Violenza in crescita a scuola «Ma in Ticino pochi episodi» 

Cantone, CORRIERE DEL TICINO, 30.05.2023, Salvini 

Il CdT segnala un sondaggio svolto nel Canton Zurigo, che fotografa una situazione preoccupante: una ragazzo su due è vittima di attacchi fisici o verbali – Nel nostro Cantone il fenomeno appare sotto controllo, Emanuele Berger (DECS): «Teniamo alta la guardia, anche un solo caso è di troppo». 

Battute aggressive, umiliazioni e bullismo. Episodi di violenza verbale e psicologica che si consumano sui banchi di scuola e che possono poi degenerare in aggressività fisica, con botte e risse. Protagonisti sono spesso giovani e giovanissimi, in una tendenza che le autorità non esitano a definire preoccupante. La più recente fotografia del fenomeno l’ha scattata un sondaggio condotto nel Canton Zurigo dall’Alta scuola pedagogica zurighese e della Svizzera nordoccidentale a cui hanno partecipato 1.256 tra insegnanti, direttori di scuola e collaboratori del servizio psicologico scolastico. Secondo il 50% degli interpellati, come riferisce un articolo del Tages-Anzeiger, gli attacchi fisici sarebbero «occasionali» o persino «frequenti», mentre il 66% degli attori del mondo scolastico riferisce di violenze psicologiche, anche in questo caso da «occasionali» a «frequenti ». «In questa casistica rientrano gli insulti e le minacce verbali », ha spiegato al giornale il ricercatore Reto Luder, autore dell’indagine. La maggior parte degli episodi, ha precisato Luder, avviene nel cortile della scuola o comunque ben lontano dagli occhi dei docenti. 

«Cifre contenute» 

In Ticino, un’indagine simile – Health Behaviour in School-Aged Children (HBSC) – è stata svolta l’ultima volta nel 2022, ma i risultati non sono ancora disponibili. Qualche indicazione arriva comunque da altri studi. «Nell’edizione 2023 di Scuola a tutto campo viene riportato un dato significativo», spiega il direttore della Divisione della scuola Emanuele 

Berger. «Si rileva infatti che “gli episodi di bullismo subiti con frequenza elevata riguardano percentuali molto contenute di allieve e di allievi. Essi si verificano in quota inferiore per i ragazzi di 14 anni e per le ragazze di 15 anni (poco più del 2%), mentre le percentuali maggiori si osservano fra i ragazzi di 12 anni (8%) e le ragazze di 13 anni (8%). In termini assoluti, queste percentuali riguardano un numero molto basso di allievi (circa 4 ragazzi di 12 anni e 4 ragazze di 13 anni) del campione considerato”». A conclusioni simili arriva anche l’indagine PISA del 2018: «Le percentuali di allievi che nell’arco di dodici mesi sono stati sistematicamente vittime di bullismo sono relativamente contenute e non superano mai il 15%». Il DECS, fa poi notare Berger, da anni mette a disposizione delle scuole un questionario per la valutazione del clima d’istituto. «Il questionario – dice – analizza non solo la violenza subita, ma anche quella osservata e quella percepita. Osservando i risultati delle scuole che hanno utilizzato lo strumento negli ultimi anni, possiamo affermare che i risultati sono piuttosto coerenti con le altre inchieste». Secondo Berger, quindi, «possiamo affermare che le evidenze che riguardano il Ticino si discostano da quelle riportate dal Tages-Anzeiger. Ciò non significa che si debba sottovalutare il fenomeno: un solo atto di violenza è infatti un atto di troppo, che crea inutili sofferenze. Per questo motivo la situazione va costantemente monitorata affinché non si arrivi a situazioni come quella descritta dal giornale d’Oltralpe ». Stando ai dati rilevati dalla penultima indagine HBSC (quella del 2018), fa poi notare il direttore, «tra il 2014 e il 2018 si è registrato un leggero aumento nella frequenza dei comportamenti aggressivi dichiarati dai giovani che hanno partecipato all’inchiesta». Tuttavia, precisa, «non siamo confrontati con scostamenti importanti e, al momento, i dati non ci consentono di affermare che la situazione sia in netto peggioramento». È però anche vero, aggiunge Berger, «che la sensibilità sempre accresciuta in tale ambito può aumentare il senso di insicurezza anche sulla base di singoli episodi ». 

«Fragilità diffusa» 

«La mia impressione, dopo trent’anni di insegnamento, è che stiano venendo meno le regole base dell’educazione e del vivere insieme», dice a questo proposito Adriano Merlini, presidente della VPOD docenti. «Lo vediamo dal numero delle assenze, ma anche dall’aumento di reazioni sopra le righe dei ragazzi di fronte a una difficoltà o a un insuccesso, oppure dopo un richiamo del docente». Un’aggressività crescente, insomma. O, per dirla con Merlini, «una fragilità diffusa, che in alcuni frangenti si manifesta con gesti che denotano una mancanza di pazienza. Per dire: capita che i ragazzi rovescino la sedia, o si alzino per uscire dall’aula senza permesso. In questi casi, noi docenti cerchiamo di farli ragionare, di riportarli alla calma ». Difficile, secondo Merlini, ricondurre questi atteggiamenti a precise motivazioni. «Non so dire se sia ancora un effetto della crisi generata dalla pandemia. Certamente la COVID-19 ha avuto un impatto marcato sul mondo della scuola e sui giovanissimi, fragilizzandone molti e peggiorando la condizione di coloro che già avevano difficoltà, non tanto scolastiche quanto piuttosto in termini di risorse personali ». Non a caso, riferisce il docente, «sono sempre più numerosi i giovani seguiti sia dalla rete di sostegno interna alla scuola, sia dagli specialisti esterni scelti dalle famiglie». Una tendenza in crescita «e che negli ultimi anni ha conosciuto un’accelerazione notevole». 

La società e il ruolo dei genitori 

Un parere condiviso anche da Ilario Lodi, direttore di Pro Juventute Svizzera italiana. «Il fenomeno è delicato», premette. «Siamo immersi in una società che, sotto mentite spoglie, è molto più violenta di prima. Mettiamoci nei panni di un giovane che si sente dire dagli adulti quanto bisogna essere competitivi, che i colleghi sono prima di tutto nemici e che si potrà avere ciascuno il proprio spazio solo se si sgomita: tutto ciò non può che generare effetti sul piano educativo, innescando una situazione di provvisorietà che non ha basi solide per essere governata». Ai giovani, secondo Lodi, oggi manca il tempo necessario per poter crescere, visto che si trovano immersi in un vortice continuo di sollecitazioni e richieste. Pretese che spesso arrivano dagli adulti. «Pretendiamo troppo, rispetto a quanto loro possono offrire. Immaginiamoci che effetto può generare su un ragazzo che sta crescendo e quindi non ha ancora una personalità sufficientemente solida per governare dinamiche simili. La violenza è la risposta più naturale a una situazione che non si riesce a governare con la ragione». In generale, secondo il direttore di Pro Juventute, «dietro alle opportunità che la mondializzazione ha portato con sé ci sono anche problemi a cui non avevamo pensato. Tutto ciò genera preoccupazione, sconforto. Sentimenti che i giovani spesso non riescono a gestire e che sfociano in episodi di violenza che fino a pochi decenni fa non erano neppure immaginabili». Non è, tuttavia, soltanto un problema dei giovani, né tantomeno dei genitori, secondo Lodi: «È un problema di società, non del singolo individuo». «L’aggressività è spesso il sintomo di malessere e disagio profondo del giovane», premette invece Pierfranco Longo, presidente della Conferenza cantonale dei genitori. «La prima domanda che ci si pone è: “Ma dove sono i genitori?”. È comprensibile. Tuttavia, essere genitore, oggi, è una sfida estremamente complessa». In pochi anni – prosegue Longo – si sono imposti ritmi di vita, di lavoro e modelli comportamentali che rendono sempre più difficile accompagnare la crescita dei figli: «Il contesto che li circonda, a prescindere dalle scelte individuali dei genitori, in età sempre più precoce sta perdendo ogni forma di confine materiale, con le conseguenze del caso». Di fronte a episodi di bullismo e violenza, che spesso avvengono al di fuori della scuola, secondo Longo «è importante non limitarsi a colpevolizzare i minori e i genitori, e accettare che spesso si tratta di contesti familiari fragili, che vanno accompagnati e sostenuti, proprio nell’interesse superiore dei minori. Discutere questo tema significa anche ribadire la rilevanza pubblica del compito di essere genitore. Per figli, sì, ma anche per l’intera società ». 

Come aiutarli? 

Ma come aiutare i ragazzi in difficoltà? «La scuola – sostiene Merlini – ha fatto e sta già facendo molto. Negli anni, attraverso il DECS, sono stati creati il servizio di assistenza psicologica e il ruolo dei docenti mediatori. Fare più di così è dura: questo è un altro fattore che va a incidere sul carico di lavoro dei docenti, già sotto pressione ». Le difficoltà crescenti degli allievi e una parte sempre più numerosa di loro che richiede un seguito individualizzato «rende tutto più complicato e noi possiamo arrivare fino a un certo punto». Secondo Lodi, invece, il compito più importante spetta alla politica: «Occorre investire massicciamente nell’ambito delle politiche giovanili e dell’educazione extrascolastica», risponde Lodi. «Lo Stato deve mettere al primo posto in agenda le politiche dell’infanzia e della gioventù, non considerandole più come costi, bensì come investimenti. Se vogliamo uscire dall’impasse dobbiamo creare un contesto di vita in cui i ragazzi vengano riconosciuti nei loro bisogni evolutivi, prima ancora che nelle loro potenzialità economiche ». 

Aperta una decina d’inchieste nel 2023 

I dati della Polizia cantonale 

Nel 2023, fa sapere la Polizia cantonale, «contiamo una decina d’inchieste per fatti violenti legati ad autori di reato minorenni». 

I reati ipotizzati? Vie di fatto e lesioni semplici alle lesioni gravi, aggressione, rapina o violenza e minaccia contro funzionari. La Polizia cantonale conferma però che non risultano «fatti gravi» avvenuti nel contesto scolastico. 

La proposta vallesana 

Il Vallese ha adottato un piano cantonale per combattere il bullismo nelle scuole. Gli alunni saranno sensibilizzati al problema, sarà intensificata la mediazione e il personale sarà formato per intervenire in caso di molestie e intimidazioni. La necessità di intervenire è emersa grazie a uno studio dell’Alta scuola pedagogica del Vallese, che ha evidenziato come le scuole non avessero un approccio sistematico in questo ambito. 

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