La scuola pubblica non deve diventare un giocattolo in mano a interessi politici

NZZ, 29.04.2025

Dagmar Rösler: «La scuola riguarda tutti noi e deve cambiare. Purtroppo, però, è sempre più spesso nel mirino di interessi partitici. Servono adeguamenti ben ponderati».

L’anno scorso la scuola dell’obbligo ha festeggiato un anniversario importante. Nel 1874 l’obbligo scolastico generale venne inserito nella Costituzione federale. Fu una pietra miliare e un impegno collettivo a favore dell’istruzione come diritto universale. Anche prima i bambini andavano a scuola, ma non tutti, non ovunque e soprattutto non insieme. L’ideale che ogni bambino abbia diritto all’istruzione e sviluppi un senso civico rimase un ideale anche alla fine del XIX secolo. Ma ciò che c’era di rivoluzionario nel concetto di scuola pubblica faceva già parte del suo DNA: una democrazia ha bisogno di cittadini in grado di comprendere i contesti e valutare i fatti. Altrimenti non possono partecipare alle decisioni. Nel frattempo, la Svizzera si è trasformata in una società della conoscenza. L’idea che l’istruzione consenta la partecipazione è ormai ben radicata.

In questo contesto, è inquietante vedere come forze politiche e mediatiche vogliano riportare indietro l’orologio del tempo proprio nella scuola pubblica. Nel mirino è finita di recente la scuola inclusiva. “La scuola inclusiva è fallita” (NZZ, 31.07.24) oppure “Una diagnosi e un contesto speciale per ogni bambino. La scuola diventa un centro terapeutico” (NZZ, 24.02.25) sono solo due dei titoli. Anche l’insegnamento delle lingue straniere o la ricerca di metodi di valutazione attuali sono oggetto di attacchi sistematici.

Vorrei illustrare la situazione prendendo come esempio la scuola inclusiva. Anche per gli insegnanti, l’argomento è carico di emozioni. E dove ci sono emozioni, i politici fiutano problemi e possibilità di visibilità. Anche se la prima parte è vera, la seconda non aiuta a risolvere i problemi. Chi alza semplicemente i toni, non fa altro che aumentare la pressione. Serve un’analisi critica e costruttiva della situazione. Se questa parte da un’esperienza diretta, è comprensibile dal punto di vista umano. Ma per risolvere i problemi è necessario affrontarli con obiettività. Purtroppo, la tendenza attuale va nella direzione opposta. Mi oppongo con forza all’immagine di insegnanti costantemente sopraffatti. Gli insegnanti sono professionisti (se adeguatamente formati) e sono perfettamente in grado di affrontare le sfide attuali e gestirle.

Non nego però che la scuola pubblica sia sotto pressione. Sappiamo, dallo studio sulla soddisfazione professionale del LCH (Associazione mantello degli insegnanti svizzeri) del 2024, che l’insoddisfazione nasce soprattutto quando gli insegnanti non riescono a garantire una didattica di qualità e un adeguato accompagnamento e sostegno agli alunni.

Le ragioni sono molteplici: il carico di lavoro elevato, le crescenti richieste, le numerose mansioni amministrative. Alla fine, resta troppo poco tempo per il sostegno individuale e integrativo degli alunni. Questo lascia la costante sensazione di non riuscire a fare abbastanza per loro. Anche il LCH individua segnali d’allarme da prendere sul serio. Ma per rafforzare la scuola pubblica non servono misure drastiche. È molto più importante rafforzare e alleggerire il lavoro degli insegnanti, affinché possano dare a tutti gli alunni l’attenzione di cui hanno bisogno.

Sarebbe fondamentale ottimizzare la composizione delle classi, evitando l’accumulo di difficoltà all’interno di una stessa classe. Esiste, a tal proposito, uno studio che ha individuato un punto critico oltre il quale il carico diventa eccessivo. In concreto: quando più di un bambino su cinque necessita di misure di sostegno particolari, il rendimento cala per tutti. Se invece la percentuale è più bassa, coloro che vengono integrati in classi regolari ne traggono beneficio – senza che gli altri subiscano svantaggi. L’introduzione delle classi di sostegno, recentemente approvata dal parlamento del Cantone di Zurigo, va nella direzione sbagliata. Queste sottraggono il supporto pedagogico speciale dalle classi regolari. È controproducente.

Serve meno separazione e più prevenzione. Questa può iniziare con il sostegno ai genitori nella prima infanzia, con un “time-out” temporaneo per alcuni alunni come intervento in caso di crisi, con una distribuzione delle risorse più flessibile e semplice, o con il rafforzamento della collaborazione all’interno del team scolastico.

Infine, vorrei lanciare un appello come presidente dell’Associazione mantello degli insegnanti svizzeri: attualmente, sul personale docente qualificato grava un carico aggiuntivo enorme. Una parte ormai significativa di chi insegna non è adeguatamente formato. Ma solo un corpo docente formato e numericamente sufficiente dà alla scuola la forza e il margine necessari per percorrere strade sostenibili verso il futuro. Solo così la scuola pubblica potrà continuare a essere un collante per la società e un’istituzione educativa responsabile per i nostri bambini.

Dagmar Rösler è presidente centrale dell’Associazione mantello degli insegnanti svizzeri (LCH).

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