica l’autolesionismo, i ritirati sociali, ansia, depressioni, tentativi di suicidio…: perché tanto mal di vivere tra gli adolescenti negli ultimi anni?
Da un ventennio osserviamo una crescita costante del disagio mentale tra i giovani, un trend che si è accentuato dal 2012, con l’arrivo dei primi social network. È stato un vero cambiamento di paradigma: è mutato il modo di socializzare, di vivere l’autonomia, di sperimentare le emozioni e di riempire il tempo – per i ragazzi e, di riflesso, anche per gli adulti. Chi aveva già fragilità o difficoltà relazionali rischia oggi di rifugiarsi nel mondo digitale, trovando lì un isolamento che sembra protezione ma diventa una trappola.
Ma il disagio giovanile sembra allargarsi a macchia d’olio… come leggete questa nuova dimensione di una parte sempre più importante della gioventù?
Osserviamo che cova un forte malessere generazionale, alimentato dalla percezione di un mondo adulto incapace di gestire i problemi che loro stessi hanno creato o aggravato: il clima che peggiora, l’aumento della povertà, le guerre in crescita, fino alla morte di migliaia di bambini a Gaza. Tutto questo contribuisce a una perdita di fiducia nei confronti degli adulti e della loro capacità di proteggere il futuro.
Uno su 5 subisce umiliazioni di frequente
Pur essendo molti adulti cresciuti “a pane e sberle”, i dati mostrano che anche la cosiddetta violenza ordinaria può avere conseguenze durature: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità contribuisce a perpetuare la violenza e aumenta il rischio di diverse patologie. «Gli psicologi osservano da tempo che le punizioni corporali hanno effetti negativi sullo sviluppo dei bambini. Ampi studi internazionali dimostrano il legame causale tra la pratica della sculacciata e problemi comportamentali e di socializzazione a lungo termine», spiega il professor Philip Jaffe.
Resistono anche gli insulti
La violenza educativa è, prima di tutto, una questione culturale: la società sta cambiando, ma anche le forme della violenza si trasformano. Se le punizioni fisiche sono in calo, la violenza psicologica rimane diffusa. Uno studio dell’Università di Friburgo per Protezione dell’infanzia Svizzera (2023) rivela che un bambino su cinque subisce regolarmente umiliazioni, insulti o isolamento forzato. Uno su dieci ha ricevuto almeno uno schiaffo e ben 48’000 minori sono stati messi sotto l’acqua fredda, nonostante le tutele penali già esistenti.
C’è dunque ancora molto da fare. «Adottiamo una legge basata su solide evidenze scientifiche: in Svezia, dove il divieto è in vigore da tempo, i bambini non sono certo diventati dei rivoluzionari», conclude l’esperto. Ma col tempo tutta la società è diventata meno violenta.
